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Accorrete, weirdo: ‘Sorry, Baby’ è per voi

L'esordio alla regia di Eva Victor ha tutte le carte in regola per essere ricordato, un giorno, come una grande opera prima. Tra una citazione colta e un umorismo glaciale
sorry, baby

Foto: I Wonder Pictures

TW: Questo articolo (e questo film) trattano di temi sensibili.

Negli ultimi mesi ho incontrato due film notevoli che trattano in maniera centrale il tema dell’abuso e della violenza sessuale, nel senso che ci costruiscono attorno l’incidente scatenante della propria trama. E per me, Sorry, Baby di Eva Victor, attrice alla sua prima prova come regista (ma prima redattrice di quel sito geniale di satira che è Reductress, e poi commessa, fallita, direbbe lei, in un negozio di abiti da sposa), ha nettamente spodestato l’altro. Che è After the Hunt di Luca Guadagnino.

Il primo dei due, di cui probabilmente avrete sentito parlare di meno, esce domani al cinema con I Wonder Pictures, e prima delle sale ha fatto alcuni ottimi passaggi festivalieri, tra cui al Sundance e a Cannes, dove è stato presentato in chiusura della Quinzaine des cinéastes.

Sorry, Baby è l’esordio di una stand-up comedian senza perseveranza, troppo timida per parlare di sé sul palco (regola d’oro degli stand-upper); di una comica ben conosciuta su internet che, dal suo profilo X, è andata virale parecchie volte grazie a piccoli sketch in cui prendeva in giro tipi umani ricorrenti e sfiancanti; ma, soprattutto, di una weirdo senza compromessi, instradata benissimo per diventare la queen of cool di domani. Nonostante lei proverà di tutto per scomparire nel nulla, e andare a letto presto. Fuor di metafora e di citazione cinematografica.

Sorry, Baby è la storia di Agnes (interpretata dalla stessa Victor, che per completezza in inglese assume anche i pronomi they/them oltre a she/her), della sua carriera nel mondo universitario statunitense (dove è professoressa di Letteratura) e della sua amicizia con Lydie (una raggiante Naomi Ackie). Della sua informalissima relazione con il vicino (si fa per dire, cioè, non abitano esattamente in una casa di ringhiera vecchia Milano) Gavin (Lucas Hedges). Dell’odio di cui la ricopre la collega Natasha (Kelly McCormack), incavolata nera perché non è brillante quanto lei. Dell’abuso (lo dico, tanto non è che sia ’sto segreto) subito per mano del suo referente universitario, il professor Decker (Louis Cancelmi). Del processo per essere tutto e contenere tutto, le paure, le delusioni, i sensi di colpa, la sensazione di trovarsi in un vuoto di tempo rispetto agli altri, il dubbio di aver sprecato l’attimo che non ritorna.

Ed è la storia di un’esistenza parallela e ovattata, qualcuno direbbe privilegiata ma sarebbe un termine sbagliatissimo, ammuffolata tra le parole dei libri, persa a decrittare la propria esistenza attraverso le frasi scritte da altri, solo per produrne delle proprie. È la storia di un eterno giro di sedia a dondolo: Samuel Beckett ne era ossessionato a causa del loro moto oscillatorio che, fisica permettendo, rimane infinito. Chi vi sieda sopra diventa il passeggero di una sinusoide senza capo né coda. Il momento è reso eterno: si diventa crisalide, cristallizzata.

Naomi Ackie in ‘Sorry, Baby’. Foto: I Wonder Pictures

Non è solo questo: Sorry, Baby ha del beckettiano. Tanto nel modo in cui si intende il termine in un senso-ombrello, delegato a metonimia di un’indicazione assurda e assurdista: conti verbali che non tornano, gesti goffi, volti senza espressione; quanto nel senso letterale della sua interpretazione. Per esempio, c’è questo romanzo bellissimo (Beckett era un grande prosatore, nonostante sia più conosciuto per il teatro), Malone muore. La fine del racconto sta tutta nel titolo: Malone, il protagonista, sta morendo, muore, morirà. Ciò che capita nel mentre è di scarsissima rilevanza. La sfida è tenere gli occhi del lettore puntati sulle pagine. Così è la vita di Agnes. Così è la vita di tutti, in fondo.

E mentre Agnes muore, e noi moriamo guardando lei, accade il piccolo miracolo di ritrovarsi nei suoi rituali ossessivi, nell’amore per Olga, la sua gatta trovatella. Nel terrore nero che faremo cadere il bebè della nostra migliore amica, arrivata a visitarci dalla città.

Foto: I Wonder Pictures

L’abuso subìto è il motore della trama, ma allo stesso tempo il fatto che Sorry, Baby abbia una trama sembra una giustificazione per la natura stessa della protagonista. Che vive di riferimenti letterari, di atti di incredibile tenerezza vissuti e comunicati con il sorriso del deadpan humor, e di una spontaneità disarmante. La storia, quella vera, è già tutta qui. D’altronde ce ne vuole, a non far succedere davvero nulla come Beckett e a portare comunque avanti la trama. Eva Victor potrebbe arrivare a questo risultato, nel tempo. Già un po’ l’ha fatto.

E potrebbe arrivare, anche se di fatto si è già accaparrata il titolo, a essere la nuova eroina di tutti i weirdo. Di chi non trova il proprio posto al di fuori di se stesso. Di quelli che vivono in un mondo strettissimo, con tutti i riferimenti al posto giusto. E perciò senza confini: qui Virginia Woolf, Sylvia Plath di là.

Eva Victor in ‘Sorry, Baby’. Foto: I Wonder Pictures

Per questo dicevo, scherzando ma anche no, che Sorry, Baby ha scavalcato After the Hunt nella mia personalissima classifica mentale degli ultimi film guardati (fun fact: durante la serata dei Golden Globe, Julia Roberts dal palco ha definito Eva Victor “my hero“; quindi forse Sorry, Baby è piaciuto di più anche a lei). Perché il mondo di quest’ultimo non esisterebbe senza il suo incidente scatenante. Mentre il primo è tutto un mondo di per sé. Esisteva già, e non avrebbe avuto bisogno di ulteriore giustificazione per legittimarsi.

Insomma, se anche tu, vedendo che il punto era lungo a farsi, hai scrollato fino in fondo all’articolo alla ricerca dell’agognata risposta: ma allora, Sorry, Baby lo devo andare a vedere oppure no? Assolutamente sì. Per godere di due attrici brillanti che, spero, rivedremo presto. Per commuoversi con una storia che arriverà dritta al punto senza esaurirsi in esso. Per ridere di tenerezza e trovare, dentro Agnes e il suo dolore incomprensibile, la parte di noi che seguirebbe sempre il Bianconiglio nell’OG Sottosopra, il mondo della Regina di Cuori.

Naomi Ackie ed Eva Victor in ‘Sorry, Baby’. Foto: I Wonder Pictures

Thank me later, come si dice. Ora, cioè domani, fiondatevi in sala.

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