Le 10 migliori sigle degli anime dell’ultimo decennio | Rolling Stone Italia
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Le 10 migliori sigle degli anime dell’ultimo decennio

Prog metal, elettronica, post punk, pop. Ma anche Ryuichi Sakamoto. Il mondo delle 'opening anime' unisce grande arte visiva a folle musica giapponese per ricordarci che non stiamo solo parlando di cartoni animati

Foto: un'immagine dalla sigla di Ping Pong (da YouTube)

L’attuale situazione del mercato dell’intrattenimento giapponese è semplice e si può definire con un solo termine: espansione. La cultura pop e underground del Sol Levante ha conosciuto, soprattutto negli ultimi cinque anni, una crescita che è arrivata a inglobare tutto il mondo; tra manga, anime, film e serie tv, le nostre librerie e i nostri schermi sono invasi da opere che parlano giapponese.

Mai come in questi ultimi anni, infatti, gli anime si sono imposti nell’immaginario culturale comune, diventando prodotti di massa e superando quel pregiudizio che li regalava solamente all’universo nerd. Di particolare importanza per comprendere il valore di queste opere sono le opening anime, ovvero, le sigle di apertura delle serie animate giapponesi.

Ma qui è importante una piccola premessa: le sigle che arrivano da noi in Italia non sono delle trasposizioni fedeli delle opening originali giapponesi, bensì dei pezzi costruiti ad hoc nel nostro Paese che cercano di colpire il pubblico puberale/pre-adolescenziale, proponendo così dei pezzi che risultano più dal facile ascolto, cantabili da tutti e kawaii, “carini al punto giusto”.

Nelle versioni originali, invece, i giapponesi non puntano sui giovanissimi, ma anzi, la pensano in tutt’altro modo: temi epico-classici come quelli composti da Hiroyuki Sawano si alternano ad opening con accompagnamenti post punk veloci e caotici come quelli proposti dai (K)NoW_NAME e da Bakudan Johnny rispettivamente per Dorohedoro e Ping Pong o, ancora, i pezzi elettronici iper-melodici e dal bpm elevato del compositore elettronico Kensuke Ushio si fanno strada tra opening che ballano su musiche free jazz come la storica prima sigla di Beastar proposta da ALI, mentre il prog metal è praticamente ovunque (soprattutto nelle OST scelte da Araki per il suo Le avventure bizzarre di JoJo). Certo, i pezzi catchy e pop sono presenti anche in Giappone (come, ad esempio, per la sigla firmata per Blend-s), ma non ne sono la maggioranza. La linea comune negli anime infatti è proprio questa: una varietà di suoni e generi impensabile.

Le dieci opening che abbiamo qui selezionato non rappresentano però le dieci migliori sigle a livello esclusivamente sonoro, o visivo, ma sono piuttosto quelle che pensiamo siano le direzioni artistiche meglio riuscite, ovvero le massime espressioni del rapporto tra musica e immagini. Le opening, infatti, sono un ottimo faro per districarci nel mondo anime, riuscendoci a mostrare differenti visioni, tecniche e wave di un macrocosmo di cui è difficile trovare i confini senza perdersi.

“Ping Pong” (2014)

Yuasa è un uomo completamente fuori dalla realtà che riporta la sua metafisica mentale nelle proprie opere e – per questo – è probabilmente tra i migliori registi di anime (e non) in attività. In questa opening troviamo immagini di vita quotidiana che piano piano si deformano, si allungano vorticosamente in loro stesse per poi tornare, nei due secondi successivi, nella realtà di una semplice cittadina di periferia giapponese. Un racconto di gomma e iper-realismo sentimentale che muta in ombre indefinite che rendono la realtà relativa. Ad accompagnare questo bagno irrazionalità ci pensano i Baudan Johnny, una band bandiera della scena alternative rock punk giapponese, che con la loro attitudine grezza supportano le immagini di Yuasa in maniera organica riportando tutto all’irrealtà del nostro mondo.

“Le bizzarre avventure di JoJo” (2016)

Così come è impossibile leccarsi il gomito da soli, è impossibile scegliere una sola sigla di JoJo su tutte le altre: ognuna di esse ha fatto la storia, creando miti e meme. Tra le varie opening di JoJo quella meno convenzionale è, paradossalmente, la più normale: una canzone che parla “della voce dell’amore” (Great Days di Karen Aoki & Daisuke Hasegawa) in pieno contrasto con il mood della serie, una sorta di obscure thriller alla Agatha Christie, se solo la Christie avesse avuto un accentuato senso del macabro. A rendere tutto ancora più bizzarro e stravagante, il brano scelto è composto da una colonna portante del jazz-pop giapponese, Karen Aoki, affiancata da un veterano delle sigle anime quale Daisuke Hasegawa, che ormai accompagna le avventure animate di JoJo dal 2015.

“Mob Psycho 100” (2016)

La dimostrazione perfetta di cosa intendiamo quando parliamo di una direzione creativo-artistica riuscita. Questa opening non è infatti una classica sigla costruita su spezzoni presi e messi in sequenza a cui sono stati appiccicati dei credit ma, fin dalla prima immagine, arriva come un avvertimento: siamo per farti saltare il cervello. Animazione incredibile, brano clamoroso (99% dei Mob Choir feat. Sajou no hana), il tutto con un giusto approccio psichedelico.

“Blend-S” (2017)

Questa opening si è guadagnata un piccolo posto nella storia degli anime, anche grazie all’ondata di meme che l’hanno coinvolta, re-interpretata e decontestualizzata. Grafiche minimali accompagnano i protagonisti della serie mentre danzano stilizzati in contrasto con disegni che tendono all’iper-realismo culinario. Poche righe descrivono l’ambiente mentre la musica, un pop cabarettistico firmato dalle Blend A, accompagna con ritmo incalzante il susseguirsi serrato delle immagini.

“Devilman Crybaby” (2018)

Yuasa e Ushio, ancora insieme, ad affermarsi e consolidarsi come coppia regista-compositore, ancora una volta per un capolavoro assoluto. Se vi piace la musica elettronica correte a mettere in loop la OST completa di quest’opera, e capire che Kensuke Ushio è attualmente tra i migliori compositori di musica elettronica sperimentale del panorama giapponese, un personaggio ormai storico che ha iniziato la sua carriera nel mondo J-pop con i Lama per poi proseguire solista e diventare uno dei punti centrali delle OST da anime (attualmente sta curando l’attesissima trasposizione del best seller Chainsawman dopo aver curato quasi tutti i lavori dello stesso Yuasa). Le immagini inquietanti e romantiche di Yuasa sono accompagnate magistralmente dall’elettronica del compositore che le contrasta e le esalta in un continuo susseguirsi di speranza, rammarico e malinconia che accompagnano il mondo verso un finale inevitabile.

“Kakegurui” (2018)

Su questa sigla e su questa serie ci sarebbe da dire un quantitativo di roba pari al libro di Gioele. Quello che viene dunque da fare è semplice: guardate questo capolavoro di apertura in loop e vi dirà esattamente tutto senza pronunciare una parola.

“Beastars” (2019)

È stato molto difficile dover scegliere quale inserire tra la op della prima e della seconda serie di Beastars, ma la scelta, per un valore “storico”, è dovuta cadere su questo corto (definirlo sigla sarebbe riduttivo) di un minuto e mezzo. L’uso di una tecnica completamente diversa dall’animazione 2D, le vibes jazz-pop del brano scelto (Wild Side di Ali) e un riassunto perfetto fanno subito capire di chi e di cosa andremo ad appassionarci. Alla sua uscita fece molto parlare di sé; non si fatica a comprenderne il motivo.

“Dorohedoro” (2020)

Cosa deve avere una opening per funzionare? A volte può anticipare in maniera intelligente cosa ci dobbiamo aspettare dall’anime, a volte invece può fare il suo contrario e creare qualcosa di completamente astruso dalla trama, lasciando solo dei piccoli accenni di sapore sull’ambientazione e sul character design, portando volutamente fuori strada gli occhi più inesperti e ingenui: credeteci se vi diciamo che Dorohedoro non parla di cucina. Il tutto è portato alla massima velocità da una musica psyco-punk firmata da quella che ormai è una formazione che sta diventando una certezza in Giappone, i (K)NoW_NAME, i quali hanno anche firmato opere anime dal successo mondiale come l’ultimo Spy x Family.

“Japan Sinks” (2020)

Japan Sinks porta sul piccolo scherma una delle paure più comuni nella cultura giapponese: i terremoti. È una serie che fa male, che ferisce, e la sigla non fa che amplificare questo dolore. Nei disastrosi avvenimenti della serie, questa opening è come il sogno di chi dorme in quella realtà, il sogno del ricordo delle cose piccole e belle che ci rendono felici ogni giorno, quelle che diamo per scontato e che sono le prime che ricerchiamo appena ci mancano. Poesia e delicatezza di una forza disarmante, con un brano firmato da uno dei più importanti compositori giapponesi, Ryuichi Sakamoto.

“L’attacco dei giganti” (2022)

Non è una opening, non è una musica al servizio della serie, ma è letteralmente un videoclip musicale in tutto e per tutto, ampiamente ispirato dagli anni 2000 e dalla MTV di inizio secolo sia nella scelta della traccia che nella scelta delle immagini. Pensate se qui in Italia l’opera televisiva più popolare avesse come una sigla di apertura un brano con del sano growl metal sparato dritto in faccia. Il brano scelto per L’attacco dei giganti è The Rumbling dei SiM, band nu metal in attività dal 2004, un’istituzione nell’ambiente nipponico guidata dalla figura di MAH, un cantante capace di unire vette melodiche e growl potenti come Corey Taylor degli Slipknot.