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Alice Rohrwacher: «Dedicato alle bambine “cattive”» (che poi cattive non lo sono mai)

Il commento a caldissimo della regista dopo la nomination all'Oscar del suo corto 'Le pupille'

Foto: Disney+

Pochi minuti dopo la nomination agli Oscar per il corto Le pupille, Alice Rohrwacher è in collegamento con i giornalisti su Zoom: «Lo speravo, ma non me lo aspettavo. La selezione è talmente vasta, e già entrare nella quindicina era stata una sorpresa incredibile. Questa è una gioia ancora più grande», sorride.

«Da una parte, come dice la nostra costumista Loredana Buscemi, Le pupille è un mini kolossal, un film corto, di 40 minuti, ma a cui abbiamo lavorato con una dedizione e una cura come se fosse un lungometraggio», dice la regista. «Ecco, credo che quel lavoro, quella cura, si vedano. È una storia di Natale che si rivela in tutta la sua qualità di parabola». Ma c’è di più: «Forse è un momento in cui le bambine “cattive” devono avere una voce e in qualche modo questo film dà una voce a quelle bambine che vengono definite “cattive”, che poi sono tutt’altro che cattive. Se penso a quello che sta accadendo in tutto il mondo, la presenza di queste bambine è molto importante». Pensi alle ragazze afghane e iraniane? «Sì sì, ma pure a quelle svedesi, umbre. Ovunque». E la dedica di questa nomination è ovvia: «A tutte queste bambine che stanno lottando dappertutto nel mondo, che possano rompere questa torta e far sì che possa essere condivisa».

Dopo l’annuncio, Alfonso Cuarón ha chiamato immediatamente Alice: «Sta girando, era felicissimo, l’avventura continua», racconta lei, che ammette quanto ovviamente il coinvolgimento del premio Oscar messicano sia importante: «Stiamo parlando di un film prodotto e supportato da Cuarón (insieme a tempesta di Carlo Cresto-Dina) e da Disney, che ci ha lasciato totale libertà, e questo ha giovato in America».

E ricorda: «Quando Alfonso mi ha chiesto se volevo pensare a una storia di Natale, mi è subito venuta in mente questa lettera che Elsa Morante aveva scritto a Goffredo Fofi. È qualcosa che è sempre risuonato nella mia testa e che non avevo mai pensato di girare». Il corto ruota attorno a una torta natalizia in un istituto cattolico per ragazze durante la guerra: «Ho chiesto se potevo trasferirla in un collegio femminile, tutto l’antefatto è stato inventato. Quella che racconto è una strana forma di ribellione, è la ribellione della coerenza, della condivisione. Serafina è una bimba buonissima ma è coerente, le è stato detto che è cattiva e lei scardina il sistema di potere che vuole tenersi la torta per sé», spiega Alice. «Non so se mi sento una bambina “cattiva”, ma sapere che le pupille che abbiamo nei nostri occhi, pensare che potenzialmente abbiamo tutti queste bambine nel nostro sguardo… a prescindere da maschile e femminile, questa capacità di vedere mi rincuora».

Quanto ha premiato secondo Alice l’essenza profondamente italiana del film e del suo cinema? «Sicuramente è un manifesto d’amore per l’Italia da parte mia, un Paese che amo, nonostante tutto, e che viene raccontato anche nei piccoli dettagli, dai costumi alle scenografie. Una storia in cui, in questo suo farsi profondamente collettiva, trovo la bellezza dell’Italia e del suo cinema, che era fatto di storie collettive. Il pubblico americano è legato a Babbo Natale, invece qui c’è un omaggio al Natale molto italiano: prima della grande amnesia in cui viviamo, il Natale era legato al tema della Natività, del compleanno di Gesù. Le pupille per il pubblico straniero parla una lingua arcaica, di cui possono sentire nostalgia. D’altra parte anche le parole stesse di Elsa Morante dedicate a Goffredo Fofi sono un grande, straziante manifesto d’amore per l’Italia, che lei amava molto».

Durante l’annuncio delle nomination, Alice era connessa con le bambine protagoniste del corto: «Abbiamo visto tutte le loro reazioni in diretta, erano felicissime. Quella a Cannes è stata una delle proiezioni più belle della mia vita, con le bimbe che che gridavano: “Viva Alice!”. Non so come ci organizzeremo per gli Oscar, ma è chiaro che la loro presenza è straordinaria, perché trasformano un momento di tensione in una gita di classe: c’è il problema delle merendine, di andare in bagno. Diventa tutto molto reale, e questo fa sempre bene».

La sorella Alba non l’ha ancora sentita perché è sul set: «Ma so già che sarà felicissima, con lei e Valeria Bruni Tedeschi (tra i volti del corto, ndr) ci siamo scritte poche parole e tantissime emoticon». Alba Rohrwacher interpreta una religiosa, questa sì, cattiva: «Ha sempre rappresentato dei personaggi in qualche modo “salvi”: la madre nelle Meraviglie, Antonia in Lazzaro felice, e avevo il desiderio grandissimo di lavorare con lei su qualcosa di diverso. Quando ho deciso di tradurre la storia di Elsa al femminile ho subito pensato che il severissimo abate, qui badessa, potesse essere Alba. Credo che anche nella recitazione di Alba si senta il grande lavoro per rendere un’altra epoca, ma pure l’autoironia».

Sul cosa significhi il fatto che Nostalgia di Mario Martone, il film designato dall’Italia, non sia entrato nella shortlist, dice: «È difficile dirlo, ci sono bellissimi film e grandissimi registi in Italia, sicuramente quest’anno c’erano titoli molto belli anche a livello internazionale, è sempre una competizione ed è difficile fare previsioni. Credo che il cinema italiano dal punto di vista dei film prodotti sia in ottima forma, purtroppo c’è una grande desolazione della sala, già in crisi prima e che poi si è aggravata con la pandemia. Speriamo che la sala torni ad essere quella che era, gli autori ce la stanno mettendo tutta, ora serve l’incontro con il pubblico».

Intanto è già partita inevitabile la polemica sulla scarsissima rappresentazione di donne registe nominate (nella categoria miglior regia nessuna): «I registi non si autonominano, vengono votati, bisogna riflettere sui film che sono stati fatti e su chi vota, sul sostegno che hanno avuto questi film, è difficile dire come sarebbe potuta andare diversamente. Sono contenta di esserci non solo come regista, ma anche come donna. E, certo, sarebbe bello che ci fosse una presenza maggiore delle donne, il problema però non riguarda solo il cinema, ma tutti i campi dell’arte. E che devono dire le donne? È una domanda che sarebbe bello porre agli uomini. Ecco, chiedetelo a loro, per favore».

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