Qualche anno fa (facciamo più di qualche, va’) ero fuori da un locale di Soho a chiacchierare con alcune colleghe mentre dentro, al party di una piattaforma, aveva appena finito di esibirsi Jess Glynne. A un certo punto dalla porta esce Jon Hamm, si avvicina super chill, ci chiede una sigaretta e poi resta lì a fumare con noi, azzardando pure due parole in italiano. Nessuna aura da star, nessuna posa: solo uno che, per qualche minuto, sembrava perfettamente a suo agio fuori dal personaggio. Ed è un dettaglio che mi è tornato subito in mente quando l’ho visto ballare al Super Bowl.
Sì, ovviamente c’era anche Jon Hamm a tifare Bad Bunny. E se lo show della star portoricana è stato celebrato come uno degli Halftime più gioiosi e sensuali di sempre, ha fatto parlare (e sorridere) pure l’entusiastico dad dancing dell’attore a bordo campo con la maglia dei New England Patriots, subito diventato virale. Ma è solo l’ultimo, meraviglioso capitolo dell’improbabile (e per questo assolutamente adorabile) bromance tra Don Draper e Benito Antonio Martínez Ocasio.
Il prologo, come spesso capita, pare una dichiarazione anche piuttosto casuale. Nel 2025 Hamm va in Tv e, con quell’aplomb da uomo che ha venduto sigarette e desideri per mestiere (in Mad Men, certo, ma provate voi a scrollarvela di dosso), si lascia andare: “Oh mio Dio… la sua musica è fantastica. Non puoi ascoltarla senza sorridere”. Jon Hamm, 54 anni e un curriculum di mascolinità patinata e privilegio bianco per fiction, si mette a fare il fanboy di un rapper latino poco più che trentenne, tipo noi quando scopriamo una canzone che ci svolta la giornata.
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E qui non c’è nessuna apparente strategia di coolness, anzi, questa fratellanza è cool perché non ci prova. Hamm parla di Benito (ormai lo chiama così) con la sincerità un po’ nerd di chi finalmente può dire ad alta voce: sì, lo adoro. E no, non è un guilty pleasure. È il meglio della musica contemporanea. Altra situazione, altre lodi sperticate grazie a cui, finalmente, conosciamo l’origin story di tanta passione: “Mia moglie Anna (Osceola, nda) ne era una fan scatenata in tempi non sospetti, e i suoi pezzi sono stati la colonna sonora della nostra relazione”. Ecco, quando una star così mainstream si espone senza ironia, l’affetto diventa diffuso e la cultura pop si ricorda che – incredibile – è fatta anche di persone.
Il momento definitivo – quello a cui avremmo voluto scattare più foto, per dirla con Benito – arriva a Puerto Rico, estate 2025. La residency di Bad Bunny, No me quiero ir de aquí: 31 date a San Juan, casa sua, che già da sole sono una dichiarazione d’intenti. E tra i pellegrini, i vari Austin Butler e LeBron James (!), c’è anche lui: Jon Hamm, camicia hawaiana, bucket hat (!) e vibe da turista felicemente spaesato. «L’ho visto ballare sulla casita, era carichissimo!», commenterà Bad Bunny. È il secondo meme ballerino di Hamm (chi sa, sa), e funziona perché è un’immagine intrinsecamente WTF. Ed è lì che Bad Bunny restituisce Jon Hamm alla dimensione di persona (di nuovo) ben oltre il personaggio che già amavamo.
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Avanti veloce. Ottobre 2025, Saturday Night Live, il rapper conduce, si prende gioco delle polemiche sul Super Bowl e, nel mezzo del monologo, piazza il video del suo spettatore speciale a Puerto Rico. E lo ribattezza. “In realtà non era Jon Hamm… era Juan Jamón”. L’attore lì in platea, vestito come nella foto e ancora perso nel ritmo, entra in scena a mo’ di gag vivente. E Benito affonda: “Credo che sia un po’ ossessionato da me”. LOL.
Da quel momento, la bromance smette di essere una curiosità e diventa un piccolo universo che continua a espandersi: soprannomi, clip, reaction, gente che (ri)scopre Hamm non come “quello di Mad Men” ma come “quello che balla Bad Bunny”. E Jon non si tira mai indietro, anzi: ci aggiunge un capitolo. Febbraio 2026, settimana del Super Bowl: Hamm conduce gli NFL Honors e racconta che lui e Bad Bunny sono diventati amici e condividono pure il compleanno, 10 marzo, fellow Pesci. Di più: “È un artista meraviglioso, il numero uno tra i più ascoltati al mondo, e c’è un motivo”, dice l’attore. “È abbastanza intelligente da capire che il coinvolgimento è la chiave”.
Come in ogni fratellanza che si rispetti, arriva anche la lettera d’amore pubblica. Hamm firma un pezzo su AirMail il giorno prima del Super Bowl in cui difende Bad Bunny dall’“outrage” di destra, definendo “ridicole” e performative le reazioni di chi critica la scelta di affidargli uno dei momenti più alti dell’americanità. Scrive che Bad Bunny “merita il palco” tanto quanto artisti come Kendrick Lamar, Dr. Dre e Snoop Dogg, parla del ruolo culturale della sua musica che, di questi tempi, ci spinge verso il positivo ed evita la retorica divisiva. “La positività e l’amore”, afferma, “sono al centro”, e non è necessario conoscere lo spagnolo per “sentire la vibe” e connettersi alla gioia.
Ma c’è anche un parte più cazzeggiona e personale: ammette che “come sembra aver capito Internet” è un fan assoluto di BB, confessa di averlo visto cantare più volte (al Coachella, a Miami, a Brooklyn, al SNL, e ovviamente a Porto Rico, dove “è stato epico”), condivide le sue canzoni preferite, per la cronaca Tití me preguntó e Debí tirar más fotos. E chiude con una battuta sulla sua scarsa punteggiatura spagnola, spiegando che la sua tastiera non è predisposta a quegli accenti.
Nel frattempo Bad Bunny trasforma la pressione in spettacolo, in folklore, in simbologia, in festa totale (cit.). Il Super Bowl dell’8 febbraio 2026 è il primo Halftime show interamente in spagnolo, e lui lo riempie di Puerto Rico e di America reale, di zuccherifici e casita, di ospiti a sorpresa e di messaggi in chiaro: gli Stati Uniti non sono l’America (parafrasando il “Together we are America” sul pallone da football) e “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”.
Ecco, in questo quadro gigantesco – la musica, lo sport, la politica, il mainstream – la bromance con Jon Hamm può sembrare una nota a margine. In realtà è la prova che l’impatto culturale non si misura solo in record e polemiche, ma anche in persone. Un attore simbolo di un certo immaginario americano (bianco, elegante, pubblicitario per definizione) che si innamora artisticamente, senza filtri, del più grande narratore pop latino del presente perché, banalmente, gli piace. E gli piace quello che dice. Addio Don Draper: nel 2026, l’immagine più rassicurante del patriarcato pop è Juan Jamón che si mette un bucket hat e balla, felice perché il mondo per tre minuti somiglia a una canzone di Bad Bunny.














