Cosa dice di noi questa ondata di cinema cannibale? | Rolling Stone Italia
FROM HELL

Cosa dice di noi questa ondata di cinema cannibale?

Da 'Dahmer’ e ‘Yellowjackets’ a ‘Fresh’ e ‘Bones and All,’ i mangiatori di carne umana sono entrati prepotentemente nella cultura pop durante questa stagione cinematografica. Ne abbiamo parlato con un esperto

Sebastian Stan in 'Fresh,' Timothée Chalamet in 'Bones and All,' Evan Peters in 'Dahmer' e il cast di ‘Yellowjackets’

Foto: Hulu, MGM Pictures, Showtime, Netflix

In una stagione innegabilmente pazzesca per l’horror, nella scena più inquietante di una delle serie più popolari c’è un uomo che offre un panino a una vicina. Certo, quell’uomo è il serial killer cannibale Jeffrey Dahmer, la sua vicina la donna che lo ha fatto sfrattare, e il panino probabilmente contiene carne umana, ma la minaccia e l’incertezza dello scambio – e la serie in generale – hanno catturato l’attenzione inorridita di milioni di persone. Dahmer – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer, by Ryan Murphy e con Evan Peters, è uno dei titoli più visti (e controversi) di tutti i tempi per Netflix, e solo una delle tante narrazioni cannibali che hanno tenuto gli spettatori incollati in questi mesi.

Da Dahmer – sia la miniserie che la docuserie di accompagnamento – al vivacissimo (e folle) drama Yellowjackets, dalla commedia horror Fresh al coming of age dolorosamente tragico Bones and All, i mangiatori di carne umana sono entrati nell’ethos alla grande in questa stagione (e non soltanto alla maniera spavalda di Hannibal Lecter, che ci beve pure del Chianti). Il tropo dell’orrore rispecchia senza dubbio le preoccupazioni che stiamo affrontando oggi: incertezza economica, ansia per l’emergenza ambientale e sfiducia nei confronti del ragazzo apparentemente normale della porta accanto (che però nasconde “affettati” di carne umana).

Storicamente i film sugli zombie sono spesso stati un’allegoria per gli sconvolgimenti sociali, a partire da George A. Romero e la saga La notte dei morti viventi. Il consumismo di massa (L’alba dei morti viventi del 1978), il complesso militare-industriale (Il giorno degli zombie del 1985) e la guerra in Iraq (La terra dei morti viventi del 2005): Romero ha centrato tutto. Anche se quella metafora è sempre in agguato, la nuova ondata di film sui cannibali negli ultimi anni conferma allo psichiatra e appassionato di horror Steven Schlozman che c’è un nuovo spauracchio in città attraverso cui vedere le nostre debolezze.

«Un essere umano che mangia un altro essere umano è per definizione il grande tabù», ha detto a Rolling Stone Scholzman, che ha scritto romanzi sugli zombie e collaborato con Romero. «La differenza è che non puoi arrabbiarti con uno zombie, è come arrabbiarti con un coccodrillo. I cannibali… sono senzienti. Mangiano con gusto o perché ne hanno bisogno». (Traduzione: la società ha paura di se stessa di questi tempi; quei mostri che saccheggiano sconsideratamente centri commerciali non tanto.)

È significativo quindi che lo scorso sia iniziato con circa cinque milioni di persone alla settimana che si sintonizzavano per vedere se una squadra di calcio femminile abbandonata nelle terre selvagge canadesi si sarebbe divorata a vicenda. Yellowjackets è cominciato provocatoriamente con scene di una tribù di ragazze con le corna che si abbattevano sulle loro potenziali vittime, e anche se dovremo aspettare fino alla seconda stagione per vedere chi (o se qualcuno) è stato mangiato, quel senso di terrore ci ha spinti attraverso 10 episodi sempre più tesi e che ci hanno lasciato con la voglia di vederne di più.

«Per quanto riguarda il cannibalismo, la serie non si chiede se, ma perché e come», ha spiegato lo showrunner Jonathan Lisco. «Le ragazze potrebbero essere costrette a ricorrere al cannibalismo. Ma potrebbe non essere solo quella la causa della fame. Potrebbe essere per qualcosa di molto più complesso: la nuova micro-società che devono costruire e le regole che devono scrivere per sopravvivere. Non solo fisicamente, ma anche mentalmente».

Scholzman paragona quella micro-società alle divisioni sociali che vanno dall’intensificarsi dei dissidi politici al feroce godimento che alcune persone sui social provano nel mettere alla gogna chi fa cose banali come, per esempio, portare chili ai suoi vicini o godersi il proprio giardino con il marito. «Se qualcuno sopravviverà nella natura selvaggia, sarà una squadra che sta cercando di capire come vincere», afferma. «Eppure non usano le parti migliori di loro stesse, ma quelle peggiori: mi sembra un messaggio importante. Siamo abbastanza bravi come specie quando lavoriamo insieme, ma sembra che non lo stiamo facendo tanto bene ultimamente».

Bones and All, diretto da Luca Guadagnino, si concentra su altri membri della società, solo che questa volta gli emarginati sono i mangiatori, non quelli che vengono mangiati. Il film segue due adolescenti cannibali, interpretati da Timothée Chalamet e Taylor Russell, mentre viaggiano attraverso gli States affrontando la realtà di ciò che devono fare per sopravvivere. Sfortunatamente l’annuncio del film è arrivato insieme a molteplici accuse di molestie sessuali contro Armie Hammer, incluso un presunto feticismo per il cannibalismo, ma Guadagnino – che ha diretto sia Hammer che Chalamet in Chiamami col tuo nome – ha negato qualsiasi connessione. «La relazione tra questo tipo di chiacchiericcio scandalistico digitale e il nostro desiderio di realizzare questo film è inesistente, e dovrebbe essere accolta con un’alzata di spalle», ha detto il regista a Deadline lo scorso agosto.

In effetti, il romanzo young adult di Camille DeAngelis a cui si è ispirato Guadagnino ha circa sette anni. E l’autrice ha spiegato a Rolling Stone che ha deciso di affrontare il consumismo e il disprezzo di sé quando ha concettualizzato per la prima volta la storia di Maren (Russell) e Lee (Chalamet). Diventare vegana, racconta, le ha dato «una nuova prospettiva sul motivo per cui queste narrazioni mostruose sono così avvincenti. Con gli zombie, tutti pensano solo che si tratti di un consumo eccessivo, un consumo senza cervello. Penso, più nello specifico, a chi consumiamo».

Oltre ad essere una parabola sull’ambientalismo – di cui vediamo echi nel film mentre Maren e Lee si scambiano il loro primo bacio in un mattatoio –, Bones and All riguarda più la vita da outsider, secondo DeAngelis. L’autrice è cresciuta sentendosi ai margini, detestandosi per non essersi adattata e per non essersi sforzata di farlo. Il suo personaggio principale e alter ego, Maren, vuole l’amore, una famiglia e una casa, racconta la scrittrice, ma non può sfuggire a chi è: deve nutrirsi. «Questa orribile compulsione la intrappola in un ciclo infinito di divoramento e rimorso», ha scritto DeAngelis.

Chalamet ha sottolineato qualcosa di simile in un’intervista sul film. «L’essere giovane ora o in qualunque periodo – io posso parlare solo per la mia generazione – viene necessariamente giudicato con forza. Penso che sia difficile essere vivi ora che il collasso della società è nell’aria – se ne sente l’odore – e, senza essere pretenzioso, è per questo che si spera che i film contino, perché questo è il ruolo dell’artista: far luce su quello che sta succedendo».

Schlozman – che ha anche suggerito che il film riecheggia l’attuale desolazione provocata dalla crisi degli oppiacei – è d’accordo. «Diventa questa grande metafora dell’essere diversi senza scelta. Non puoi far parte di questo mondo». Non sono quindi Maren e Lee i personaggi più terrificanti del film, ma un poliziotto diventato girovago che incontrano lungo la strada e che ha scelto di essere un “Mangiatore”, come lo chiamano loro, un chiaro cenno alla dilagante corruzione della polizia. Non scappa dal mondo e da tutte le sue regole perché deve, ma perché è curioso. Perché può.

La curiosità – e l’eccesso – influenzano profondamente anche Fresh, che vede Sebastian Stan nei panni di un affascinante playboy cannibale e Daisy Edgar-Jones in quelli della sua aspirante preda. Per nutrire gli uomini eccessivamente ricchi e annoiati del mondo, Stan si atteggia a scapolo perfetto per flirtare e irretire le donne, che impacchetta a poco a poco in scatolette. La regista Mimi Cave afferma di essere stata attratta dalla sceneggiatura come parte della conversazione #MeToo. «Non ho mai avuto alcuna fascinazione per il cannibalismo più del “che schifo” e di un po’ di curiosità, ma per me c’era qualcosa nel simbolismo della storia», spiega a Rolling Stone. «Rispetto ai corpi delle donne ho immediatamente visto tanti strati e metafore».

«Fresh è un’allegoria per molte cose», aveva spiegato Edgar-Jones sempre a RS. «Si potrebbe dire che è una metafora della mercificazione delle donne nella società. E in un certo senso esplora anche il tema degli appuntamenti nel mondo contemporaneo: quasi ci “compriamo” l’un l’altro, come faresti per un maglione. C’è anche l’equilibrio tra essere aperti a incontrare nuove persone, ma anche sapere che c’è un rischio».

Schlozman osserva che il film evidenzia una sorta di consumismo ripugnante, quello che, forse, porta le persone con troppi soldi ad acquistare una piattaforma di social media per miliardi di dollari solo per distruggerla. «Questi hanno così tanto denaro che quando ottengono qualcosa vogliono tutto. Potrebbe anche non essere bello mangiare qualcuno, ma non importa. Hanno qualche miliardo. Lo scopriranno. Il che è inquietante!», fa una pausa, ride. «Ma i molto, molto, molto ricchi sono piuttosto inquietanti».

E poi, ovviamente, c’è Jeffrey Dahmer, un promemoria che fa riflettere sul fatto che i cannibali di solito non sono adolescenti malati d’amore che non possono aiutare se stessi o uomini belli con grandi mascelle che tritano la loro ultima conquista. Sono mostri. E, come per molti orrori, è difficile distogliere lo sguardo.

Quando la serie su Dahmer by Murphy è uscita su Netflix quasi in tandem con la docuserie di Joe Berlinger Conversations with a Killer: The Jeffrey Dahmer Tapes, Berlinger ricorda di aver visto i due titoli in tendenza insieme sul servizio di streaming. L’interesse per l’assassino cannibale c’era, ed era forte, ma era anche teso, specialmente dopo che i membri della famiglia delle vittime hanno iniziato a farsi avanti e chiedere perché Murphy non li avesse contattati prima di trasformare i loro cari in personaggi (Murphy ha contestato quelle affermazioni). Dahmer ha ucciso diversi uomini emarginati prima della sua cattura nel 1991 e ha profanato i loro resti nella maniera più estrema. Gli spettatori si chiedevano se fosse giusto guardare, rapiti, mentre Evan Peters lo interpretava. Ma, ovviamente, hanno guardato eccome, anche se a volte non ne hanno parlato. E Peters ha vinto un Golden Globe come miglior attore in una miniserie.

«Quali sono le regole adesso? Non dovremmo mai fare un film su un tiranno?», ha sostenuto Murphy in una recente intervista rispondendo a pesanti critiche e sottolineando in una round table con il cast che la serie non vuole essere uno sguardo persistente e voyeuristico sugli atti orribili di un uomo, ma un’indagine su un mondo sempre più oscuro. «Penso che sia uscita in un momento in cui le persone cercano di sovrapporre le loro ansie ad altra ansia, o forse provano a guardare qualcosa che mette ancora più ansia rispetto al mondo in cui viviamo», ha detto. «Credo anche che l’interesse dipenda anche dal fatto che dopo il Covid le persone sono molto interessate a parlare di salute mentale, e tutti i nostri personaggi hanno disturbi di questo tipo. Ne soffrono direttamente, oppure chiedono aiuto dicendo: “Non me la cavo molto bene”». Anche Dahmer.

Parlando della sua docuserie con Rolling Stone, Berlinger – che non ha ancora visto il “concorrente” di Murphy – ha anche accennato alla salute mentale. «Il cannibalismo di Dahmer per me è un problema di salute mentale: era molto malato, e la sua unica ragione per uccidere e consumare era restare vicino alle sue vittime. Non voleva che se ne andassero, mai», spiega . «Se solo qualcuno fosse intervenuto… Sto dicendo che un documentario su di lui potrebbe far capire a uno spettatore che o lui stesso ha bisogno di aiuto o un altro potrebbe riconoscere la necessità di aiuto con qualcuno che conosce».

Berlinger è abituato a dover difendere il suo lavoro, che a volte si concentra sui mostri; la sua serie Conversations raccontava Ted Bundy e John Wayne Gacy. Dice però di essere stato ispirato a occuparsi del primo quando sua figlia gli ha confessato che non sapeva chi fosse Bundy, cosa che lo preoccupava. I giovani non dovrebbero conoscere mostri come Bundy e sapere che le persone apparentemente più normali possono essere pericolose?

«Le persone sono molto sensibili all’umanizzazione di qualcuno che ha fatto qualcosa di così malvagio», afferma. «Per me è una questione scivolosa. Non sto dicendo che questo valga per ogni serie su un serial killer, ma la chiave per comprendere questa perversione, il motivo per raccontare queste storie, è proprio che si tratta di esseri umani tridimensionali che a volte si comportano come esseri umani. Come professionista che si è occupato per parecchio di criminalità, posso dire che le persone che fanno davvero il male in questo mondo di solito non si comportano come mostri 24 ore su 24, sette giorni su sette».

Schlozman ipotizza che la storia di Dahmer sia decollata quest’anno a causa di questa sfiducia, alimentata a volte dalla popolarità dilagante del true crime. «C’è una grande paranoia in questo momento negli Stati Uniti: non conoscere davvero le persone nel modo in cui pensiamo invece di conoscerle. E la nostra fascinazione per Dahmer parla esattamente di questo».

Torniamo al panino: il terrore che proviamo mentre guardiamo il Dahmer di Peters porgere un sandwich alla sua vicina, interpretata da Niecy Nash (pure lei nominata ai Golden Globe), come presunta offerta di pace. Potrebbe essere solo un panino normale ma, dato che il personaggio di Nash sa cosa sta combinando Dahmer lì accanto, è violenza mascherata da normalità. Proprio come lo stesso Dahmer.

Cosa dice tutto questo di noi? Che non possiamo fidarci del cibo di un vicino, che non possiamo garantire che le persone con cui usciamo non ci mangeranno o che i nostri amici e compagni di squadra non banchetteranno con la nostra carne? «Se diventiamo paranoici, ci convinciamo che chiunque potrebbe farci qualsiasi cosa. Confidiamo che gli altri siano brave persone», conclude Schlozman. «Il punto è che la maggior parte delle volte le persone sono buone. E poi la grande domanda è: perché lo sono?».

Da Rolling Stone USA