L’anno scorso mi sono accaparrata un posto per Ghost Elephants a un orario infame (le 22 in Sala Darsena), indecisa fino all’ultimo se cancellare la prenotazione e andare a cena, o entrare dieci minuti tanto per vedere l’effetto che faceva. Quei dieci minuti sono diventati venti, poi trenta, poi un’ora, poi inevitabilmente tutto il film, che era un capolavoro di iperbole visionaria e pessimismo cosmico, un inconfondibile doc à la Herzog.
Ammetto però che Bucking Fastard mi faceva paura, perché dalla sinossi ufficiale pare uno di quei film che o fanno il giro e li ami senza riserve (o quasi:eccoci), o non lo fanno affatto e li odi con la stessa intensità. Si leggeva questo, e parafraso pochissimo: Jean e Joan Holbrooke sono due sorelle così vicine che parlano, si muovono, amano e sognano all’unisono. Sì, lo so, sembra materiale horror, o quello (involontario) del cinema di Herzog stesso, che da quasi sessant’anni insegue la stessa ossessione sotto mentite spoglie: quella che lui chiama “verità estatica”, raggiungibile solo esagerando, inventando, guardando il mondo con gli occhi sgranati di chi non si è ancora abituato a niente. Jean e Joan ne sono l’ultima, definitiva incarnazione. Nemmeno dieci minuti e mi avevano già conquistata.
Non è la prima volta che Herzog torna al copione dopo un giro di documentari, ma stavolta l’assenza si è fatta sentire: il suo ultimo film di finzione, Family Romance, LLC, è del 2019, presentato a Cannes nelle Proiezioni Speciali. Sette anni in cui il regista, ottantatreenne (!), si è imbarcato in spedizioni tra vulcani e, appunto, elefanti fantasma. Bucking Fastard segna il rientro alla finzione pura con un cast super e inaspettato: Kate Mara è Jean, Rooney Mara è Joan, sorelle verissime del cinema al primo film insieme, il che spiega la sincronia perturbante e deliziosamente bizzarra con cui camminano, parlano, gesticolano, vestono identiche al punto che quando si scuce il bottone del cappotto di una, devono cambiare i bottoni di entrambi i cappotti per averli esattamente uguali. Orlando Bloom (guasconissimo sciupafemmine attempatello, anche se l’accento irlandese ogni tanto gli scivola nella caricatura) è Gareth Mulroney, il vicino di casa sedotto in chiesa e trasformato in ossessione condivisa. Domhnall Gleeson è l’assistente sociale che prova, con pazienza tutta britannica, a separarle un centimetro alla volta, a partire da una scatola di sardine (chi sa, sa).
Il Leone per il titolo migliore è già assegnato a mani bassissime: nasce da un lapsus vero, quello con cui le gemelle di York Freda e Greta Chaplin, ribattezzate dai tabloid nel 1981 “le gemelle assatanate” per l’ossessione condivisa verso un vicino camionista, storia a cui il film liberamente si ispira, si confusero in tribunale pronunciando all’unisono la stessa imprecazione storpiata. E anche quello per la dedica più bella è già preso: alla conferenza stampa al Lido, Herzog ha raccontato di aver detto al montatore, durante la prima proiezione: “Questo è un film per cui vorrei che David Lynch fosse qui con me. Avevamo una comprensione profondissima del lavoro dell’altro, pur essendo molto diversi”. E infine: ”Vorrei poter riportare indietro le lancette e invitarlo stasera… ma non funziona così”. Pure noi, Werner. Lacrimuccia.
E no, il film non fa il giro, ma è un’extravaganza herzoghiana che ha pure un cuore tenero e strambissimo, e lo dimostra più nei dettagli che nella trama: nelle quattro mani che versano il tè con grazia dalla stessa teiera, nella lettera scritta insieme ma con due grafie diverse, nell’ostinarsi a voler passare l’aspirapolvere in due quando chiaramente c’è spazio solo per una, nei foulard identici annodati usando l’altra sorella come specchio invece del proprio riflesso, nei cenni d’intesa e nelle risatine bambine ma pure un po’ arrapatelle. Anche i costumi, firmati da Maeve Paterson, raccontano la stessa comunione: abiti di chambray lunghi fino alle caviglie, cardigan gemelli, borsette ricamate portate sui bracci opposti per poter camminare gomito contro gomito, sempre all’unisono.
Fermate da un ordine restrittivo da parte di Mulroney, che nel frattempo si è sposato, le due sorelle finiscono per rifugiarsi da una zia in campagna, verso le grotte di Keshcorran, nella contea di Sligo, fotografate da Peter Zeitlinger con una malinconia venata di magia, convinte che scavando a mano oltre quella collina le aspettino le Isole Orcadi, terra promessa dove l’amore vero, a due, anzi, a tre, sia finalmente possibile.
È un film ondivago, tocca ammetterlo, che passa dal grottesco da tribunale più scatenato alla poesia più sublime con la stessa disinvoltura con cui le due sorelle finiscono la frase l’una dell’altra. E ci sono sequenze barocchissime che portano una volta di più la firma dell’autore. Ma Herzog non tratta mai le sue gemelle come fenomeno da baraccone, le guarda invece con la stessa tenerezza ostinata con cui ha raccontato outsider, grizzly, nani in rivolta e uomini che trascinano una nave sopra una montagna, e inquadra quanto può essere educata la spietatezza con cui la società corregge chi non le somiglia: tribunali, assistenti sociali, vicini pronti ad aiutare, ma solo per farle rientrare nei ranghi. “Mi dispiace, non posso farvi uscire perché non potete essere dentro”, dice qualcuno alle sorelle nelle grotte (altra ossessione di Werner), secondo l’impeccabile logica herzoghiana di chi guarda da sempre l’assurdo come fosse sacro. E qui in qualche modo lo è davvero.
















