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Cannes 2019, ‘C’era una volta… a Hollywood’: Tarantino alla ricerca del tempo perduto

Leo, Brad e il resto della banda di Quentin sbarcano sulla Croisette con un affresco magnificamente irresponsabile, in cui l'amore del regista per il cinema e per gli anni '60-'70 prende il sopravvento sulle frustrazioni personali

È già tutto nel titolo: d’altra parte è noto – e uno come lui non può non saperlo – che il posto migliore per nascondere l’arma del delitto è là dove tutti possano vederla. Quel C’era una volta è già una dichiarazione di intenti: perché là dove l’età dell’innocenza era finita davvero (e nel sangue), solo in un film – in una favola – può permettersi di durare in eterno.

E allora se mistificazione deve essere, in fondo è a fin di bene: non solo reinventa da capo il cinema, Tarantino, rimodellandolo a sua somiglianza, creando finte sequenze di film mai davvero girati, andando ben oltre la semplice citazione per arrivare alla reinterpretazione di un ricordo, di una reminiscenza, di un sentimento; ma permette al cinema stesso di agire sulla Storia, lo autorizza (vi ricordate Hitler in Bastardi senza gloria?) a cambiare il corso degli eventi. Forse perché, complice l’amore assoluto, sincero, strabordante e se vogliamo anche ingenuo che il regista de Le Iene nutre per la settima arte, sa benissimo che sarà sempre più accogliente e sicura una sala cinematografica dove una ragazza giovane e bionda può allungare i piedi nudi sulla poltrona davanti che non quel mondo, crudele e assurdo, là fuori.

Scene di ordinaria follia a Cannes per l’arrivo della “banda Tarantino”: red carpet super cool con Brad e Leo che fanno a gara per mostrare chi è invecchiato meglio e Margot Robbie da svenimento collettivo: la Croisette si ferma, inchinandosi devota agli dei scesi dall’Olimpo; almeno un’ora e mezzo di coda anche per i giornalisti (ma almeno non piove) per entrare a vedere il film più atteso dell’anno. Che divide, fa discutere, sembra non sapere mai che strada prendere però poi arriva dove deve (e vuole) arrivare.

Ma si sarebbe già detto troppo perché Quentin è irremovibile e lo ha messo pure per iscritto: “Se amate il cinema, niente spoiler please”. Ma come fai a non dire che C’era una volta… a Hollywood è un film bizzarro, seducente, coloratissimo, imbottito di dettagli, canzoni, memorabilia? L’affresco, nostalgico e divertente, di un autore alla ricerca del tempo perduto: un gioco sì, ma che resuscita anche i morti (cinema compreso), si interroga sulla natura dell’attore, si carica sulle spalle, per metterla al riparo, la mitologia hollywoodiana.

Ambientato nel 1969, è la storia dell’amicizia tra un attore (DiCaprio, strepitoso) di western di seconda mano (Tarantino potrebbe essersi ispirato a Ken Clark, che girò con Corbucci, ma più probabilmente il suo protagonista è la summa di più interpreti di quegli anni) e il suo stunt-man (Brad Pitt), nel periodo in cui Charlie Manson e la sua “family” progettarono di uccidere l’attrice Sharon Tate: ma più che l’intreccio – quasi invisibile – qui contano i personaggi, il contesto, lo stile, quell’empatia extra cool che si instaura con quello spettatore capace di perdonare al regista che 25 anni fa qui vinse la Palma d’oro con Pulp Fiction una certa autoindulgenza, il tono abitualmente compiaciuto di chi, oltre agli altri, cita volentieri anche se stesso.

Ma C’era una volta… a Hollywood è d’altra parte un film che non nasconde i difetti e, magnificamente irresponsabile, vive anche di splendidi eccessi: il carattere ultra divistico (quando Brad Pitt si toglie la maglietta viene giù la sala…), le sequenze stracult (fantastica quella in cui Brad viene sfidato da Bruce Lee, ma anche il dialogo tra DiCaprio e una bimba prodigio di 8 anni che usa il Metodo), il feticismo, ne fanno un’ode all’epoca in cui sogni sembravano (forse a causa dell’LSD?) più veri.

Tarantino ci mette il western (anche quello all’italiana, “che tutto il mondo detesta”), Dean Martin, stacchi alla Nouvelle Vague, Al Pacino e Luke Perry, riposi in pace: portando un cinema, il suo – che ancora preferisce il dolly al drone – verso un finale pirotecnico e irresistibile, da applausi a scena aperta. Il metacinema prende il sopravvento sulle frustrazioni personali, la macchina da presa riscrive ciò che è stato: la vita non è un film, ma sarebbe meglio che lo fosse.

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