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‘Animali selvatici’: la banalità del razzismo passata ai raggi X da Cristian Mungiu

Il nuovo film del regista Palma d’oro a Cannes nel 2007 con '4 mesi, 3 settimane, 2 giorni' è una riflessione sulla xenofobia di ritorno e sulla morte della pietas, ma anche e soprattutto un'analisi acutissima della natura umana

Foto: Bim Distribuzione

C’è una scena pazzesca in Animali selvatici di Cristian Mungiu (che è uscito il 6 luglio con Bim Distribuzione, e butto lì una riflessione: ha senso far uscire un ottimo film d’essai d’estate, per giunta con la “svalutation” del cinema a 3,50 euro?): un piano sequenza che dura circa 17 minuti (me l’ha confermato il regista stesso, mentre accompagnava pazientemente e con entusiasmo il film dove gli era possibile), praticamente un’assemblea cittadina di un paesino della Transilvania, in cui i residenti protestano contro un panificio locale “reo” di aver assunto tre dipendenti provenienti dallo Sri Lanka. Ed è pazzesca per due motivi.

Il primo è che fa venire i brividi, ma è anche di una contemporaneità spietata sentire quella sequela caotica e nonsense di rivendicazioni xenofobe: “non abbiamo nulla contro di loro, ma se ne devono tornare a casa”, “ci rubano il lavoro” (un lavoro a salario minimo, che nessuno dei local ha accettato, preferendo invece andare magari in Germania o vivere di sussidi), e l’ancor più agghiacciante “portano malattie”, con annessa spiegazione pseudoscientifica del medico del paese e il silenzio assordante del parroco.

Il secondo motivo è che quella scena madre è cinematograficamente strabiliante: girata da una singola cinepresa fissa, senza nemmeno l’ombra di un taglio, giocando soltanto con il fuoco e il fuori fuoco sull’onda emozionale della polemica, vede inquadrate decine di persone che parlano, gridano, dissentono, si sovrappongono in almeno tre o quattro lingue diverse. Ed è tutto naturalissimamente chiassoso, una coreografia di lamento che sta tra il documentario e il coro greco delle tragedie. Fino alla (im)prevedibile degenerazione.

Chi frequenta il cinema di Cristian Mungiu, Palma d’oro a Cannes nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni e autore anche di Un padre, una figlia (che nel 2016 vinse il premio per la regia sempre sulla Croisette) ne conosce le istanze realiste («Nella vita non puoi fare tagli», mi ha detto), d’altronde cita spesso Miloš Forman tra le sue ispirazioni. Così come un certo modo di pensare il cinema corale à la Robert Altman, sempre però radicato nella sua Romania. Animali selvatici non fa eccezione, ma apre lo sguardo: quel villaggio di frontiera, un melting pot di etnie (tedeschi, rom, rumeni, ungheresi) e di religioni, una babilonia di lingue diverse, paradossalmente è riluttante ad accogliere il nuovo, lo straniero, il diverso in una vera e propria crisi di identità comunitaria (ed europea?).

«A quanto pare, l’empatia ed altre abilità di interazione sociale hanno origine sulla superficie della corteccia cerebrale, mentre gli istinti più animali che hanno contribuito alla sopravvivenza della specie umana occupano il restante 99% del cervello», sottolinea il regista, e infatti il titolo originale è R.M.N., che sta per Risonanza Magnetica Nucleare. Altro che il buon selvaggio e lo stato di natura di Rousseau, se l’essere umano si lascia andare alle sue pulsioni primitive è perduto, siamo perduti tutti. Mungiu però non fa mai l’errore di etichettare buoni o cattivi, perché tutti possiamo essere entrambi. Vedi i gestori del panificio, che ovviamente sostengono i diritti dei lavoratori cingalesi, ma probabilmente più per necessità (di finanziamenti dall’Unione Europea) che per altruismo.

Foto: Bim Distribuzione

Il protagonista, Matthias (Marin Grigore), è un rumeno emigrato in Germania per lavoro, che ritorna nel suo paese d’origine dopo aver aggredito un collega del mattatoio per un insulto razzista (“zingaro”, ehm, eccoci qua). A casa troverà il padre (Andrei Finți) gravemente malato (di un cancro al cervello, R.M.N. again), l’ex amante a capo del panificio (Judith State) e il figlio (Mark Blenyesi) che non parla più da quando ha visto qualcosa nel bosco, sostiene la madre iperprotettiva (Macrina Bârlădeanu), colpevole di averlo cresciuto un po’ troppo “femminuccia”. Ecco allora che Matthias nel suo analfabetismo emotivo prende il fucile, porta il bambino nel bosco e gli fa un corso accelerato di machismo, al grido di “chi ha pietà muore per primo”.

Ma cosa sono gli uomini senza “pietas”? As bestas, per dirla con Rodrigo Sorogoyen. E non è certo un caso che i migliori film di quest’anno parlino della nostra intolleranza esponenziale verso l’altro. Una tensione passata davvero ai raggi X e sublimata in un finale con un tocco di surrealismo che Mungiu, giustamente, si sforza di non raccontare ai tantissimi che gliene chiedono conto. Perché il cinema, quello migliore, non si spiega.

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