Nel musical più bello del cinema francese, che potrebbe essere il musical più bello del cinema in generale (lo metto fra parentesi così non dovete cercarlo: Les parapluies de Cherbourg), la protagonista, una certa Catherine Deneuve, non canta con la sua voce. Questo per dire come i francesi hanno sempre inteso il genere più bello di tutti, che in Italia non si è mai filato nessuno – musicarelli a parte: ma non erano esattamente Vincente Minnelli, ecco.
I francesi al cinema hanno sempre cantato, e quando l’hanno fatto con le loro voci pure male, o comunque rispondendo a un principio che non era quello del musical classico americano: il genere era al servizio delle storie, non viceversa. Dunque, se un attore cantava maluccio, andava bene uguale. Ne sono nati, in anni recenti, piccoli capolavori come Parole, parole, parole… di Alain Resnais (in originale On connaît la chanson), Les chansons d’amour di Honoré, 8 donne e un mistero di Ozon, pasticci però divertenti come Annette di Carax, fino a Emilia Pérez di Audiard, internazionale nello spirito ma francesissimo nell’impianto cinemusicale.
Adesso arriva Allora balliamo di Amélie Bonnin (da un suo corto omonimo, titolo originale Partir un jour, nelle sale dal 18 giugno con Fandango), che segue la tradizione con qualche differenza. Intanto, la protagonista canta con la sua voce. Juliette Armanet è una cantautrice molto brava (sentitevi il suo album d’esordio Petite amie, dove c’è il singolo che l’ha fatta conoscere, L’amour en solitaire). Si inizia da qualche anno a vedere al cinema (Rosalie di Stéphanie Di Giusto, arrivato anche da noi, e l’ancora inedito e molto bello Les enfants vont bien di Nathan Ambrosioni).
Qui è molto brava, fa una chef lanciata da una sorta di MasterChef in Tv e prossima ad aprire il suo primo ristorante fra paturnie in stile The Bear. A un certo punto, torna al paesello. Mamma e papà gestiscono una trattoria per camionisti, c’è ovviamente la cotta del liceo (Bastien Bouillon di La mattina scrivo), e quel piccolo mondo sempre fotografato col realismo dei francesi. Cécile, questo il suo nome, ha altri cavoli per la testa: è incinta, non sa che fare, non sa se dirlo al compagno o no, se restare in provincia o tornare in città, discute col padre, cerca l’ispirazione per il signature dish del suo nuovo locale – ovviamente sarà, spoiler-no-spoiler, una madeleine d’infanzia.
Tra una magagna e l’altra, canta (pure la bella title track nel finale). E cantano tutti moltissimo. Bene, male, chi se ne importa: è un musical francese. Da Stromae a Céline Dion a Parole parole nella versione Dalida/Delon, a un sacco di cose a noi ignote: la scena clou con il vecchio non-fidanzato è uno spassoso duetto su Femme Like You di K.Maro, c’è una scena molto tenera col padre su Cécile ma fille di Claude Nougaro. Sono legacci tra un momento e quello successivo, sintesi intelligenti per riempire le ellissi della trama.

Cécile (Juliette Armanet) e la mamma (Dominique Blanc) cantano ‘Paroles paroles’. Foto: Fandango
Allora balliamo ha aperto Cannes 2025 sollevando un certo scandale tra i criticoni più duri e puri. In realtà, è un (non così) semplice feelgood movie sentimentale che non chiede niente di più, e alla fine, nella sua avveduta naïveté, dà più di quello che promette.
In Italia il musical non solo non se lo fila nessuno, ma le poche volte che ci hanno provato (penso a Un’avventura, da Battisti) è stato un disastro. In Francia non solo sono stati bravissimi ad aver ripensato, a modo loro, il genere, ma la gente questi film va pure a vederli: 650mila le admissions per Partir un jour. Facendo la conversione secondo il prezzo medio dei biglietti, saranno 5-6 milioni di euro. Non ho altro da aggiungere.











