I migliori film italiani usciti nel 2021 | Rolling Stone Italia
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I migliori film italiani usciti nel 2021

Il personalissimo coming of age sorrentiniano, la via italiana al kolossal by Gabriele Mainetti. Ma pure il documentario (che documentario non è) del maestro Bellocchio, il prison movie d'autore starring Servillo e Orlando. E tanto altro

Artwork by Stefania Magli

15Maschile singolare di Matteo Pilati e Alessandro Guida

Sì, ok, Maschile singolare è una rom-com LGBTQ+. La definizione che preferiamo però è “storia di empowerment”, quelle in cui qualcuno lotta per trovare finalmente sé stesso e il suo posto nel mondo. Chissenefrega del suo orientamento sessuale e degli annessi e connessi. Il film, caso raro di un prodotto italiano perfettamente calato nel tempo in cui è pensato, scritto, prodotto, unisce delicatezza e sensibilità a situazioni più scanzonate e pop. Puntando su alcuni dei nuovi golden boy di cinema e tv: da Giancarlo Commare a Gianmarco Saurino.

14Non mi uccidere di Andrea De Sica

Un teen movie? Un horror? Un mélo? Un film di Andrea De Sica, punto. Che riprende le atmosfere oscure degli inizi (il sottovalutato I figli della notte) e le shakera con la coolness del “suo” Baby, riconfermandosi uno dei nostri autori attuali più capaci di giocare coi generi, inventandone forse uno nuovo. Fanno il resto le Z-star Rocco Fasano e Alice Pagani, usata quasi come un’eroina “stilizzata” di Luc Besson.

13Lovely Boy di Francesco Lettieri

La faccia (e la stazza d’attore) di Andrea Carpenzano. Un soggetto che mette insieme parabola esistenziale e trap, ma senza furbizia. Un autore consacrato dai videoclip (no: dai veri e propri mini-film girati per Liberato) che alla seconda prova nel lungometraggio dopo Ultras si conferma ancora più a fuoco. Potrebbe essere un film americano degli anni ’70, è invece un film del New Cinema italiano. Che promette bene per il futuro.

12Atlantide di Yuri Ancarani

Per una volta la parola docufiction è usata a proposito. Sullo sfondo di una laguna (di Venezia) apparentemente immobile, il talentuosissimo Yuri Ancarani “boosta” i barchini per raccontare una storia periferica (in tutti i sensi) che non assomiglia a nessun’altra vista dalle nostre parti. Un altro modo di raccontare i ragazzi di oggi. E, soprattutto, di fare cinema insieme narrativo e sperimentale. Senza “trucchi” (pardon).

11Carosello Carosone di Lucio Pellegrini

Il cinema popolare vecchia maniera ma coi mezzi (e lo stile) di oggi? Per fortuna c’è Mamma Rai, che trova il modo di fare il più classico dei biopic (e su uno dei “classici” della canzone nostrana: Renato Carosone) secondo una chiave del tutto contemporanea. Produce, e si vede, la Groenlandia di Rovere/Sibilia, esempio di factory al servizio del pop di oggi. E pure il volto scelto come protagonista è nel segno del rinnovamento: Eduardo Scarpetta, già nell’Amica geniale, è una instant star. E se lo merita tutto.

10Re Granchio di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis

Tra Ermanno Olmi e Werner Herzog (possibile? Ebbene sì), un cinema festivaliero e integralista che però sa intercettare il (suo) pubblico. Grazie a un’estetica comune a pochi, a una fattura artigianale che ricorda la nostra migliore tradizione (fino al Garrone più favolistico), a una storia meravigliosamente sospesa nel tempo e forse per questo capace di trovare un tempo tutto suo. Bravi.

9Qui rido io di Mario Martone

Il teatro e la famiglia (allargata e incasinata) sono una cosa sola per Eduardo Scarpetta (un monumentale Toni Servillo), qui nelle sapienti mani di un Martone che ormai sta consacrando sé stesso a portare la tradizione teatrale napoletana al cinema con attenzione filologica e filosofica. Non ci sono solo i drammi interni al nucleo (come il non riconoscimento dei figli Titina, Eduardo e Peppino De Filippo: vedi più avanti), ma anche e soprattutto il passaggio dalla commedia con la maschera di Felice Sciosciammocca all’azzardata parodia della tragedia di Gabriele D’Annunzio La figlia di Iorio. E di conseguenza la prima storica causa sul diritto d’autore in Italia. Sontuosamente partenopeo.

8La terra dei figli di Claudio Cupellini

Pareva impossibile adattare il romanzo a fumetti che ha imposto Gipi nel mainstream. C’è riuscito (benissimo) Claudio Cupellini a creare sul grande schermo una (re)visione post-apocalittica sulla storia di questo ragazzino alla ricerca di sé stesso alla fine del mondo, tra fango, paludi e meschinità. A partire dal volto di Leon de La Vallée, aka il rapper Leon Faun, una scoperta, impressionante se si confrontano certe inquadrature con le tavole disegnate. Per proseguire con prove quasi in “anti-ruolo” di Valeria Golino, Valerio Mastandrea e Paolo Pierobon. Tutto giusto.

7I fratelli De Filippo di Sergio Rubini

Altro giro, altro De Filippo. Visto negli anni della formazione (anche in senso di “band”: Eduardo era una rockstar) che ha cambiato per sempre il teatro italiano, e non solo. Lo sguardo di Sergio Rubini, stavolta solo regista, è dalla parte dei giovani che hanno urgenza e voglia di innovare. E di una storia che è emblema della “bella Italia”. Tra i veterani usati in modo arguto (da Giancarlo Giannini a Biagio Izzo), si stagliano i tre super protagonisti: Mario Autore (Eduardo), Domenico Pinelli (Peppino) e Anna Ferraioli Ravel (Titina).

6A Chiara di Jonas Carpignano

Jonas Carpignano, uno dei nostri talenti registici più cristallini, chiude la cosiddetta trilogia di Gioia Tauro dopo Mediterranea e A Ciambra. E lo fa raccontando lo sguardo di una ragazzina innocente sulla ‘ndrangheta mentre scopre che il padre è partito perché latitante, accusato di associazione a delinquere per traffico di stupefacenti. Un romanzo di formazione dolceamaro sempre caratterizzato dalla mano di Carpignano, che porta alla storia un’intimità e una verità assolutamente uniche.

5Diabolik dei Manetti Bros.

Abbiamo aspettato un anno – e i due registi tutta la vita – ma il risultato non tradisce l’attesa: checché ne dicano alcuni, il Diabolik dei Manetti Bros. è riuscitissimo: un film che riesce al contempo a omaggiare la tradizione e a riscrivere un genere. O forse no: ormai i generi non c’entrano più, è ottimo cinema che pensa al pubblico (ma restando sofisticamente cinéphile) e basta. Il trio Marinelli-Leone-Mastandrea non si discute: semplicemente perfetti.

4Ariaferma di Leonardo Di Costanzo

Toni Servillo e Silvio Orlando per la prima volta protagonisti insieme. Questa è stata la notizia che è rimbalzata ovunque durante le riprese. Quello che poi abbiamo visto sullo schermo sono due dei massimi attori italiani che escono dalla comfort zone per mettere a segno due performance magnifiche, fuori da tutto quello che normalmente colleghiamo ai rispettivi, giganteschi nomi. Il resto lo fa la regia di Leonardo Di Costanzo, in una riflessione universale e raffinatissima sul libero arbitrio, sulla compassione e sull’umanità nel luogo che più di tutti si sforza di vuotare di significato queste parole: il carcere.

3Marx può aspettare di Marco Bellocchio

Un film così bello, ricco, complesso, intimo – e aggiungeteci qualsiasi altro aggettivo – che dovrebbe stare fuori classifica. Impossibile infatti definire l’ultima opera del maestro Bellocchio, un documentario che solo documentario non è, semmai un bilancio professionale ed esistenziale, un tuffo psicanalitico in ottant’anni (incredibile ma vero) pubblici e privati. Un capolavoro che resterà, unico e solo, in un cassetto importante della storia del nostro cinema.

2Freaks Out di Gabriele Mainetti

Non si era mai visto niente del genere dalle nostre parti. Attesissimo complicatissimo, coraggiosissimo. Freaks Out è un film “grande”, in tutti i sensi: nell’ambizione, nel valore produttivo, nella durata, nel cuore. Gabriele Mainetti segna una nuova rivoluzione nel cinema italiano. E dentro c’è tanta roba: Tarantino, l’amore per i freak (da Diane Arbus a Tim Burton), il mondo Marvel (ma più quello di Logan), Spielberg, Il mago di Oz. Ma pure Sergio Leone, Rossellini e Vittorio De Sica. Vedere la stupefacente sequenza d’apertura per credere, che una via italiana al kolossal può esistere. Davvero.

1È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino

Il capolavoro di Paolo Sorrentino? Forse. Certamente il suo film più doloroso e personale. Ma in cui il pianto convive con la risata. Il regista da Oscar per La grande bellezza (sarà bis con questo?) fa della sua storia privata una storia pubblica trascinante, gioiosa, sofferente, generazionale. C’è dentro di tutto: la vita, il cinema, Napoli, Maradona, Fellini, interpretazioni magistrali, una regia avvolgente. Meritatissimo Leone d’argento a Venezia 78, ma quest’anno meriterebbe davvero tutto.