I migliori film usciti nel 2026 (finora) | Rolling Stone Italia
Primo semestre

I migliori film usciti nel 2026 (finora)

Da ‘Sentimental Value’ a ‘No Other Choice’, da italiani grandi (‘La grazia’) e piccoli (‘Un anno di scuola’) a visioni passate troppo inosservate. Da recuperare adesso

I migliori film usciti nel 2026 (finora)

Stellan Skarsgård e Elle Fanning in ‘Sentimental Value’

Foto: Teodora Film/Lucky Red

  • L’agente segreto

    Kleber Mendonça Filho

    Un thriller politico, un atto d’accusa contro le dittature militari che vogliono cancellare la memoria dei popoli, una saga famigliare, una commedia umana, uno studio etnografico, persino un B-movie anni ’70 (vedi l’esilarante film-nel-film starring la gamba assassina). Più di tutto, un film sulla memoria politica ed esistenziale di un uomo (grandissimo Wagner Moura) e di un Paese. E anche una storia personale del regista (il grande Kleber Mendonça Filho, finalmente patrimonio globale) che diventa di tutti.

  • Amarga Navidad

    Pedro Almodóvar

    Pedro Almodóvar mette, toglie, conduce, depista. Lo fa con lo spettatore, lo fa soprattutto con sé stesso. È un discorso partito con il lucente Dolor y gloria e sviluppato nei film successivi. C’è anche qui il senso, però sempre vitale, dell’approssimarsi della fine. C’è l’idea, meta-cinematografica però sempre fisica, che l’arte non possa mai prescindere dalla vita. C’è la rivelazione del meccanismo dietro le storie: e se il confine tra l’opera di genio e il bluff fosse, in fondo, sottilissimo? Qui siamo ancora dalle parti della prima. Sottovalutato.

  • Un anno di scuola

    Laura Samani

    Dopo il folgorante Piccolo corpo, l’opera seconda di Laura Samani entra in un territorio emotivo difficilissimo, quello in cui desideri e sentimenti stanno ancora prendendo forma. Non sai bene cosa provi per le persone che ti stanno intorno: sono amici, o forse qualcosa di più? O forse semplicemente qualcosa di diverso, che non ha ancora un nome. Samani quel momento lo conosce bene, e lo restituisce come pochi altri, con incanto, fragilità, acutezza sociologica. Da recuperare.

  • Backrooms

    Kane Parsons

    Dal lore delle “stanzette” di Internet alla web serie su YouTube al cinema. Backrooms è già il caso cinematografico dell’anno (almeno insieme al “gemello” Obsession). Il regista più giovane di sempre (20 anni!) ad arrivare al n. 1 del box office americano. Un dibattito che, in territorio horror, forse non si vedeva dai tempi di The Blair Witch Project. E, in proiezione, la creazione di una nuova saga dell’orrore per la Gen Z (o già Alpha?) che grazie a questo film è tornata in massa nelle sale: anche solo questo è un suo encomiabile merito.

  • Disclosure Day

    Steven Spielberg

    L’ultimo film di colui che più di chiunque altro è stato costruttore di mondi e di sogni nella storia del cinema recente è già di per sé un evento. Se si aggiunge il ritorno agli “incontri ravvicinati” che furono, allora è davvero jackpot. Dallo spy thriller dell’inizio (debitore, consapevole, di una certa Tv anni ’90) alla commozione finale, Emily Blunt e Josh O’Connor ci accompagnano in un’avventura imperfetta ma, proprio per questo, profondamente personale e umana.

  • Due procuratori

    Sergei Loznitsa

    Cinema da festival? Certamente. Cinema per pochi? Forse. Ma quei pochi saranno ripagati da una delle visioni politiche più lucide delle ultime annate. Dopo tanto (e bellissimo) documentario, il regista ucraino applica il suo sguardo entomologico a una storia kafkiana sospesa nel tempo (è tratta da un racconto di Demidov) ma che parla dritto all’oggi. Con una lucidità e un anti-manicheismo rari. Passato fin troppo inosservato.

  • La grazia

    Paolo Sorrentino

    Un film d’amore come poteva immaginarlo Sorrentino oggi. Un film d’amore quasi processuale, un amore in contumacia, un amore da portare sul banco di un unico imputato: noi stessi, e chi siamo (e chi, e cosa amiamo) veramente. Se là erano le conseguenze, qui dell’amore si cercano le cause, anzi i moventi. “Di chi sono i nostri giorni?” è la domanda ricorrente. Sorrentino si prende tempo per capire cos’è il tempo, la politica, le scelte pubbliche e private. Feat. i bravissimi Toni Servillo e Anna Ferzetti, più Guè.

  • Hamnet – Nel nome del figlio

    Chloé Zhao

    Una delle esperienze più devastanti di questa stagione di cinema, se non addirittura la più straziante approdata in sala negli ultimi dodici mesi (e oltre). Eppure, è anche un racconto (dal romanzo di Maggie O’Farrell) che, pur affrontando la morte, esplode di vita, rinnovamento, rinascita. La scomparsa del giovane Hamnet è stata, un tempo, il seme da cui nacque un capolavoro: Amleto di Shakespeare. Ora lo ha fatto di nuovo, complice la regia di Chloé Zhao e a una Jessie Buckley da Oscar.

  • La mattina scrivo

    Valérie Donzelli

    Quasi il contrario dei Perfect Days wendersiani. Valérie Donzelli non vuole tessere l’epica del quotidiano, e nemmeno un ritratto generazionale. Ma centra un racconto che individua un sentiment (pardon) preciso per i quaranta-cinquantenni di oggi, e che dice moltissimo di noi, del troppo che vogliamo e del poco che siamo ormai disposti a tollerare, e di questo esubero di appassionati che reclamano tutti il loro posto nel mondo. O forse, dell’unico modo per essere, chissà, felici: fare quello che ci piace solo per noi.

  • No Other Choice – Non c’è altra scelta

    Park Chan-wook

    In superficie, No Other Choice è un film estremamente divertente. Ci sono battute fulminanti, dettagli assurdi, frecciatine contemporanee (contro Netflix, per dirne una). Ma è anche un film feroce e toccante, alla maniera del suo (enorme) autore. È un monito forte e chiaro, una riflessione sulla fragilità maschile, sulla crisi di un modello patriarcale incapace di reggere l’urto del mercato globale, sul mondo del lavoro messo in crisi (anche) da quello che vogliamo essere per gli altri. Immenso Park Chan-wook, Leone d’oro mancato a Venezia 82.

  • Pillion – Amore senza freni

    Harry Lighton

    La rom-com sadomaso che non sapevate di desiderare. Nell’esordio di Harry Lighton c’è moltissimo sesso, con tanto di bondage, umiliazioni, sottomissione. Ma c’è soprattutto tanto amore. È solo un punto di vista diversa sulla cosa più bella del mondo: l’affidarsi l’uno all’altro, in un atto di fiducia che – qui più che altrove – è a suo modo rivoluzionario. La riuscita del film, oltre alla scrittura (r)affinata, è reso possibile anche dalla chimica incredibile fra i due bravissimi protagonisti: Harry Melling e Alexander Skarsgård.

  • Sentimental Value

    Joachim Trier

    Una casa. Una famiglia che è stata e non è più. Due sorelle. Un padre e una figlia. Incroci (im)possibili tra il passato e il presente, tra la finzione e la realtà. L’Oscar al miglior film internazionale è andato (meritatamente) a un film che sa di cinema e di vita. Joachim Trier si conferma uno dei più grandi narratori di cinema contemporanei, e Renate Reinsve il volto d’autore di questo decennio (cfr. anche Backrooms e, prossimamente, Fjord). Ma pure gli altri (Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning) non scherzano. Un capolavoro, punto.

  • Se solo potessi ti prenderei a calci

    Mary Bronstein

    Piccolo capolavoro dell’ansia materna, il film di Mary Bronstein parte in quarta e non rallenta mai. È un ritratto della maternità moderna come un attacco di panico senza fine, tra Lynch e i Safie. E uno di quei film che infondono magnificamente la sensibilità di chi l’ha scritto e diretto in ogni fotogramma e che, catartici o meno, una volta che li hai visti ti cambiano. Oltre a dare un monumentale ruolo drammatico a un’attrice finora poco usata in queste vesti: la gigantesca Rose Byrne.

  • Sirāt

    Óliver Laxe

    I rave nel deserto (pazzesche le musiche di Kangding Ray, e tutto il lavoro sul sonoro). Una trama da videogioco per alcuni manipolatoria, in realtà capace di creare un’esperienza immersiva come raramente era successo nel cinema recente. La consacrazione di un autore – Óliver Laxe – finora confinato nei festival. Sirāt è cinema che ha ancora il coraggio di muovere un pensiero “laterale”, che rischia, disturba, ma rimane. Avercene.

  • Sorry, Baby

    Eva Victor

    Agnes (la stessa regista, già stand-up comedian) ha una carriera appena avviata in università, un’amica cara, un vicino affettuoso, un gatto. Ma anche una storia di abuso dentro il college. Da qui, l’esordio di Eva Victor diventa la parabola del processo per essere tutto e contenere tutto: le paure, le delusioni, i sensi di colpa, la sensazione di trovarsi in un vuoto di tempo. Julia Roberts ha definito l’autrice “my hero“: lo è diventata per molti, dopo questo sorprendente esordio.