Rolling Stone Italia

I migliori film internazionali usciti nel 2021

Gli ennesimi capolavori di Wes Anderson, Pedro Almodóvar, Jane Campion. Ma questo è stato anche l’anno della consacrazione di tanti autori ‘periferici’ (il norvegese Joachim Trier, il giapponese Hamaguchi Ryūsuke, il finlandese Juho Kuosmanen). E di un cinema post (o forse no) pandemico che ha mischiato pop e cinefilia. Ecco il listone

Artwork by Stefania Magli

20Old di M. Night Shyamalan

Uno dei migliori film di Shyamalan? Forse no. Ma una visione che – dopo la sottovalutata serie Apple Servant – ricolloca l’autore del Sesto senso e The Village nel panorama del cinema “grande”, in tutti i sensi. Riconfermando la sua capacità pressoché unica di giocare con le nostre paure: anche, indirettamente (o forse no?), quelle legate alla pandemia in corso. E un talento di (ri)pensare il suo stesso cinema che gli fa comunque onore.

19Titane di Julia Ducournau

David Cronenberg era arrivato prima, d’accordo. Ma Julia Ducournau lo cita così espressamente da farlo dimenticare presto. L’ultima (contestata) Palma d’oro a Cannes è un film che shakera generi, pezzi di cinema, visioni e revisioni a volte gratuitamente disturbanti, ma sicuramente “d’autrice”. Sul fronte cast, Agathe Rousselle è una scoperta, Vincent Lindon una granitica (letteralmente) certezza.

18Sull’isola di Bergman di Mia Hansen-Løve

Un film sul cinema, ma soprattutto sull’amore. Le “scene da un matrimonio” di Mia Hansen-Løve (ispirate dalla sua vera storia con il collega/mentore Olivier Assayas) titillano ovviamente i cinéphile, portati in gita sulla Fårø rifugio di Ingmar (e dei suoi peccati); ma hanno un calore e un’onestà mai compiaciuti, in grado di dialogare con una platea più ampia di quella che si pensi. Fenomenali Vicky Krieps e Tim Roth, ma pure la supporting Mia Wasikowska come sempre non scherza.

17Rifkin’s Festival di Woody Allen

Altro film “sul” cinema (c’è pure tantissimo Bergman, guarda un po’) con cui Woody firma una sorta di testamento (molto preventivo: non scherziamo!). L’alter ego stavolta è Wallace Shawn (monumentale), ex docente newyorkese di Storia del cinema che si ritrova a San Sebastián tra fantasmi e illusioni felliniane. Una commedia umana molto più dolente di quanto sembri, ma con vette comiche (le scene parlate in svedese, la partita di scacchi con Christoph Waltz) davvero altissime. Grazie Woody, ancora e sempre.

16Spider-Man: No Way Home di Jon Watts

Il miglior debutto al box office in epoca Covid (ma pure il terzo migliore di sempre dopo gli ultimi due Avengers) è il più “meta” dei cinecomic Marvel. Spiegare perché equivarrebbe a spoilerare troppo: basti sapere, ai pochi che non l’hanno ancora visto, che la definitiva proiezione nel Multiverso (questo è noto a tutti) dell’Uomo Ragno apre a dimensioni narrative che potrebbero cambiare il corso del Marvel Cinematic Universe. È solo l’inizio: di nuovo.

15Il collezionista di carte di Paul Schrader

Il veterano Paul Schrader (sceneggiatore di Taxi Driver, regista di American Gigolò ma pure di “scult” più recenti come The Canyons) ha piazzato il suo ultimo film in cima alla classifica dei migliori titoli del 2021: premio alla sincerità (e all’ironia di chi può permettersi tutto). Presentato a Venezia 78, l’ultimo lavoro dell’autore 75enne è tantissime cose insieme: un dramma, un thriller, una commedia struggente, un pamphlet antropologico sull’America di oggi e di sempre. Grandissimo Oscar Isaac: è stato anche un po’ il suo anno, questo.

14Estate ’85 di François Ozon

Uno dei romanzi di formazione più belli che il cinema recente ricordi. Alla base c’è il libro Danza sulla mia tomba di Aidan Chambers, che François Ozon voleva adattare da tempo. Il risultato però è un film personalissimo, che pesca nei ricordi di chi è cresciuto negli anni ’80 con un misto di incanto e spietatezza. Perfetti i giovani protagonisti Benjamin Voisin e Félix Lefebvre, più la nostra Valeria Bruni Tedeschi, al solito magnifica.

13Shiva Baby di Emma Seligman

Un’opera prima (ebbene sì) che sa raccontare le ragazze di oggi (e il loro posizionamento nella società e nel mondo) con totale adesione e senza predicozzi. Emma Seligman è un talento puro, e il suo “tutto in un giorno” un saggio di cinema già magistrale. Come la direzione dei suoi bravissimi attori: vedi la scelta di Rachel Sennott, giovane lead di cui sentiremo ancora parlare (speriamo). Distribuisce in streaming (anche da noi) MUBI: bravi.

12tick, tick… BOOM! di Lin-Manuel Miranda

Il re Mida del musical contemporaneo debutta finalmente alla regia, e lo fa con un bellissimo musical che è la storia del musical: quella di Jonathan Larson, l’autore di Rent (un ottimo Andrew Garfield), scomparso a 35 anni il giorno prima che il suo show debuttasse off-Broadway. Ovviamente la vicenda risuona soprattutto tra gli artisti e i creativi che hanno lottato per emergere, vedi lo stesso Lin-Manuel Miranda. Che però riesce a dirigere con energia e tono giocoso, senza mai scadere nell’ego-riferimento. L’omaggio a Sondheim al diner unisce la community teatrale passata e quella presente. E alla fine sarà impossibile trattenere le lacrime.

11Nomadland di Chloé Zhao

Lo abbiamo messo a metà classifica perché di fatto è un film del 2020 (con tanto di Leone d’oro portato a casa da Venezia). Ma il film che ha consacrato Chloé Zhao prima della svolta Marvel con Eternals è uscito nella primavera di quest’anno, dopo i tre Oscar (miglior film, regia e attrice a Frances McDormand) e dopo – si fa per dire – una pandemia che ha reso ancora più simbolica la fuga della protagonista. E questo ritratto insieme esterno e interno sugli States del nuovo secolo. Un instant classic.

10First Cow di Kelly Reichardt

Altro giro, altra distribuzione MUBI. E altra autrice cresciuta nei festival di mezzo mondo (Old Joy, Meek’s Cutoff, Night Moves), e qui alla sua opera probabilmente più matura: un bromance ambientato in un West sospeso che il cinema western lo smonta o lo rimonta in continuazione, finendo per non assomigliare a nient’altro. Fino a un epilogo che è uno dei più belli e dolorosi del cinema degli anni 2000, e motiva tutto l’impianto del film. Un capolavoro, punto.

9Illusioni perdute di Xavier Giannoli

Si può rifare Balzac come se fosse una storia del e sul nostro tempo? Il classicissimo Xavier Giannoli (Marguerite, L’apparizione) dimostra che è possibile. E stupisce con un film che è insieme fedelissimo e contemporaneo, capace di confermare la modernità del romanziere (forse addirittura profeta dell’era social: e non è un azzardo). Dopo Estate ’85, Benjamin Voisin si riconferma uno dei volti del cinema francese del futuro. Ma la vera sorpresa è il non protagonista Xavier Dolan, usato in modo inedito e intelligente.

8Dune di Denis Villeneuve

Era il film più atteso della stagione, un evento globale che i cinema attendevano da mesi. E Denis Villeneuve, forse il miglior regista di sci-fi su piazza, centra quello che era considerato “impossibile da filmare” (ovvero la creatura di Frank Herbert, vedi lo scult di Lynch), creando un universo visivo talmente maestoso e immersivo da farti sentire la sabbia di Arrakis addosso. E azzecca l’alfiere di quella mitologia: Timothée Chalamet perfetto nei panni di un piccolo principe aristocratico ma weird. Sugli altri personaggi troneggia, pur con poche pose, la principessa del deserto di Zendaya. Che attendiamo con ansia di vedere nella Part Two.

7Il potere del cane di Jane Campion

Per il suo grande ritorno al cinema, Jane Campion prende il romanzo omonimo di Thomas Savage (che l’ha incantata e perseguitata) e gira impeccabilmente e con grazia purissima (i panni stesi al sole! i close up sui volti!) un post-western psicologico di anime sole, sempre fuori posto, intrappolate da una frontiera ideale, quella del mito machista dell’autodeterminazione tutto americano che piega e spezza anche e soprattutto chi finge di padroneggiarlo alla perfezione. Starring un clamoroso Benedict Cumberbatch in un ruolo inedito, totalmente inaspettato e finalmente d’auteur, all’altezza di un carisma e un talento larger than life.

6The Father – Nulla è come sembra di Florian Zeller

Un’opera prima (già: non ci si crede) firmata da un drammaturgo di grande successo. Ma, soprattutto, l’adattamento di una sua stessa pièce che diventa puro Cinema. Nella fattispecie, un Kammer-thriller psicologico che racconta meglio di qualunque altro il lento distacco di un uomo dalla percezione della realtà, ma rendendo il tutto una sfida visiva e narrativa continua con lo spettatore. Nel gioco di psycho-incastri che si genera, Anthony Hopkins è il re assoluto, monumento vivente dell’arte del recitare: il premio Oscar è stato meritatissimo, ça va sans dire.

5Madres paralelas di Pedro Almodóvar

Dopo il sommo Dolor y gloria, era difficile firmare un altro film così denso e importante. Ma Pedro è Pedro e, all’ennesima prova col mélo più puro e maturo, piazza un film che solo lui avrebbe potuto fare. Una storia insieme privata e pubblica, personale e politica, femminile e universale. Che parte dalla sua ossessione (la madre) per farne una definitiva sublimazione. Penélope Cruz (Coppa Volpi a Venezia) è qui in una delle sue prove più luminose di sempre, ma la giovanissima Milena Smit le tiene ampiamente testa.

4Scompartimento n. 6 – In viaggio con il destino di Juho Kuosmanen

Un road movie artico su rotaie, Grand Prix a Cannes e già nominato a parecchi premi (riuscirà ad entrare nella cinquina degli Oscar?), dove la sensazione di libertà non viene dagli orizzonti infiniti ma dall’accettazione di sé e dell’altro. Nello spazio angusto della cuccetta di un treno che da Mosca va a Murmansk, lo scontro/incontro tra un minatore russo un po’ rozzo e una studentessa finlandese alla ricerca di sé stessa. Perfetta la coppia di interpreti Yuriy Borisov e Seidi Haarla. E segnatevi il nome del regista: Juho Kuosmanen.

3La persona peggiore del mondo di Joachim Trier

Dopo titoli non sempre riusciti (l’originalissimo Thelma, il pasticciatissimo Segreti di famiglia), il norvegese Joachim Trier scrive (col solito sodale Eskil Vogt) e dirige una delle parabole meglio capaci di inquadrare il nostro tempo. Quella di Julie (Renate Reinsve, giusto premio a Cannes per l’interpretazione), giovane donna insieme normale ed eccezionale, che non sa come rapportarsi alle contraddizioni di questo tempo: come tutti noi. Un’operetta morale ma mai moralista, uno dei film più sorprendenti di questa annata.

2Drive My Car di Hamaguchi Ryūsuke

Il passo cadenzato che pare quello del grande Ozu, lo Zio Vanja di Čechov, una partitura in tre atti (e in tre ore di purissimo Cinema, con la maiuscola) che infiamma e raggela i sentimenti secondo un equilibrio perfetto. In un solo anno, Hamaguchi Ryūsuke ha firmato due film potenti (l’altro è Il gioco del destino e della fantasia) giustamente premiati a Cannes e Berlino: ma è Drive My Car il vero colpo al cuore. E la consacrazione di un giovane maestro: l’Oscar per il miglior film straniero pare scontato (e ci dispiace per il nostro Sorrentino).

1The French Dispatch di Wes Anderson

Chi si ferma alla “solita”, deliziosa forma probabilmente non l’ha mai capito davvero. Perché “vivere in un film di Wes Anderson”, in QUESTO film di Wes Anderson, è molto di più: è immergersi in una lettera d’amore al giornalismo d’antan e in una Francia che pare uscita da un film di Jacques Tati. The French Dispatch è un’antologia di storie profondissime che prendono meravigliosamente vita, sì. E una vetrina di tutto quello che Anderson è in grado di fare come regista. Ma che regista: Autore al suo massimo. È sempre più chiaro che vuole fare il cinema che gli interessa, e ci dispiace per gli altri.

Iscriviti