‘Argentina, 1985’ è una furbissima (e bellissima) lezione di Storia | Rolling Stone Italia

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‘Argentina, 1985’ è una furbissima (e bellissima) lezione di Storia

Il film di Santiago Mitre in concorso a Venezia 79 ripercorre le vicende dei procuratori che perseguirono i responsabili della fase più sanguinosa della dittatura militare argentina, ribadendo il ruolo fondamentale della giustizia: far sì che certi abomini non accadano «nunca más». La nostra recensione

Il cast di 'Argentina, 1985' in una scena del film

Foto: Amazon Studios

La mia materia preferita, al liceo, era Storia. Ogni volta che lo ammettevo, chi avevo di fronte strabuzzava gli occhi come a dire «Madonna, che palle», allora rincaravo ulteriormente la dose confessando che, pure quando c’era il tema in classe mensile, sceglievo sempre quello di Storia. Il merito era di una professoressa illuminata (l’unica, in una vita scolastica piuttosto scoraggiante per quanto riguarda il corpo docente) alla quale non interessavano tanto le date o la ripetizione a pappagallo della Guerra delle Due Rose, quanto farci ragionare sulle cause e le implicazioni dei singoli eventi storici, sulla personalità e la psicologia dei protagonisti, sulla prevedibilità di alcune azioni e decisioni politiche.

La lezione che voleva impartirci è che solo conoscendo la Storia è possibile leggere il mondo; solo conoscendo la Storia è possibile non ricadere in errori fatali; solo conoscendo la Storia è possibile capire la realtà. Ci divertivamo – o meglio, mi divertivo – parecchio a sentirla rispondere a tutte le domande che le rivolgevo a mitraglietta: spesso ridevamo, scappavano un paio di spiritosaggini, e scoprivo che il tragico può (e deve) avere un risvolto grottesco, paradossale, kafkiano.

La Storia è anche il modo in cui ci viene raccontata, l’ho imparato dalla mia professoressa, e una materia considerata da chiunque noiosa, difficile e scoraggiante può (e deve) essere narrata in maniera tale da non risultare indigesta. Chissà se Santiago Mitre ha avuto la fortuna d’incontrare la mia prof o la sua equivalente, di sicuro ha avuto alle spalle un ottimo produttore (Amazon Studios) ed era molto determinato nel voler ripercorrere il processo a carico degli autori di una delle fasi più sanguinose della dittatura militare argentina con un registro raramente utilizzato finora.

Argentina, 1985, presentato in concorso a Venezia 79, ripercorre le vicende dei procuratori Julio Strassera (uno strepitoso Ricardo Darín) e Luis Moreno Ocampo (un altrettanto azzeccato Peter Lanzani), che nel 1985 indagarono e perseguirono i comandanti rei di arresto, detenzione clandestina, tortura e assassinio di trentamila dissidenti o sospettati tali (novemila accertati secondo i rapporti ufficiali del CONADEP) dal 1976 al 1983.

La definirono «guerra sucia», «guerra sporca», un genocidio caratterizzato dalla massiccia violazione dei diritti umani e civili nei confronti della popolazione argentina, guidato da numerosi militari che appunto nel 1985 vengono chiamati a rispondere dei loro reati davanti alla giustizia. Senza lasciarsi intimidire dall’ancora notevole influenza che l’esercito ha sulla nuova e fragile democrazia, Strassera e Moreno Ocampo formano un giovane team legale di improbabili antieroi per ingaggiare una battaglia che ricorda quella di Davide contro Golia, dove non mancano momenti di incredibile tragicomicità, ché Mitre ne è consapevole: al pubblico va indorata la pillola, e lui decide di accarezzare di tanto in tanto la commedia, non lesinando battute e sketch di fronte ai quali è inevitabile concedersi una risata e che – soprattutto – nulla levano alla drammaticità degli eventi.

Blasfemia? No, furbizia. Altrimenti non si spiegherebbe la capacità di Argentina, 1985 di tenerti incollato alla sedia per 140 minuti (unico neo del film: una sforbiciata di quindici minuti sarebbe stata cosa buona e giusta) e l’applauso lungo, scrosciante e commosso del pubblico veneziano quando manco erano iniziati i titoli di coda. «Ricordo ancora il giorno in cui Strassera formulò l’atto di accusa: il boato dell’aula del tribunale, l’emozione dei miei genitori, le strade finalmente in grado di festeggiare qualcosa che non fosse una partita di calcio, l’idea di giustizia come un atto di guarigione. Il processo del 1985 permise alla giustizia argentina di riconoscere e rivendicare un diritto a lungo negato».

Le parole e la pellicola di Mitre hanno proprio questo innegabile merito: ribadire il ruolo fondamentale che la Storia sapientemente narrata e che la giustizia hanno nella vita umana. Quello di far sì che certi abomini e depravazioni non accadano «nunca màs».

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