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Alessio Cremonini, le mie prigioni

Il regista di ‘Sulla mia pelle’ torna al cinema con ‘Profeti’. E dirige ancora una volta Jasmine Trinca in una storia di prigionia che mira a svelare le contraddizioni del Medio Oriente. Tra Scola e Pontecorvo, ma guardando (con empatia) al presente

Foto: Lucky Red

Alessio Cremonini è uno di quei registi che sanno usare la parola, fuori e dentro al set. Sa metterla in scena, sa mostrartela nell’immagine, sa rendere visivo un dialogo. Può sembrare un ossimoro – un altro bravissimo a farlo, pur se con stile totalmente diverso, è Andrea Segre –, è in realtà la natura stessa del cinema, quella più profonda, che è colta da chi sa mettersi al servizio della storia pur mantenendo il proprio marchio, estetico e di contenuto, sull’opera. Lo ha fatto con Sulla mia pelle, capolavoro che ha reso giustizia, nel senso più alto del termine, alla tragedia di Stefano Cucchi e della sua famiglia; accade di nuovo con Profeti, in sala dal 26 gennaio, la cui ambizione di raccontare l’Isis con gli occhi e appunto il dialogo tra due donne – la contraddizione è potente ed evidentissima, e ovviamente fertile – è altissima ma al contempo soddisfatta. Anche grazie alle bravissime Jasmine Trinca e Isabella Nefar, che tengono le redini di questo Carnage in sottrazione che ci racconta proprio il cineasta, incontrato in occasione di un’intervista a Radio Rock, durante il The Rock Show condotto da Emilio Pappagallo, poco prima della conferenza stampa di presentazione di Profeti.

Dopo Stefano Cucchi, l’Isis. Come si fa, di fronte a certi orrori, a rimanere in piedi raccontandoli?
Riuscendo a mantenere un po’ di distanza dagli argomenti, ma senza perdere l’empatia. Devi far lavorare la testa in modo che tenga a bada il cuore, che però deve esserci. Ti dirò però che è un allenamento che nel film Sulla mia pelle è stato molto più difficile, era durissimo lì non lasciare spazio all’emotività, quella storia era inevitabilmente ancora più impattante, per la prossimità o, purtroppo, per la maggior probabilità che accada a ognuno di noi.

Se mi consenti lo humor nero, se uno dovesse guardare la tua cinematografia, penserebbe che hai più possibilità di salvarti in mano all’Isis che alle forze dell’ordine italiane. Scherzi a parte, c’è qualcosa della condizione di prigionia che ti attrae, cinematograficamente?
Diciamo che dipende dai casi e che sarebbe meglio non essere rapiti in generale. Però è vero che quella condizione è purtroppo interessante e di sicuro trovo necessario indagarla. Così come il Medio Oriente, perché sono vent’anni che mi ossessiona, da quando ho co-sceneggiato Private di Saverio Costanzo: è un po’ colpa sua. Poi, una decina di anni, fa girai Border, che andava a guardare in Siria, nei suoi conflitti e nelle sue contraddizioni. Era un film autoprodotto, con 30.000 euro, che andò per festival ma non uscì mai al cinema né in Italia né nel mondo (da qui la demenziale polemica sul suo David al miglior esordiente per Sulla mia pelle, nonostante l’Ente stesso quando provò a candidare Border gli disse che non era eleggibile perché mai uscito, nda). Ho sempre pensato che raccontare l’Isis, il Daesh, per noi italiani fosse fondamentale, vivendo noi al centro del Mediterraneo, condividendo una fetta di mondo e una cultura comune e in alcuni casi, non pochi, condivisa. E sì, la prigionia è una condizione dolorosamente illuminante dell’essere umano, sia che sia violenta, come quella di Cucchi, sia se alle botte si sostituisce una guerra psicologica tra carceriera e prigioniera. Fa parte del mio Dna indagarla, hai ragione.

Il fatto che siano due donne a vivere questa situazione è una scelta ancora più potente.
Non poteva essere altrimenti, credo che la condizione femminile sia il vero grande tema di questo secolo. Definirlo, superarlo e risolverlo è necessario al nostro progresso culturale e umano, non lo dico solo – ma anche, lo ammetto – perché ho una figlia e sono cresciuto in una famiglia prevalentemente di donne, ma perché non possiamo fare finta che ogni settimana in questo Paese non ci siano tre femminicidi, un numero annichilente che ci dà le proporzioni del problema. Ovvio che non possiamo paragonare l’Italia all’Isis ma, al di là delle proporzioni, è lampante che l’aggressività, la voglia del maschio a qualsiasi latitudine di ingabbiare le donne, quelle che considerano femmine, è universale. E non possiamo far finta di nulla.

Come si possono liberare queste donne?
Non credo possa essere un uomo a dirlo e non ho soluzioni per un tema così ampio e complesso, ma si può, posso contribuire a parlarne perché ciò accada. Parlarne da regista non è scontato, Profeti produttivamente e artisticamente è un oggetto non identificato nel panorama italiano: ha come protagoniste due donne, parla del Medio Oriente, è una scelta strana per un Paese che sul grande schermo già fatica a uscire dal triangolo Roma-Milano-Napoli e che considera troppo coraggioso già esplorarne le periferie. Parlarne è un rischio? Sì, ma non farlo credo sia anche peggio.

Che a farlo sia un uomo non rischia di essere mansplaining?
Ripeto, il rischio c’è. Io ho provato a superare questo problema facendomi la domanda che mi pongo sempre quando affronto un nuovo progetto: che avrebbe fatto Ettore Scola? Ecco, lui in Una giornata particolare racconta l’orrore del Ventennio attraverso due emarginati, un omosessuale e una donna, casalinga, pur fascistissima. Due che in quegli anni valevano meno di niente. E per raccontare il Daesh, un nazismo come quello – è impossibile non definirlo tale: se uccidi delle persone solo perché yazide, è un olocausto – che abbiamo avuto alle porte della nostra cosiddetta civiltà fino a tre anni fa, devi fare lo stesso. Ovvero prendere i due tasselli della società che loro considerano all’ultimo posto, inferiori: le donne. E mi sono detto: proviamoci.

Quello che appassiona di questo film, come di Sulla mia pelle, è il rigore civile e storico unito alla capacità di indagare le zone grigie della storia. Qui, il rapporto quasi ricattatorio tra le due donne, che provano a vincere l’una sull’altra con le rispettive ideologie. Fai tutto questo senza (pre)giudizi.
Ti ringrazio, sono parole meravigliose. Se è vero quello che dici, credo dipenda dal fatto che il bianco e nero a me non sono mai bastati nella vita, non solo nel cinema. Se riesco a fare quello che dici, però, lo devo alla squadra che ha condotto in porto questo film. Innanzitutto alle attrici, che hanno saputo trasmettere, trasmetterti quest’emozione. Isabella Nefar e Jasmine Trinca sono due interpreti straordinarie e hanno saputo trovare un connubio perfetto che escludesse dal racconto e dal loro rapporto la cosa che più odio in assoluto: la retorica. Preferisco sbagliare, ma non essere retorico, perché lo considero il peggiore degli errori. La magia del set ha saputo dare corpo a questo mio desiderio di andare oltre. E poi tutti gli altri collaboratori: per citarne due, senza il montaggio di Marco Spoletini o la fotografia di Ramiro Civita non saremmo riusciti a raggiungere questa complessità, estetica e di contenuto. Alla fine il regista è chi (r)accoglie e sa valorizzare il lavoro sterminato di altri. O che può rovinarlo! Un po’ come gli allenatori di calcio.

Jasmine Trinca con Isabella Nefar in una scena del film. Foto: Lucky Red

Con Jasmine Trinca mi sembra ci sia un rapporto davvero speciale. Sembra quasi che entrambi riusciate a dare il meglio con l’altro.
Jasmine è una donna e un’attrice che amo profondamente, come essere umano e professionalmente. Perché non dimentichiamoci che il cinema è anche fatto di questo, di relazioni personali, di non detti, di zone grigie appunto, o di cose luminose che servono per mettere in scena una storia.

Ha una dolcezza ruvida, una potenza espressiva asciutta e versatile. E non ha paura di andare su terreni scivolosi.
Intanto, amo le donne. E poi sono affascinantissimo da lei, dalla sua capacità di essere sincera, pura, specifica, di cercare sempre la verità di una rappresentazione. E poi è eccezionale anche per le scelte che fa, la serietà e il coraggio e la passione con cui le opera. Credo che questo rapporto speciale sia facilitato dal fatto che vediamo il mondo alla stessa maniera, notiamo le stesse cose. E con Isabella che viene da un’altra dimensione, dall’Iran, questo prendersi per mano, con me e tra loro, è arrivato naturale e con la stessa intensità.

Quando si parla di Medio Oriente raramente si è lucidi, si semplifica troppo la realtà con la chiave dell’ideologia e della faziosità. Tu come ti sei preparato per evitarle?
Con l’esperienza ventennale di cui ti parlavo, ma anche perché amo quella terra e la studio e cerco di guardarla oltre le lenti deformanti europee. Quello che più mi colpisce di quel territorio è l’essere un vero melting pot, cosa che il nostro continente non è più e anzi, laddove lo era rimasto, ci sono state guerre sanguinose a spazzarlo via, perché noi europei abbiamo fatto di tutto per liberarci di questa contaminazione, penso ai Balcani. A questa conoscenza, questa consuetudine che ormai da tempo c’è nella mia vita, affianco una grande fascinazione per l’Islam, da cristiano e credente. Cito Paolo Dall’Oglio, gesuita rapito dall’Isis, uno che ha fondato un monastero in Siria e che era diventato un elemento pericoloso perché era un veicolo di dialogo tra queste due religioni: la sua vita e la sua missione sono state favorire in ogni modo questo processo di avvicinamento tra i due mondi. Lui sapeva, capiva che queste due sponde del Mediterraneo potrebbero e dovrebbero dialogare molto meglio e spesso il cinema italiano ha saputo farlo, a partire da La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, uno dei nostri padri nobili. Un tempo ci chiamavano la portaerei del Mediterraneo, vorrei che non lo fossimo militarmente ma culturalmente. La nostra vocazione è sempre stata specchiarci nell’altra parte del Mediterraneo, penso al Sud e alla sua tradizione di accoglienza, nel senso più ampio del termine. E non dimentichiamoci che per l’Islam Gesù è uno dei profeti più importanti, dicono amìn invece che amèn e ci sono tanti cristiani tra gli arabi che quando parlano del loro Dio dicono Allah.

Come hai costruito il rapporto tra Isabella e Jasmine, che sono così brave insieme? Le hai imprigionate davvero?
Il contrario, mi serviva che vi fosse quell’attrito che vedete nel film, che il dialogo fosse inevitabile vista la loro condizione, ma senza accondiscendenza o complicità. Quindi sfruttando il Covid – abbiamo girato durante la pandemia – le ho costrette a vivere in due bolle separate, facendo sì che quel rapporto si costruisse sul set, più tra i personaggi che tra le due donne, e credo abbia funzionato. È stata davvero l’unica furbizia tattica, magari un’astuzia sciocca, che mi sono concesso, lo confesso.

E ora, una commedia? Fallo anche per Jasmine.
In realtà spero di raccontare un’altra prigionia, ma questa volta vorrei liberare i miei prigionieri.

Hai citato Scola e Pontecorvo. Ci sono altri maestri a cui ti ispiri?
Domanda difficilissima. Direi che allora prendiamo due piccioni con una fava e cito uno che ha le caratteristiche di entrambi: Francesco Rosi. Per quanto mi riguarda con Salvatore Giuliano ha cambiato il cinema.

Chiudiamo con due canzoni. Due titoli, gruppi che ti vengono in mente, così, senza pensarci.
Zitti e buoni dei Måneskin, perché mia figlia Zoe li ascolta e mi dice sempre che devo farlo anch’io. E Ghost Song dei Doors, perché faccio lo stesso con lei parlando di Jim Morrison e soci. Uno a uno e palla al centro.

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