Rolling Stone Italia

I migliori film usciti nel 2022 (fino a oggi)

L’ennesimo capolavoro di Paul Thomas Anderson (‘Licorice Pizza’), il sequel di ‘Top Gun’, il nuovo ‘Batman’, titoli sottovalutati di Grandi Autori (leggi: Guillermo del Toro e Richard Linklater). E poi Ennio: basta il nome

Foto: BRON Pictures/Eagle Pictures

12Cyrano di Joe Wright

Un musical che non sembra nessun altro musical fatto prima. Alla base c’è lo spettacolo teatrale con le (splendide) canzoni dei “bros” dei National Aaron Dessner e Bryce Dessner, ma il risultato è un riuscitissimo pastiche con cui Joe Wright, autore di titoloni (Espiazione, Anna Karenina) ma anche di passi falsi (vedi il precedente La donna alla finestra), riesce a sublimare la sua poetica über-kitsch. Insieme alla prova straordinaria di un grande cast, su tutti Peter Dinklage nel ruolo del titolo. Che esalta il celebre testo originale di Rostand facendone un atto (anche) politico ancora attualissimo. Ignorato (o quasi) agli Oscar di quest’anno: molto male.

11C’mon C’mon di Mike Mills

Altro titolo dimenticato dall’Academy è quello firmato da Mike Mills (Beginners, Le donne della mia vita), autore a vocazione indie da sempre sensibile nel tratteggiare psicologie moderne e unicissime. Stavolta un documentarista che monitora i cambiamenti della gioventù americana, e che si ritrova tutore suo malgrado del nipotino con famiglia disfunzionale alle spalle. Enorme prova “in sottrazione” di Joaquin Phoenix, sontuoso bianco e nero, meravigliose musiche. Un prodotto intellò ma con l’anima, anch’esso passato pressoché inosservato.

10Finale a sorpresa – Official Competition di Gastón Duprat e Mariano Cohn

Dopo i brillantissimi Il cittadino illustre (2016) e Il mio capolavoro (2018), gli argentini Gastón Duprat e Mariano Cohn tornano con la commedia sul cinema (e la sua crisi) più lucida e sagace degli ultimi tempi. Con un trio all-star in forma smagliante: Penélope Cruz è la regista che si ritrova a dirigere due star opposte ma ugualmente vanesie (Antonio Banderas e Oscar Martínez, attore-feticcio dei due registi) con esiti spassosi. Ma, al fondo, c’è il canto del cigno di un’arte che forse non è più quella di prima: senza drammi, però, l’importante è riderci su. Gara di bravura tra i protagonisti, e un finale a sorpresa per davvero.

9Flee di Jonas Poher Rasmussen

Un film d’animazione? Un documentario? Una biografia? Tutto, e difatti questo è il primo titolo ad essere stato candidato agli Oscar in tre categorie diverse (animazione e doc, appunto, più miglior film internazionale). Il danese Jonas Poher Rasmussen fa dell’intervista a un profugo afgano, che nel film si fa chiamare Amin, un’odissea che vale ancora, per tutte le migrazioni di oggi. Ma non c’è solo la (geo)politica: la storia del protagonista, fuggito da Kabul per ritrovarsi nella Copenhagen dei primi anni ’90, è una storia di identità anche (omo)sessuale. Raccontata con una aderenza al reale che solo l’animazione poteva dare.

8Nostalgia di Mario Martone

Dopo il successo (meritatissimo) di Qui rido io, biopic tra vita e teatro di Eduardo Scarpetta, Martone cambia completamente registro, e firma uno psycho-thriller che sembra riportarlo ai suoi primi lavori per il cinema (L’amore molesto su tutti). E resta nella sua Napoli, il rione Sanità per la precisione, che però è astratta, stilizzata, palcoscenico (ancora) su cui muove i suoi personaggi. Che sono tutti attori in stato di grazia: l’apolide Pierfrancesco Favino (che fa un altro lavoro straordinario sulla lingua), il villain Tommaso Ragno e il local (ma in una parte che ribalta le precedenti) Francesco Di Leva. Applauditissimo a Cannes 2022, ma rimasto fuori dal palmarès: vergogna.

7Elvis di Baz Luhrmann

Quella che poteva (doveva) essere un’altra debordante opera rock, alla maniera dell’ineguagliabile Moulin Rouge!, resta “solo” una magnifica biografia musicale. E non è mica poco. Si sente un po’ troppo “controllo” da parte della famiglia Presley, e una mancanza di scrittura soprattutto nella seconda parte. Ma l’Elvis di Baz Luhrmann è comunque monumentale, ovviamente kitsch, capace di restituire insieme il mito e l’angelo caduto. E monumentale è anche l’interpretazione di Austin Butler, da semisconosciuto a stella che brillerà a Hollywood per gli anni a venire: se non gli danno almeno una nomination agli Oscar, ci incateniamo fuori da Graceland.

6The Batman di Matt Reeves

Difficile ripensare Batman dopo il cult di Bale/Nolan e lo scult di Affleck/Snyder. Matt Reeves – complice un Robert Pattinson che si diverte a giocare sul post-emo lasciatogli in eredità dalla sua croce e delizia, vale a dire Twilight – non solo ci riesce, ma fa ben sperare nel rilancio della saga dell’Uomo Pipistrello. Con un occhio dark in stile ultimo Joker, ma senza disdegnare una componente più pop-mélo (vedi il ruolo della perfetta Catwoman di Zoë Kravitz), crea un immaginario che è insieme classico e nuovissimo. E gli incassi volano in tutto il mondo, com’è giusto che sia.

5Top Gun: Maverick di Joseph Kosinski

Diciamolo: sulla carta, il sequel del cult 80s a trentasei anni di distanza faceva paura a tutti. Ma Tom Cruise è Tom Cruise: un divo che conosce il Cinema (maiuscolo) e le sue regole. E che negli anni ha saputo confezionare i migliori action possibili con i migliori professionisti possibili. A cominciare da sé stesso, che pilota come un vero “pro” anche nelle sequenze più risky. Il risultato è un filmone vecchia maniera, artigianale e pieno di cuore (il filone familista sul figlio di Goose, interpretato da Miles Teller; il versante romantico con Jennifer Connelly), che però piace anche alle giovani platee. Come ha dimostrato il (generosissimo) box office internazionale. Go, Tom, go!

4La fiera delle illusioni – Nightmare Alley di Guillermo del Toro

Dalle mani altrettanto “artigianali” di Guillermo del Toro, e dal romanzo di William Lindsay Gresham (già diventato film negli anni ’40 starring Tyrone Power), uno dei film più duri e “seminali” del regista messicano. Forse fin troppo oscuro per i tempi che corrono: forse per questo il pubblico gli ha voltato le spalle. Tra il noir classico e il solito gusto per il freak show tipico dell’autore, la parabola di Stan (un Bradley Cooper mai stato più convincente) è un racconto del nostro tempo: è solo cambiato il circo. Tra impeccabili femme fatale (Cate Blanchett) e confezione extralusso (menzione alla fotografia di Dan Laustsen), non ci sono errori. Se l’avete (come molti) perso, recuperatelo: ve lo chiede il Cinema.

3Apollo 10 e mezzo di Richard Linklater

Altro giro, altro grande autore. E altro grande film totalmente sottovalutato, se non ignorato: l’algoritmo di Netflix, che produce e distribuisce, l’ha tenuto nascosto anche ai cinéphile più accorti. Riutilizzando l’animazione in rotoscope a lui cara (vedi i precedenti Waking Life e A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare), Linklater firma il suo film più intimo e immaginifico. E anche uno dei pezzi di “Americana” più sbalorditivi degli ultimi anni. Dalla conquista dello spazio ai pezzi di “modernariato” che passano davanti agli occhi in un montaggio serratissimo, ci sono tutti gli States degli anni ’60, visti con gli occhi di un bambino/astronauta e condensati in un misto incredibile di nostalgia e ironia. Un capolavoro, punto.

2Ennio di Giuseppe Tornatore

“Il documentario su Morricone”: troppo facile liquidarlo così. Mettendo insieme materiali d’archivio, interviste e soprattutto tanta (tantissima) musica, che è il vero cuore del film, Giuseppe Tornatore dedica al “suo” Ennio un film che non è un tributo come tanti, ma la celebrazione di un vero e proprio genio del ‘900. Finalmente riconosciuto per quello che è: uno dei più grandi compositori del secolo scorso, senza se e senza ma. Ne esce un’opera fiume che vorresti non finisse mai, con momenti che nessun altro doc ha mai regalato. Basti la scena della genesi di In ginocchio da te, feat. il Gianni nazionale: probabilmente il più bel montaggio dell’ultima stagione di cinema.

1Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson

Può un regista continuare a superare sé stesso, anche quando sembra insuperabile? Sì, se il regista si chiama Paul Thomas Anderson. Il solo capace di fare di un film sulla carta “piccolo” un’epica romantica e universale sulla giovinezza, i sogni, e anche il Cinema (sempre maiuscolo). Siamo nella Los Angeles degli anni ’70, e al centro di questo minuscolo/enorme romanzo di formazione c’è la storia di un amore che è bellissimo perché non assomiglia a nessun altro: quello tra un attore-ragazzino (Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour) e un’aspirante fotografa (la portentosa Alana Haim, dalla band con le sorelle Haim al grande schermo, passando per la porta principale) sedotta, letteralmente, da Hollywood. Sean Penn e Bradley Cooper, in comparsata übercool, si e ci divertono da pazzi. Niente di più, niente di meno. Solo il film finora più grande di tutti. Punto.

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