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‘Anche io’: tutte le donne del produttore

Per raccontare l’indagine che ha portato allo scandalo Weinstein (e alla nascita del #MeToo), il film di Maria Schrader si rifà al classico con Hoffman e Redford. Stavolta ‘incarnati’ da Zoe Kazan e Carey Mulligan

Foto: Universal Pictures

Parlate con qualsiasi giornalista d’inchiesta: tutti vi confermeranno il mix di eccitazione e terrore che li travolge il momento prima di schiacciare il bottone “Pubblica”. Tantissimo lavoro ha preceduto quell’istante; tantissimo tempo impiegato (e a volte buttato) per portare qualcosa alla luce, o per assicurare qualcuno alla giustizia. E poi, con un semplice clic (almeno da quando siamo entrati nell’era digitale), si passa il punto di non ritorno – e/o si entra nel regno delle possibili ritrattazioni.

Questi clic possono cambiare il mondo, grazie a ogni singolo passo che proprio a quel clic ha condotto: le telefonate a freddo, le indagini porta a porta, le ore di ricerca a “scavare” migliaia di dati prima di dissotterrare qualche scottante verità. È il tipo di lavoro che ha portato due reporter del New York Times, Jodi Kantor e Megan Twohey, a pubblicare un articolo con tutti i dettagli sull’annosa storia di abusi sessuali che ha visto per protagonista il produttore Harvey Weinstein – e il modo in cui, grazie a una rete di complici e alla paura dell’industria cinematografica di pagare un caro prezzo se chiunque avesse parlato, è riuscito per anni a non essere condannato per i suoi crimini. È stato un segreto di Pulcinella per decenni, e un caso che moltissimi giornalisti hanno cercato di sollevare per anni. Kantor e Twohey sono state le prime a riuscire a far parlare per la prima volta moltissime testimoni. La loro inchiesta è stata seguita, pochi giorni più tardi, da quella di Ronan Farrow sul New Yorker. Ed è lì che la diga è franata.

Anche io, nelle sale dal 4 gennaio, sa che il pubblico conosce già il finale di questa storia, ma anche che in realtà non c’è una vera e propria parola “fine”. Gli spettatori sanno che dopo l’ultima scena avverranno molte più cose: i processi, le pene, la nascita del movimento #MeToo, i contraccolpi, e tantissimi altri casi di abuso messi finalmente alla luce del sole. E non solo nel mondo del cinema: qualsiasi industria ha dovuto fare i conti con i propri mostri, dopo lo scoppio dello scandalo Weinstein e le conseguenze che ha generato. Come nel libro omonimo del 2019 (edito in Italia da Vallardi, ndt), questo solido dramma vuole farvi vedere il sangue, il sudore e i litri di lacrime che hanno preceduto la pubblicazione della prima inchiesta, ma anche tutti i sacrifici fatti e le minacce e i muri apparentemente invalicabili che le due giornaliste si sono trovate davanti. È un film non solo sulla giustizia, ma anche sul vecchio modo di fare giornalismo investigativo.

C’è ovviamente un illustre precedente, per questo genere di film, e Anche io non cerca in nessun modo di nascondere che è proprio il DNA di Tutti gli uomini del presidente a scorrere nelle sue vene; sa perfettamente che il confronto con quel titolo glorioso è inevitabile. Dunque sceglie di replicare quasi pedissequamente quello schema, in quanto a rigore dell’indagine e autenticità della messa in scena. I nostri Hoffman e Redford hanno stavolta le sembianze di Zoe Kazan e Carey Mulligan, che interpretano rispettivamente Kantor e Twohey, due giornaliste del Times totalmente diverse tra loro ma capaci di passare dall’essere in competizione al diventare del tutto solidali l’una con l’altra in un battito di ciglia. C’è una scena all’inizio del film in cui si guardano con aria un po’ sospetta, prima di decidere di fare squadra e mostrarsi, anche agli occhi dello spettatore, come un’entità sola.

In modo molto efficace la regista, la tedesca Maria Schrader, non fa partire il film con la prima telefonata fatta o la prima minaccia ricevuta dalle due giornaliste. Anche io si apre con una ragazza che cammina per la campagna irlandese, prima di imbattersi nel set di un film in costume. Le è stato offerto un lavoro nella produzione, ed è felicissima di cominciare quell’esperienza. Un attimo dopo, vediamo quella stessa ragazza mentre corre lungo una strada, tenendo i suoi vestiti stretti fra le mani e piangendo disperata. Scopriremo più avanti che quella ragazza si chiama Laura Madden (nella versione adulta è interpretata da Jennifer Ehle), e che diventerà una delle testimoni chiave nell’indagine del Times.

Fin dalle primissime scene del film, insomma, vediamo le conseguenze delle azioni di Weinstein. Madden inizia il suo lavoro nel cinema piena di energia e di speranza; lo abbandona dopo poco da sopravvissuta che afferma di scontare ancora i traumi subiti molti anni prima. Diventerà purtroppo uno schema molto familiare: quell’uomo non solo ha abusato del suo potere e ha aggredito quelle donne, ma ha anche tolto loro il desiderio di essere parte di quel processo creativo che è il cinema. Oltre a mettere in scena senza sconti fin dall’inizio tutta la violenza subita da quelle donne, e tutti i modi in cui le loro vite sono state distrutte a volte per sempre, Anche io vuole ridare a quelle stesse donne le loro voci, che erano state messe a tacere.

E lo fa per davvero. Per ogni scena in cui Kazan e Mulligan si prendono una porta in faccia o si vedono contestare alcuni dei loro risultati, ci sono momenti in cui gli sforzi che hanno fatto le porteranno a parlare con le dirette vittime del caso. A volte qualcuna parlerà controvoglia, nonostante la pazienza e l’empatia mostrata dalle due giornaliste. Altre, invece, quelle storie verranno sputate insieme a un’enorme dose di veleno, per bocca di donne che finalmente si sentono ascoltate e comprese. Ci sono dei flashback a coprire certi buchi, e vi ci vorrà qualche secondo per capire che è la vera Ashley Judd, in una chiamata su FaceTime, a interpretare sé stessa quando dice che sì, il produttore a cui si riferiva nell’editoriale che aveva scritto era proprio Harvey. Una lunga chiacchierata con un’ex dipendente della Miramax in un bar di Londra serve come esempio più lampante dei danni causati da Weinstein – e anche come riconferma della bravura di Samantha Morton, un’attrice in grado di trasformare una “semplice” conversazione in un monologo pieno di dolore e coraggio.

L’enfasi sul punto di vista femminile di questa storia non si ferma al titolo (l’originale è She Said, ndt), ma si estende ad ogni aspetto del racconto. Dirci che Kantor e Twohey hanno fatto tutto quello che avevano già realizzato Woodward e Bernstein, ma in tacchi e gonnella, sarebbe stato troppo riduttivo. Ma non ricordo nessuna storia à la Watergate in cui i reporter protagonisti devono anche fare i conti con i loro doveri di genitori, o con la depressione post-partum; né – in quella che è la scena più divertente e insieme più spaventosa del film – urlare contro uno stronzo incontrato in un bar che fa loro avance troppo esplicite. Schrader, la sceneggiatrice Rebecca Lenkiewicz, Kazan e Mulligan ci dimostrano in ogni momento quanto le due protagoniste siano brave nel loro lavoro; ma anche che, a livello sociale e culturale, non c’è ancora una vera parità rispetto ai colleghi maschi.

Ma l’elemento più significativo, e quello capace di porre Anche io una spanna sopra altri drammi giornalistici simili, sono le origini contorte dell’intera vicenda. Il film sembra dirci che questa inchiesta è partita davvero per merito o colpa della frustrazione di Twohey di fronte a una sua precedente indagine, che vedeva coinvolte molte donne che accusavano Donald Trump di molestie sessuale; indagine che, però, non ha impedito allo stesso Trump di essere eletto come Presidente degli Stati Uniti. Dopo quell’inchiesta, Kantor va dalla sua caporedattrice Rebecca Corbett (Patrica Clarkson, sempre una certezza) e le dice: “E cosa facciamo con Hollywood?”. Una telefonata con Rose McGowan aveva lasciato intendere che Harvey Weinstein era il nome su cui indagare, e che c’era tutta una catena di conniventi legata al produttore. L’idea è che, in politica come al cinema come in qualsiasi altro settore, si arriva sempre a un punto in cui il potere diventa corruzione e menzogna.

Quando l’avvocato di Weinstein e un ex dipendente della Miramax confermano che “seguire i soldi” (vale a dire gli accordi commerciali a cui Weinstein costringeva molte donne per non farle parlare) era la strada giusta da seguire, si capisce quanto profondo e radicato sia stato questo sistema. Anche io è una storia sulle sopravvissute, ma anche sul sessismo sistemico, sugli abusi e le intimidazioni che hanno tenuto in scacco per decenni Hollywood.

Alla fine, il film non vuole dirci che su tutti i crimini commessi sia stata fatta giustizia per sempre. Vuole principalmente essere un omaggio a due donne che si scontrate con un Golia e l’hanno fatto a pezzi, non con un colpo solo ma attraverso un milione di piccole ferite e il tostissimo lavoro svolto. Kazan e Mulligan non solo regalano performance eccellenti, ma incarnano l’eroica impresa di Kantor e Twohey facendoci comprendere l’importanza del fare e farsi domande, cioè il metodo principale usato per travolgere Weinstein. Il dibattito non è finito, ma ha cambiato le cose per sempre. E quando, alla fine del film, vediamo le due reporter e i loro colleghi mentre, tutti insieme davanti a un computer, stanno per premere il bottone “Pubblica”, allora capiamo che sono davvero due eroine che hanno sconfitto un drago.

Da Rolling Stone USA

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