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Censurate ‘Cinquanta sfumature di rosso’, per favore

Se nella metropolitana di Londra i manifesti della mostra di Egon Schiele sono "oscurati", allora non possiamo ignorare il terzo capitolo della trilogia tratta dai libri che hanno banalizzato la donna e l'immaginario erotico.

Da queste parti si avrebbe una modesta proposta per la tutela del buoncostume in questa sciagurata epoca di reificazione del corpo femminile, sessismo becero, scene di nudo gratuite e volgarità imperante: censurare Cinquanta sfumature di rosso. Impedirne l’uscita domani e bruciare su pubblica piazza i capitoli precedenti della trilogia di E.L. James o, in netto subordine, lanciare almeno una bella campagna di boicottaggio del film e trollare in massa la fandom della saga.

Perché l’abbiamo capita, l’aria che tira: sul sesso è meglio soprassedere. O se proprio si deve parlarne, prediligere narrazioni corrette, normalizzanti, in linea con i sacri princìpi della parità di genere e con la mistica dell’empowerment femminile. Abbiamo capito anche che la scure della censura può abbattersi indifferentemente su autori e interpreti viventi (Kevin Spacey è spacciato, Woody Allen è sulla graticola e anche Tarantino in queste ore vacilla) come su opere e autori stramorti (la Manchester Art Gallery ha temporaneamente rimosso Ila e le Ninfe di Waterhouse, capolavoro preraffaellita, per “stimolare la discussione su come vengono mostrate le opere” in riferimento al corpo femminile, relegato al ruolo di “forma passiva e decorativa” o di “femme fatale”. E a novembre la metropolitana di Londra ha rifiutato i manifesti della mostra di Egon Schiele, icona del secessionismo viennese, ritenendo i suoi celeberrimi nudi troppo audaci, salvo poi accettarli con le parti intime opportunamente pecettate). Ci è chiaro anche che resistere a questo nuovo tipo di sentire definito da taluni come una sorta di neopuritanesimo e da talaltri come una caccia alle streghe degna del peggior maccartismo è difficile: ci hanno provato Catherine Deneuve e le altre firmatarie della famigerata lettera a Le Monde sulla libertà d’importunare ed è stata subito gogna internazionale. (Catherine, peraltro, ha accusato il colpo senza scomporsi: avendo già firmato nel 1971 il Manifesto delle 343 donne capitanate da Simone de Beauvoir che dichiararono pubblicamente di essere ricorse a un aborto illegale – all’epoca lo era – rischiando il carcere e dando un impulso fondamentale alla legge sull’interruzione di gravidanza, ha tutti gli anticorpi per fronteggiare gli strali del femminismo di nuova generazione).

È lo spirito del tempo, bellezza, e bisogna prenderne atto. Ma anche senza voler giudicare lo Zeitgeist, è se non altro auspicabile che quest’improvvisa e irresistibile voglia di censura si abbatta sui bersagli giusti: fortuna vuole che Cinquanta sfumature di rosso sia il candidato ideale per un fermo e perentorio anatema femminista. Perché la parabola di questa Cenerentola in salsa Bdsm è quanto di più antifemminista si possa immaginare: l’inopinata virata verso il thriller del terzo, e fortunatamente ultimo, episodio non basta a mascherare il sistema di valori fondativo dell’intera saga, ovvero il patriarcato più vieto che la protagonista femminile non solo felicemente accetta, ma ardentemente desidera. Christian Gray e Anastasia Steele (questi si chiamano davvero uno Grigio e l’altra Acciaio, ma del resto l’onomastica dei personaggi anglofoni è un terreno infido: sfido chiunque a realizzare che Underwood – oh, quale sottigliezza! – vuol dire “sottobosco” senza rabbrividire) sono due macchiette della dialettica servo padrone, un capolavoro di subordinazione femminile al cospetto del maschio alfa: lui è ricchissimo e lei è felice di farsi mantenere, lei poi vorrebbe lavorare ma lui glielo impedisce in ogni modo, lui la spia come il peggior stalker e lei gongola, lui si produce in scenate di gelosia paranoide e lei si sdilinquisce. Lei non può guidare, non può uscire da sola, non può alzare gli occhi al cielo e non può mettere le mutande (ma solo quando è con lui: quando lui non c’è deve coprirsi all’inverosimile) e da tutto questo, come da psicologia distorta della vittima di violenza, desume che il marito (sì, perché stavolta Grey sposa Steele facendo di lei una donna onesta) la ami e la protegga.

Ci sarebbe poi la questione sessuale, con i giochini di dominazione e sottomissione che i due amano fare nella stanza rossa; e qui verrebbe da dire che due adulti sono liberi di fornicare come meglio credono, ma no: in un’epoca di restaurazione morale come la nostra si impone una specifica riflessione. Si sappia allora che legare una persona ancorché consenziente configura il reato di sequestro di persona, frustarla quello di lesioni, stringerle il collo per praticare il breath control quello di tentato omicidio (in alcuni casi non solo tentato: Soter Mulè è giustamente finito in carcere). E la storia del contratto, tanto per chiudere la questione anche con quelli che “ah ma allora devo girare con la liberatoria”, giuridicamente è irrilevante, essendo l’integrità fisica un diritto assoluto, irrinunciabile e indisponibile: quand’anche Tizia supplicasse Caio di frustarla a sangue, Caio non potrebbe accontentarla senza passare dei guai molto seri.

Ma forse la colpa più grande imputabile alla trilogia di E.L. James è un’altra: aver impunemente saccheggiato, banalizzandolo, tutto l’immaginario erotico del romanzo libertino dal Settecento francese a oggi, roba da far rivoltare nella tomba tanto il Marchese De Sade quanto Anne Desclos, aka Pauline Réage, autrice di quell’Histoire d’O che resta il testo sacro in materia di dominazione e sottomissione. Insomma, esistono i presupposti morali, giuridici e artistici per censurare l’opera: fatelo e a questo giro si tiferà tutti censura, come in altri frangenti abbiamo tifato asteroide.

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