Se un archeologo del futuro rinvenisse il pieghevole della prima edizione di Fandango Live, senza sapere nulla dell’Italia che produceva cultura nel primo quarto del XXI secolo, probabilmente arriverebbe a una conclusione piuttosto ragionevole: si trattava di una forma civiltà sull’orlo dell’estinzione che aveva deciso di salutarsi organizzando un festival a Lecce, dall’11 al 14 giugno 2026.
Terminata la kermesse, abbiamo motivo di sperare che quell’archeologo si sbaglierebbe. Eppure le prove sembrano schiaccianti: Fandango Live, più che a un festival, somiglia alla cronologia del browser di una generazione.
Da una parte Genova 2001, Giulio Regeni, la Palestina, l’Ucraina, il Mediterraneo che si tropicalizza, i combustibili fossili, i muri ai confini dell’Europa, la sindrome di Tourette, le donne del Califfato, i diritti delle persone detenute, i senza fissa dimora, l’intelligenza artificiale, i social network e tutte le altre questioni che negli ultimi venticinque anni hanno progressivamente convinto gli umani che vivere sia un’attività più complicata del previsto.

Un momento dell’incontro con Riccardo Luna, Tiziana Triana e Alessandro Baricco. Foto: Paride De Carlo
Dall’altra Nanni Moretti che legge Goffredo Parise, Francesco Piccolo che resuscita Zeno Cosini, Francesco Piccolo che è l’anima della festa fino a notte fonda, Stefano Senardi che racconta la discografia italiana come un reduce raccontava El Alamein, Sergio Rubini che torna nella sua meravigliosa Puglia immaginaria, Ferzan Özpetek che riporta Mine vaganti a casa, Adriano Panatta che ricorda Nicola Pietrangeli e insulta Paolo Bertolucci (con altrettanto amore), Claudio Morici che cerca di capire se sia opportuno impedire ai bambini di diventare scrittori, Gloria Riggio che trasforma la rabbia in poesia in un castello cinquecentesco, Gioia Salvatori che cerca di rifondare l’amore partendo dalle macerie e un collettivo di comiche femministe (“C’è Figa”) che riesce nell’impresa impossibile di rendere divertente perfino la discussione sul dubbio se le donne siano divertenti.
In mezzo, come in quelle tavolate del Sud colto dove finiscono sul piatto contemporaneamente geopolitica, gastriti, assi ereditari, calcio, letteratura comparata e lavori in corso nel bagno di una zia, compaiono un thriller padano a fumetti, il tarantismo reinterpretato come romanzo gotico, una rassegna stampa dal vivo, workshop di cinema, editoria, podcast, fumetto, casting e sostenibilità, un monologo sul cambiamento climatico del Mediterraneo, una mostra su Gaza allestita in una biblioteca, una proiezione francese su ristoranti e amori perduti, una riflessione durissima sulla memoria del G8, una partita a tennis con Adriano Panatta, un documentario sulle torture di Stato, un altro sulle guerre contemporanee, uno sulle frontiere europee.
A guardarli tutti insieme, gli appuntamenti di Fandango Live sembrano la TAC di una certa idea di Paese. Un’idea che negli anni Duemila sembrava destinata a diventare maggioritaria e che oggi sopravvive disseminata in librerie indipendenti, cineforum, gruppi Facebook, newsletter e tavolini all’aperto dove qualcuno, prima o poi, pronuncia la formula “spazio di riflessione”.

La proiezione di ‘Diaz’ a Fandango Live. Foto: Paride De Carlo
Per capire Fandango Live bisogna partire dal fatto che Fandango non è mai stata soltanto una casa di produzione cinematografica, una casa editrice o una società di distribuzione. È soprattutto una specie di federazione sentimentale. Un luogo in cui film, libri, fumetti, podcast, reportage, attivismo, comicità, tennis, politica, amori, disastri, eroi civili, nevrotici, intellettuali, madri, figli, confini, processioni hanno continuato a frequentarsi quando il resto del mondo aveva deciso che ogni cosa dovesse stare nel proprio recinto disciplinare come un cane di razza. La cosa sorprendente è che l’esperienza di tutto questo non ha prodotto l’effetto collage che ci si sarebbe aspettati ma qualcosa di più vicino al primo capitolo di un romanzo di formazione.
Fandango Live non nasce come festival e basta. I suoi veri protagonisti non sono scrittori affermati, registi venerabili o podcaster geniali. Sono Francesco e Lucrezia, arrivati a Lecce per partecipare a un laboratorio di casting organizzato da Fandango Factory. Li si vedeva aggirarsi un po’ agitati per l’anticamera del provino, con l’aria di due che hanno appena scoperto che l’amore è una cosa meravigliosa finché non incontra una commissione di selezione. La loro successiva gioia riguardava sì il fatto di essere stati selezionati entrambi ma, soprattutto, quello di poter continuare a immaginare il futuro nello stesso posto e nella stessa frase.
Fandango Factory non promette di salvare la cultura italiana, formula che di solito precede qualche delusione, ma prova a fare una cosa molto più concreta: aprirne il cofano. Mostrare i mestieri che stanno dietro ai film, ai libri, ai podcast e ai festival, trasformando una comunità di autori, produttori ed editori in una sorta di bottega permanente dove chi arriva non si limita ad applaudire il risultato finale, ma può imparare come ci si arriva.

La proiezione di ‘Mine vaganti’ a Fandango Live. Foto: Paride De Carlo
Il primo evento di Fandango Live riguarda, in un certo senso, il film da cui tutta la storia d’amore di Fandango con Lecce è cominciata. Sul palco del Chiostro dei Teatini viene proiettato Mine vaganti. Ferzan Özpetek, però, non c’è (sta girando). O, meglio, c’è, ma nel modo in cui oggi esistono molte persone care: dentro un telefono. Domenico Procacci avvicina il cellulare al microfono e la voce di Ferzan attraversa mezza penisola con il ritmo imprevedibile di un treno regionale. Alcune frasi arrivano per intero, altre con qualche minuto di ritardo, altre ancora vengono sostituite da misteriose sincopi che il pubblico è invitato a completare con l’immaginazione. Invece di produrre l’effetto dell’ennesima videoconferenza, tutto ciò genera qualcosa di raro, durante una kermesse: un’atmosfera domestica.
Sembra di assistere a una telefonata tra parenti acquisiti durante il pranzo di Natale. Quella situazione in cui tutti si stringono attorno al vivavoce per ascoltare uno zio lontano che si sente malissimo, ma che nessuno si sogna di interrompere. Accanto a Procacci campeggia un cartonato di Özpetek a grandezza naturale. Della tormentata telefonata una sola informazione arriva al pubblico cristallina: Ferzan tiene a precisare che, da quella fotografia, la sua silhouette è molto più in forma. In tutte le telefonate di famiglia, del resto, le notizie davvero importanti trovano sempre il modo di passare.
Poi il film comincia e succede una delle cose più belle dell’intero festival: il cinema a chilometro zero. Le piattaforme tecnologiche ci hanno abituato a fruire del cinema da soli, in orari improbabili, interrompendoli per rispondere a messaggi, andare in cucina o consultare Wikipedia per verificare l’altezza di un attore secondario. La vera meraviglia di rivedere Mine vaganti a Lecce consiste nel farlo insieme a persone che considerano la distinzione tra opera cinematografica e assemblea di condominio una sovrastruttura intellettuale di dubbia utilità. In altre parole, si riscopre il cinema come sport di contatto.
Da qualche fila indistinta si sente: “Questa parla proprio come mio cugino quando deve chiedere soldi”. Quando Alessandro Preziosi entra in camera per la prima volta, una spettatrice produce un piccolo sospiro: “Beddhru è beddhru”. Il film viene restituito ai suoi luoghi d’origine e sottoposto al giudizio di coloro che, pur non avendo partecipato alle riprese, continuano a considerarsi cast e crew morale della vicenda narrata.
A un certo punto del festival ci viene il sospetto che Domenico Procacci rappresenti una categoria antropologica poco studiata: l’italiano di successo che non sembra aver sviluppato una dipendenza dal proprio successo personale.
Più passano le ore e più emerge una stranezza statistica. Sul palco salgono continuamente persone che, apparentemente, non sono Domenico Procacci. Curatori, collaboratori, responsabili editoriali, autori, registi, organizzatori, partner locali. Parlano a lungo, spesso benissimo e nessuno sembra preoccuparsene.
In molte organizzazioni contemporanee il carisma del leader si misura dalla quantità di spazio che riesce a occupare. In Fandango sembra valere il criterio opposto.

Domenico Procacci. Foto: Paride De Carlo
Procacci appare, presenta qualcuno, scompare. Accompagna qualcuno, passa un microfono, risolve un problema e torna a dissolversi sullo sfondo, come quei personaggi dei romanzi inglesi che si scoprono essere proprietari della tenuta soltanto a pagina duecento. Questa apparente assenza finisce per costituire la sua presenza. Perché Fandango, osservata da vicino, assomiglia meno a un’azienda che a una lunga selezione di persone che Procacci ha incontrato negli ultimi quarant’anni e che ha deciso di tenersi accanto. Nessuno sembra venerare il capo. Sembrano invece piuttosto affezionati al clima che il capo riesce a produrre. È probabilmente questa la forma migliore di successo che un produttore possa augurarsi: non essere il protagonista della storia, ma quello che l’ha resa possibile.
Il panel sull’intelligenza artificiale con Alessandro Baricco, Riccardo Luna e Tiziana Triana (direttrice editoriale di Fandango Libri) è preceduto da uno straordinario Claudio Morici che si esibisce in una performance in cui sostiene, coi suoi soliti argomenti sorprendentemente convincenti, che gli scrittori siano tutti matti. Luna ricorda come gli algoritmi abbiano imparato a mostrarci non il mondo ma la sua versione più redditizia. Viviamo probabilmente ancora in un momento piuttosto tranquillo della storia italiana e tuttavia molti sono convinti di abitare una puntata particolarmente agitata di The Walking Dead. Non è necessariamente colpa della realtà. È che la realtà non ha un reparto marketing.
Baricco, dal canto suo, rifiuta quella professione ormai diffusissima che consiste nel sentirsi l’ultimo essere umano rimasto prima della catastrofe. Fa notare che ciascuna generazione considera naturali le rivoluzioni tecnologiche che ha già digerito e terrificanti quelle che deve ancora metabolizzare. Internet, smartphone, social network, geolocalizzazione permanente: ormai ci sembrano elementi del paesaggio, come gli ulivi o le rotatorie. L’intelligenza artificiale è semplicemente la prossima cosa che impareremo a chiamare normale.
Per millenni il problema dell’umanità è stato avere poche informazioni. Adesso il problema è averne troppe e lasciare che qualcun altro scelga quali mostrarci.
Che, a pensarci bene, è una situazione molto italiana: il buffet è infinito, ma alla fine mangiamo sempre le stesse cose. Panatta in prima fila appare tutto sommato poco impensierito.

Riccardo Luna, Tiziana Triana e Alessandro Baricco. Foto: Paride De Carlo
L’evento più delicato dell’intero festival non riguarda la guerra in Ucraina, il G8 di Genova, l’intelligenza artificiale o la crisi climatica (anche perché quelli scorrono lisci come l’olio di Cellina di Nardò). Riguarda Nanni Moretti che deve leggere Goffredo Parise. Tra gli organizzatori e, a cascata, nel pubblico, si è diffusa una particolare forma di ansia collettiva che non riguarda l’ordine pubblico ma la possibilità che qualcosa, qualsiasi cosa, possa triggerare Nanni Moretti e azzopparne o impedirne la performance. Troppa gente. Troppo caldo. Una suoneria musicarella. Un colpo di tosse eseguito con eccessivo protagonismo. I bambini, in particolare, vengono osservati come piccoli ordigni inesplosi. Istintivamente, tutti sanno che basta pochissimo.
Domenico Procacci presidia l’ingresso con la calma di un comandante di nave che sta attraversando uno stretto pieno di scogli sommersi. Quando finalmente tutti stanno zitti e si comincia, Moretti legge con un’aria da professore che non ha nessuna intenzione di semplificare il programma per venire incontro alle facoltà mentali degli studenti. Non ci sono effetti speciali, né video, né musica. Non c’è niente che assomigli lontanamente all’intrattenimento contemporaneo. È Moretti che legge Parise in purezza per un’ora in un chiostro salentino. La cosa finisce per produrre un effetto collaterale: per circa sessanta minuti il pubblico italiano di un evento culturale torna a comportarsi come se l’educazione fosse ancora una materia obbligatoria.
Alcuni spettatori sembrano vivere la serata come un’occasione irripetibile per imbruttire il prossimo distratto o rumoroso. Altri additano come disertore chi si alza anche solo per andare al bagno o a implorare pietà per un figlio rimasto fuori. Moltissimi scoprono così Goffredo Parise. I Sillabari sono uno dei pochi libri italiani che riescono a parlare contemporaneamente di memoria e futuro senza trasformare nessuna delle due cose in ideologia. Mentre gran parte del Novecento italiano cercava sistemi, teorie, appartenenze, Parise prendeva parole semplici come Amore, Paura, Casa, Solitudine, Famiglia e provava a capire che cosa significassero davvero per gli esseri umani. Non per gli elettori, non per le classi sociali, non per le categorie sociologiche. Per gli esseri umani.
Tutto il festival sembra attraversato da una domanda implicita: che cosa resta di una cultura progressista dopo trent’anni di sconfitte, trasformazioni e mutazioni del mondo? I Sillabari rispondono in anticipo: restano le persone, i sentimenti elementari, le parole fondamentali.
Nella notte tra sabato e domenica il Fandango Party offre una piccola lezione di sociologia applicata. Da una parte dame leccesi in assetto da gran sera, come se, a ballare con un Francesco Piccolo scatenato, potesse comparire Anna Wintour. Dall’altra produttori, registi e autori arrivati direttamente da una giornata di festival in jeans, camicie di lino stropicciate e quell’aria già tipicamente adriatica di chi considera il concetto di dress code una forma di centralismo romano. La cosa sorprendente è che le due specie non soltanto convivono, ma sembrano perfino divertirsi. Per una sera, la mondanità oziosa incontra la vita sociale operosa, chi è venuto per vedere incontra chi è venuto per fare, e nessuno riesce più a capire con precisione dove finisca la festa e dove cominci il lavoro.
La mattina dell’ultimo giorno, mentre il resto di Fandango Live continua a interrogarsi sul destino della democrazia, dell’informazione e della cultura occidentale, Adriano Panatta risolve la questione in modo molto più semplice: “Partitella a tennis?”. Adriano entra in campo al Circolo “Mario Stasi” di Lecce con un completo Fila che sembra provenire direttamente dagli anni Settanta, completo di polsino, postura e relativa visione del mondo.
Accanto a lui, contro il dirigente federale Giorgio Di Palermo e al professionista Ivan Gardini, c’è schierato Luca Barbarossa, cantante noto anche per essere bravo con la racchetta. Barbarossa corre moltissimo. Panatta è immobile. Barbarossa copre il campo. Panatta occupa il campo. Eppure, se Barbarossa consuma calorie, Panatta produce conseguenze. Per lunghi tratti sembra che Luca stia giocando da solo contro due avversari, accanto a un principio metafisico. Panatta resta in una zona eccezionalmente ristretta del campo, come un monarca costituzionale che abbia delegato quasi tutte le funzioni esecutive. Poi accade che la palla arrivi dalle sue parti mentre è, quasi per caso, sotto rete. La racchetta si muove con l’economia di gesti di chi ha passato gli ultimi decenni a capire quali movimenti siano superflui e quali inutili. La pallina, sfiorata dalla racchetta di antica foggia, cambia direzione, velocità e significato. Gli avversari partono fiduciosi e arrivano disperati.
Noncurante degli applausi, Panatta continua a dispensare istruzioni a Barbarossa. Per la veemenza didattica, e per i 35 gradi all’ombra, ha il volto rigato da un po’ di sudore. Barbarossa allora gli presta il suo asciugamano. Panatta lo utilizza, lo restituisce al cantante che lo guarda, lo solleva verso il pubblico e annuncia alla moglie, negli spalti: “Questa è la Sacra Sindone di Panatta. Non laviamolo più”.
Non è un caso che il festival si chiuda, di fatto, con Adriano Panatta. Perché il tennis, nell’immaginario Fandango, non è soltanto tennis. È racconto, carattere, stile, conversazione. E Panatta più di ogni altro ospite incarna una qualità che attraversa molti film, libri e personaggi della casa costruita da Procacci: il talento di sembrare sempre altrove mentre si sta facendo esattamente la cosa giusta.
Più tardi, al tramonto, un altro Panatta Show ha lasciato il campo per il palco. Non è uno spettacolo, né un’intervista, né una presentazione. È semplicemente Panatta lasciato libero di parlare. Anche se, in teoria, è qui in veste di podcaster e commentatore sportivo, se Fandango Live possedesse una linea comica, il suo curatore sarebbe Adriano. “Alla finale della Davis ero fico perché giocavo con un sorcio”. Il regista Giovanni Veronesi ribatte: “Quando è che ti sei accorto di non essere più fico?”. Risposta: “Stamattina”.
Ogni festival serio e impegnato, per non degenerare in una forma particolarmente elegante di autocelebrazione, dovrebbe tenere un Panatta di riserva dietro le quinte e liberarlo soltanto alla fine, quando gli ospiti cominciano a prendersi troppo sul serio. La sua funzione sarebbe semplice: riportare tutti allo stato naturale dell’essere umano, che consiste nel parlare male degli amici più cari.
Panatta prende il microfono e attacca, come sempre, Paolo Bertolucci: “Bertolucci non mi ha mai battuto”, ricorda con la serenità di chi conserva i torti subiti come altri conservano le foto di famiglia. “Bertolucci non fa una minchia dalla mattina alla sera”. A quel punto accade, di nuovo, qualcosa di molto fandanghiano: Bertolucci irrompe sulla scena attraverso il cellulare di Domenico Procacci. Bertolucci insulta Panatta. Panatta insulta Bertolucci. Panatta sostiene che senza di lui Bertolucci avrebbe fatto il raccattapalle a Forte dei Marmi. Bertolucci protesta. Panatta rincara. Bertolucci chiede ai leccesi di tenerselo. Procacci regge il telefono con la pazienza di chi sa che il mestiere del produttore consiste anche nel mettere le persone giuste nella stessa conversazione.

Giovanni Veronesi, Adriano Panatta e Luca Barbarossa. Foto: Paride De Carlo
I festival vengono quasi sempre raccontati attraverso il programma, che è un po’ come descrivere una persona elencando le ossa del suo scheletro. In certi contesti, perfino necessario. Ma spesso insufficiente. Quello che conta davvero è il tessuto connettivo, per lo più invisibile, che tiene insieme tutto il resto: le conversazioni che cominciano parlando di un documentario di Kasia Smutniak e finiscono discutendo di dove mangiare le migliori pittule del Salento; gli ospiti d’onore che aspettano il proprio turno seduti nel pubblico senza che nessuno sembri considerarlo un fatto degno di nota; la sensazione costante che ogni incontro possa deviare da un momento all’altro verso qualcosa che non era previsto dal programma e che proprio per questo finirà per essere la cosa che tutti ricorderanno.
In questo senso Fandango Live è un curioso esperimento sociale. Una specie di simulatore nel quale si prova a verificare cosa succederebbe se un certo numero di persone che attribuiscono ancora qualche importanza alla curiosità, alla competenza, all’immaginazione, all’ironia, alla cultura come strumento e non come ornamento, invece di limitarsi a commentare il mondo, analizzarlo, raccontarlo nei libri, nei film, nei podcast o negli studi televisivi di Lilli Gruber, decidesse per qualche giorno di abitarlo.
Naturalmente non è un modello politico, né una soluzione ai problemi del Paese. I festival non servono a questo. Servono semmai a una funzione più modesta: mostrare che altre combinazioni degli stessi elementi sono possibili. Che le persone possono collaborare senza trasformare ogni divergenza in una guerra di posizione. Che la cultura può produrre occasioni, lavoro, relazioni e non soltanto saggi sulla loro assenza.
È un’atmosfera che ha qualcosa di profondamente meridionale e al tempo stesso utopistico, perché suggerisce l’esistenza di un’Italia parallela in cui le persone competenti collaborano invece di competere, in cui i rapporti umani non sono un sottoprodotto delle attività ma il loro presupposto, in cui la cultura smette di essere soltanto un racconto del mondo e prova a intervenire sulla sua forma.
Forse per questo che, lasciando Lecce, la sensazione era quella di aver visitato una piccola porzione di realtà in cui le cose funzionano secondo una logica leggermente diversa da quella a cui siamo abituati. Abbastanza diversa da sembrare quasi fantastica. Ma non così diversa da risultare impossibile.











