Andate a vedere ‘Divine Comedy’ di Ali Asgari, non ve ne pentirete | Rolling Stone Italia
In Vespa a Teheran

Andate a vedere ‘Divine Comedy’ di Ali Asgari, non ve ne pentirete

Fare una (bella) commedia su un regista iraniano che non può proiettare un film in patria (e, pare, nemmeno promuoverlo fuori) è uno dei gesti politici più forti che il cinema stesso possa permettersi. E sostenerla, in tanti, pure

Andate a vedere ‘Divine Comedy’ di Ali Asgari, non ve ne pentirete

Bahman Ark e Sadaf Asgari in 'Divine Comedy' di Ali Asgari

Foto: Teodora

C’è una scena, in Divine Comedy, che pare una gag da commedia leggera e invece è una dichiarazione politicissima: un uomo sul retro di una Vespa rosa, guidata da una donna con i capelli blu, che attraversa Teheran. Non sta scappando, non sta nemmeno inseguendo nessuno. Sta andando a chiedere un permesso. Per proiettare il suo film. In altre parole: per esistere, artisticamente. È in quell’immagine, sghemba, buffa, stonata, quasi slapstick, che il cinema di Ali Asgari trova la sua forma più compiuta: l’umorismo come ultima risorsa quando tutto il resto viene sottratto.

Divine Comedy (al cinema dal 15 gennaio con Teodora, dopo la presentazione in Orizzonti a Venezia 81) è lieve ma incalzante, buffo ma ferocemente serio, spinto dal desiderio di muoversi in un mondo che resta ostinatamente immobile. È il ritratto lucido di un sistema che non deve neanche essere esplicitamente repressivo per essere oppressivo, perché la sua burocrazia, il suo essere incomprensibile e statico, fa già il lavoro sporco; è un film che parla di censura senza mai urlarla, di repressione culturale senza mostrarla frontalmente, di potere senza bisogno di metterlo in scena come un mostro. Lo fa raccontando l’odissea tragicomica di Bahram (interpretato da Bahman Ark), regista quarantenne i cui film, girati in lingua turco-azera, non sono mai stati proiettati in Iran perché, semplicemente, non hanno mai ottenuto il permesso di esistere. È un cinema fantasma, il suo, che ha (di nuovo) il permesso di vivere solo nei corridoi dei ministeri, nelle attese infinite, nei dialoghi circolari con funzionari che non dicono mai no, ma non dicono nemmeno sì. È un inferno amministrativo che ricorda Dante solo nel titolo, ma Kafka in ogni inquadratura. E così Bahram decide di unire le forze con la sua produttrice, Sadaf (Sadaf Asgari), per organizzare una proiezione clandestina in stile guerriglia a Teheran.

DIVINE COMEDY - Trailer Ufficiale (Dal 15 Gennaio al Cinema)

Non a caso, prima di Divine Comedy, Asgari aveva co-diretto Kafka a Teheran, film-saggio sull’assurdità della burocrazia iraniana e sul modo in cui il potere si esercita attraverso il linguaggio, i “no”, le regole, le attese. Qui quella riflessione diventa ancora più narrativa, più fluida, persino più accessibile, senza perdere un grammo di radicalità. Perché Divine Comedy è, prima di tutto, un film divertente. E lo è perfino in modo pericoloso per un Iran in cui le proteste per i diritti civili e contro il regime degli ayatollah continuano ad accendere le piazze, perché c’è chi continua a credere che (anche) il cinema, la visione collettiva, la possibilità di raccontare storie, sia uno strumento essenziale di libertà.

Asgari appartiene a quella generazione di cineasti iraniani che non hanno più bisogno di spiegare l’oppressione: la danno per scontata e si concentrano sulle sue conseguenze quotidiane. In questo senso il paragone con Jafar Panahi è inevitabile. Come Panahi, Asgari è un regista dissidente non per posa, ma per necessità. Come Panahi, ha conosciuto divieti, sequestri di passaporto, impossibilità di viaggiare. E come Panahi ha scelto il cinema come spazio di resistenza minima, ostinata, ironica. Non è un caso che Divine Comedy arrivi nelle sale italiane dopo che Panahi ha firmato Un semplice incidente, uno dei film della stagione: due opere diversissime, ma unite da un’idea comune di cinema come atto di disobbedienza gentile, come documento visivo e morale di un tempo storico: Panahi lavora per sottrazione, Asgari per accumulo grottesco. Se Panahi mette in scena l’immobilità forzata, Asgari si concentra sul movimento inutile. Ma entrambi raccontano un Paese in cui anche il gesto apparentemente più banale (guidare, parlare, filmare) può diventare un atto politico.

Bahman Ark in ‘Divine Comedy’. Foto: Teodora

Il momento storico pesa su ogni fotogramma. Divine Comedy esce mentre l’Iran attraversa una nuova fase di repressione, con blackout informativi, restrizioni ai viaggi, controlli sempre più stringenti sugli artisti. Asgari, infatti, non ha potuto essere in Italia per accompagnare il film: bloccato a Teheran, irraggiungibile per giorni, assente fisicamente ma paradossalmente più presente che mai nel suo cinema. Anche questo dettaglio, extra-filmico, diventa parte integrante dell’opera: Divine Comedy è un film che parla di assenze forzate e ne incarna una: «Hai due possibilità: fare un film con il permesso e non correre rischi, oppure farlo senza permesso e accettarne le conseguenze. Io ho scelto la seconda», ha detto lo stesso regista a Variety. «Non faccio film politici per provocare qualcuno, ma non mi piace l’idea di essere censurato. Credo che un regista debba essere libero. Se vai al Ministero della Cultura a chiedere un permesso, stai già rinunciando a quella libertà. È una cosa che io non faccio mai».

Eppure, nonostante tutto, il tono non è mai cupo. Qui entrano in gioco i riferimenti dichiarati e sotterranei di Asgari: Woody Allen, certo, nella costruzione di un protagonista intellettuale, nevrotico, schiacciato da un sistema più grande di lui (e nel jazz, che ormai è molto di più che una firma), ma soprattutto Nanni Moretti, evocato esplicitamente da quella Vespa che attraversa la città come (già lo sapete) in Caro diario. Solo che Teheran non è Roma, e il diario personale diventa immediatamente politico. Ogni strada percorsa è una deviazione consentita, ogni fermata un possibile blocco. Ma le citazioni cinefile disseminate nel percorso (da Matrix a Godard) non sono mai gratuite: sono un modo per ricordarci che il cinema è mondo possibile, contraddizione, ironia, visione. E quando il sistema cerca di soffocarne la polifonia, succede qualcosa di inatteso: l’umorismo diventa un atto di resistenza.

Bahman Ark e Sadaf Asgari in ‘Divine Comedy’. Foto: Teodora

Il film è pieno di piccoli momenti che fanno sorridere e subito dopo gelano il sangue: un funzionario che consiglia di cambiare il finale di un film che nessuno ha visto; un altro che suggerisce di “avere pazienza”, come se il tempo fosse una risorsa infinita; una stanza d’attesa che sembra non finire mai; non detti, ricatti, compromessi. È qui che Asgari mostra la sua intelligenza registica: non denuncia il regime attraverso la violenza, ma attraverso la ridicolizzazione del suo funzionamento: «Ho sentito che la satira fosse più adatta a esprimere quello che stiamo vivendo, perché quando la usi mostri quanto siano ridicole e stupide le regole», di nuovo Asgari. «E in questo modo riduci il potere del sistema e aiuti anche il pubblico internazionale a entrare in contatto con queste storie».

Nel panorama del cinema iraniano Divine Comedy è un’opera meno allegorica del cinema di Kiarostami, meno frontale di Panahi, ma più esplicitamente urbana, contemporanea, immersa nel presente. È un film che parla di cinema, ma soprattutto parla di chi resta, di chi non emigra, di chi continua a fare i conti con un sistema che vuole sfinirlo. Alla fine, quella Vespa rosa non porta Bahram da nessuna parte. O forse sì: lo porta esattamente dove deve stare, dentro un film che esiste nonostante tutto. Divine Comedy è una commedia sulla resistenza quotidiana, sull’umorismo come strategia di sopravvivenza, sul cinema come atto di fede laica. E proprio per questo, oggi, fare questo film è uno dei gesti politici più forti che il cinema stesso possa permettersi. E andarlo a vedere, in tanti, pure.

Bahman Ark e Sadaf Asgari in ‘Divine Comedy’. Foto: Teodora

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