Le pagelle di Venezia 83 (parte 2) | Rolling Stone Italia
(Ari)diamo i numeri

Le pagelle di Venezia 83 (parte 2)

Dagli Accrediti Verdi, i più bravi del Lido senza se e senza ma, all'unica serie di quest'anno alla Mostra (by Fanelli), dal gioco delle coppie sul red carpet al down fisiologico della seconda settimana. Siamo al countdown finale

Le pagelle di Venezia 83 (parte 2)

Javier Bardem e Penélope Cruz sul red carpet di Venezia 83

Foto: Gianluca Minchillo per Rolling Stone Italia

  • VOTO 10

    Accrediti Verdi supremacy

    I più bravi del Lido, senza se e senza ma. I più sfigati (pardon) fra gli accreditati alla Mostra sono partiti con la loro pagina Instagram da pischelli disturbatori dello status quo per diventare oggi un gruppo riconosciuto e stimato, pare anche dal direttore Barbera. Una delle loro ossessioni insieme a Paolo Strippoli, Carolina Cavalli e a un certo giornalista sul red carpet. I loro meme sono ormai imprescindibili (anche prima e dopo i dieci giorni di festival), e tutti sperano di scovare uno di loro in fila al Punto Pizza da Maury (chi sa, sa). Quest’anno fanno anche servizio pubblico: vedi la rubrica “spotted” (nel box domande) per rintracciare colpi di fulmine tra una coda e un pisolino in Sala Perla. Gadget imperdibile di questa edizione: gli sticker con Barbera che allarga le braccia à la Modugno.

  • VOTO 9

    It's a Fanelli world

    “Pensavate di aver visto tutto?”. È il tormentone by Emanuela Fanelli direttamente da Peccato, la serie (prossimamente su HBO Max) presentata in anteprima qui alla Mostra. “Nonnò” (altra cit.), non pensavamo che avremmo mai visto un mockumentary che è un po’ un’evoluzione di Boris, un po’ un esperimento mai tentato prima. E riuscitissimo. Fanelli ha sessant’anni e uno scandalo l’ha fatta cadere nel dimenticatoio. Una troupe va a scovarla, ma anche a intervistare chi l’ha vista salire e poi crollare: da Paola Cortellesi (ora Presidente della Repubblica) a Özpetek, da Sabrina Ferilli ad Alessandro Borghi (ora testimonial Beghelli). Tutto giusto, anche di più. Ne riparliamo quando arriva in Tv.

  • VOTO 8,5

    May el-Toukhy, the coolest

    «Provo molte cose insieme sull’essere una delle due sole registe donne in concorso», sorride May El-Toukhy quando le viene posta LA domanda. «Sono molto contenta e onorata di essere alla Mostra, perché è anche un’opportunità per dare luce alle storie delle donne di cui il mio lungometraggio parla». Woman Unknown è un (bellissimo) film sul corpo femminile come campo di battaglia, ambientato nell’immediato dopoguerra in Danimarca, dove si dava la caccia a persone (donne soprattutto) sospettate di collaborazionismo con i nazisti. La regista danese-egiziana ha sfilato sul tappeto rosso in un abito bianco impreziosito da nappine rosse, a ricordare una macchia di sangue, e ha fermato la propria première in Sala Grande perché i sottotitoli erano fuori sync, e questo avrebbe danneggiato la comprensione della storia: talkin’ about badassness e autorevolezza..

    «C’è un grosso problema strutturale nella nostra industria, e non è nuovo: è più vecchio del cinema stesso. Sono stata l’unica donna in molte situazioni. In un’intervista mi hanno chiesto: “Ti senti sola?” Non mi sento sola, mi identifico con i miei colleghi maschi perché siamo tutti filmmaker, ma ho una sorta di solitudine esistenziale, anche se avrei preferito essere spalla a spalla con delle colleghe. Il fatto che il mio film si chiami Woman Unknown è quantomai azzeccato: sono probabilmente la “donna sconosciuta” più conosciuta della Mostra. Ma questo mi dà anche l’opportunità di parlare dell’invisibilità delle donne, e spero che per le nostre figlie riusciremo a ribaltare questo discorso, servirà l’impegno di tutti. Vorrei che questa domanda venisse posta anche ai miei colleghi maschi in concorso, perché è un problema che dobbiamo dibattere insieme per provare a risolverlo».

  • VOTO 8

    Il gioco delle coppie

    Venezia 83, aka: il gioco delle coppie. Coppie solitamente riservatissime, defilatissime, invisibilissime hanno scelto di presentarsi unite sul tappeto rosso. Si saranno messe d’accordo tra loro? Certo è che i fotografi hanno gradito assai. Penélope Cruz e Javier Bardem li aspettavamo perché, dopo tanti anni, condividono lo stesso film (Bunker di Florian Zeller). Ma le altre sono state tutte una sorpresa: Phoebe Waller-Bridge ha accompagnato il compagno Martin McDonagh alla prima di Wild Horse Nine (vorremmo essere una mosca durante una delle loro cene, praticamente una writers’ room); sempre su quel tappeto, Sam Rockwell è sceso dall’auto ufficiale con la moglie e collega Leslie Bibb; Suki Waterhouse è arrivata sul red carpet con Robert Pattinson, protagonista di Primetime; Alicia Vikander, accanto a Luca Marinelli in The Echo Chamber, s’è portata il marito Michael Fassbender. E nuove coppie, su questo tappeto, nascono: vedi Romana Maggiora Vergano (L’estranea) e Andrea Lattanzi (Succederà questa notte). Love is in the Lido.

  • VOTO 7,5

    I due muchachi

    25 anni dopo il Premio Mastroianni vinto insieme al BFF Diego Luna per «Y tu mamá también» di Alfonso Cuarón, Gael García Bernal è tornato a Venezia da regista (fuori concorso, sezione Spotlight), alla terza opera di finzione dopo Déficit e Chicuarotes. E si è portato dietro il compañero perfetto: Ricky Martin che, nel metacinematografico Hombre al agua, interpreta il personaggio di Gael nel film che la moglie del personaggio di Gael sta girando sulla sua vita. Sì, lo sappiamo, è tutto un po’ anarchico e caotico, come il film liberissimo e indisciplinatissimo del nostro, che prende di mira il classismo latinoamericano attraverso la lente della commedia, senza tirarsi indietro davanti alla farsa e, ovviamente, alla critica sociale. Sta di fatto che i due sono fighissimi e simpaticissimi. Al photocall Bernal chiama Martin con un «Vieni qui, muchacho». E poi sul red carpet, dove ovviamente arriva ballando sulle note dle portoricano, Gael racconta così la sua scelta: «Uno di quei meravigliosi incidenti, avevo in mente Ricky fin dall’inizio, ma mi sembrava un’idea folle, praticamente impossibile». E Martin non si è fatto pregare: «Quando ti chiamalui, tu ci sei. Non ci pensi due volte». Il casting più improbabile (e riuscito) della Mostra.

  • VOTO 4

    Il down della seconda settimana

    È un po’ tradizionale e un po’ fisiologico: la prima settimana la Mostra spara tutte le cartucce. Succedeva quando gli ammerigani arrivavano ancora in massa sul red carpet del Lido in concorso (che poi, non è che quest’anno non siano arrivati eh…), perché poi dovevano scappare a Toronto o Telluride. Quest’anno la quota superstar si è un pochino ridimensionata (forse), ma il down da stanchezza festivaliera della seconda metà del festival è arrivato lo stesso, puntualissimo, tanto più che il mood generale è stato sempre un filo sottotono dall’inizio. Per fortuna (come già scrivevamo), ha tenuto invece la qualità della selezione (medio-alta), pensiamo a Naza, ma pure al temutissimo Dau e a Un bon petit soldat, per citarne alcuni.