Abbiamo superato il primo quarto del XXI secolo, nonché del nuovo millennio, e in questi venticinque anni il cinema ha affrontato più sfide di quante ne abbia avute in tutta la sua (breve) storia. La proiezione su grande schermo ha visto crescere rivali sempre più aggressivi: la Prestige Tv, che offriva intrattenimento di altissima qualità da casa; poi lo streaming, che garantiva gli stessi contenuti del cinema dallo stesso schermo domestico, e presto anche su cellulari e computer, e presto anche film autoriali e blockbuster che evitavano direttamente la distribuzione in sala. A complicare le cose sono arrivati il crollo dei Weinstein e la stagione del MeToo, che hanno steso un’ombra scura su tutta l’industria; la crescita dei monopoli, con grandi gruppi sempre più voraci nell’inglobare case di produzione grandi e piccole; gli scioperi degli sceneggiatori, che hanno fermato o rinviato innumerevoli produzioni; e soprattutto la pandemia, che ha reso fisicamente impossibile andare al cinema, causando chiusure di sale, annullamenti di produzioni e abituando ancora di più il pubblico all’idea che, dopotutto, forse il cinema non serve. Eppure, dopo essere stato proclamato morto una dozzina di volte, è ancora qui: ammaccato, contraddittorio, meno centrale di un tempo, ma vivo. Non solo: proprio i nativi digitali, quelli che secondo le generazioni precedenti avrebbero dovuto dare il colpo finale al cinema, sono oggi (secondo una statistica recente di Fandango) i frequentatori più assidui del grande schermo.
Ma al di là delle diagnosi sul suo futuro, basta guardare al presente per rendersi conto di quanto, e quanto rapidamente, l’industria cinematografica sia cambiata dal 2000 a oggi. Da qui nasce questa cronologia: i 26 film, uno per anno dal 2000 al 2025, più influenti per l’industria cinematografica.
Per ogni anno sono stati ricapitolati i film più importanti, per poi decretarne il più indelebile, secondo la mia personale opinione ma basata su criteri il più possibile oggettivi, riguardanti il panorama cinematografico mondiale e italiano. Non si tratta quindi dei film più belli dell’anno, né dei miei preferiti, che “solo” sei volte hanno coinciso con il titolo eletto come più influente. Esattamente tante quante le volte in cui è stato scelto il film premiato con l’Oscar come miglior film: prevedibile conferma del fatto che il parere dell’Academy è tutto fuorché legge. Anzi, molti vincitori oggi sembrano già evaporati dalla memoria collettiva. Il discorso del re? Green Book? In che senso esiste un altro Crash oltre a quello di David Cronenberg, e ha pure vinto l’Oscar nel 2006? E qualcuno si ricorda davvero CODA, che ha vinto appena quattro anni fa?
La scelta è stata fatta considerando l’impatto che il film ha avuto in tutti gli ambiti in cui può influire un film: l’industria dei blockbuster, l’underground dei cinefili e la cultura popolare. Quando questi ambiti si sovrappongono si ha un vincitore indiscusso. Molto più spesso, però, divergono. A seconda dell’anno sono stati quindi scelti campioni d’incassi, film di nicchia diventati oggetti di culto, capolavori riconosciuti o titoli capaci di spostare qualcosa anche senza essere perfetti. Ho provato a scegliere il titolo che, più degli altri, ha lasciato una traccia; l’unico criterio costante è stato provare a motivare ogni scelta. Senza l’illusione, naturalmente, di soddisfare le pretese di tutti.
Memento
Christopher Nolan 2000Il nuovo millennio parte in quarta. Escono cult destinati a sedimentarsi in modi diversissimi: American Psycho di Mary Harron, con il Patrick Bateman di Christian Bale psicopatico in completo e cuffie, memato tuttora; Dancer in the Dark di Lars von Trier, tanto traumatizzante quanto sorprendente per la performance di Björk; l’altrettanto traumatizzante Requiem for a Dream di Darren Aronofsky; e Amores perros di Alejandro González Iñárritu, primo passo verso la consacrazione internazionale del regista messicano.
Nascono anche franchise destinati a durare decenni: Final Destination e Scary Movie, l’adattamento degli X-Men di Bryan Singer e, con il senno di poi (spoiler!), anche Unbreakable di M. Night Shyamalan. L’Oscar va a Il gladiatore di Ridley Scott, grande colossal classico, più monumento del Novecento che presagio del Duemila.
Il 2000 è anche l’anno di due capolavori che da allora ricompaiono con ostinazione in ogni classifica “seria” sul cinema del XXI secolo: Yi Yi di Edward Yang, epopea familiare sul senso della vita ancora troppo poco conosciuta, e In the Mood for Love di Wong Kar-wai, epopea struggente di desiderio trattenuto e del tempo perduto. È uno dei film asiatici più celebrati di sempre dalla critica internazionale, così sublime che ho dovuto lottare con me stesso per non farlo vincere.
Ma, se si parla di influenza, non si può ignorare che il 2000 è anche l’anno in cui Christopher Nolan entra davvero nel cinema con Memento. Non è il film migliore dell’anno, né il più monumentale, ma è il primo tassello del percorso di un regista che oggi ha più potere di interi Studios e che si può definire, senza troppi dubbi, il volto centrale del cinema del XXI secolo. Memento non esplode al botteghino e non diventa un fenomeno pop, ma è un piccolo capolavoro costruito come un meccanismo a orologeria che contiene già in forma purissima l’ossessione per la narrazione non lineare che diventerà la firma di Nolan.
Mulholland Drive
David Lynch 2001Anche il 2001 ha la sua dose di cult pop. Donnie Darko di Richard Kelly e Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet hanno trasceso la qualità dei propri territori per iniettarsi permanentemente nella cultura pop. Zoolander di Ben Stiller segna una tappa fondamentale per la commedia demenziale, ancora oggi più divertente e attuale di allora. La pianista di Michael Haneke, perverso e magistrale come solo l’autore austriaco sa essere, offre invece pane duro ai cinefili.
Accanto allo scoppiettante e sottovalutatissimo Sexy Beast di Jonathan Glazer, regista ancora di nicchia ma sempre più sotto i riflettori dopo i suoi capolavori a venire (come vedremo), nel 2001 entrano definitivamente nel radar internazionale alcuni autori destinati a diventare amati tanto dalla critica quanto dal pubblico: Wes Anderson con I Tenenbaum e Alfonso Cuarón con Y tu mamá también. Quest’ultimo, a mio parere, sarebbe il film migliore dell’anno, se non fosse uscito anche La città incantata di Hayao Miyazaki: una fiaba animata ancora oggi considerata da molti il suo capolavoro, magica e delicata come nient’altro, e forte di un successo mondiale inatteso che la rende un candidato più che legittimo al titolo di film più influente dell’anno.
Ma nel campo dell’animazione il 2001 è anche l’anno di Monsters & Co., altro passo della Pixar verso lo status che avrebbe consolidato negli anni successivi, e soprattutto di Shrek. Partendo da una fiaba folkloristica, Shrek crea un personaggio dell’immaginario collettivo e propone un tono irriverente e adulto, cambiando il modo in cui l’animazione mainstream parla al pubblico e vincendo il primo Oscar assegnato al miglior film d’animazione.
Non mancano i nuovi franchise, dal brillante Ocean’s Eleven di Steven Soderbergh al pop muscolare di Fast and Furious, di cui nessuno avrebbe potuto immaginare la longevità. E parlando di longevità, nel 2001 debutta anche Harry Potter e la pietra filosofale di Chris Columbus, la cui influenza sulla cultura pop continua oggi più forte che mai, con il remake HBO in arrivo, anche se a livello strettamente cinematografico non si trattò mai di film influenti. Non si può dire lo stesso di un altro franchise nato nello stesso anno: nel 2001 esce Il Signore degli Anelli – La compagnia dell’anello di Peter Jackson, che spiazza subito pubblico e industria, aprendo la strada a una delle imprese più imponenti del cinema popolare contemporaneo, e se non è stato scelto è solo perché questo è uno degli anni in cui c’è un vincitore indiscutibile.
Non quello dell’Academy, A Beautiful Mind di Ron Howard, che è la perfetta definizione di “film da Oscar”: moralmente nobile e indubbiamente bello, ma non molto di più. Il film del 2001 non può che essere Mulholland Drive, apice della carriera di uno dei geni assoluti della settima arte: una fiaba incubica di ossessione, identità frantumata e desiderio, nata dalle ceneri del pilota rifiutato di una serie tv e diventata la condensazione più pura dell’immaginario opaco di David Lynch, ma comunque capace di risuonare profondamente con tutti noi. È in cima a qualunque classifica seria sui film del nuovo millennio, e anche a molte tra quelle dei migliori film di sempre. Su questa scelta non si discute. Silencio.
Spider-Man
Sam Raimi 2002Il 2002 è un anno strano per il cinema, e non solo. La culla dell’industria cinematografica è ancora appesantita dalle macerie delle Torri Gemelle, insieme alle quali sembra crollato anche l’entusiasmo dell’inizio del nuovo millennio. Si comincia già a rimpiangere il passato, mentre il futuro appare improvvisamente più incerto. Quello spaesamento attraversa, in modo più o meno esplicito, molta della produzione culturale dell’anno.
Lo incapsula perfettamente La 25ª ora di Spike Lee, in cui un regista insolitamente cupo osserva una New York ferita attraverso gli occhi di uno spacciatore che si prepara al carcere. La società collassa anche nell’horror zombie 28 giorni dopo di Danny Boyle, che a distanza di anni sarebbe tornato su quell’universo con nuovi capitoli. A collassare è invece la narrazione stessa ne Il ladro di orchidee di Spike Jonze, folle e geniale meta-film scritto da Charlie Kaufman dove l’adattamento di un libro diventa un labirinto sull’impossibilità stessa di adattare qualcosa.
Uno spaesamento più tenero è quello di Ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson: dopo l’epica corale di Magnolia, il regista spiazza tutti con un romance delicatissimo con Adam Sandler. Esce anche The Bourne Identity di Doug Liman, che cambia il linguaggio del cinema d’azione con un protagonista vulnerabile, una regia più sporca e quella shaky cam che negli anni successivi verrà imitata spesso. Intanto Il pianista di Roman Polański impone il suo rigore doloroso, anche se l’Oscar va al musical Chicago di Rob Marshall, scelta non ovvia ma indicativa di una Hollywood ancora innamorata della propria idea di spettacolo.
Sul fronte horror arriva The Ring di Gore Verbinski, remake americano destinato a diventare un classico moderno e ad aprire una stagione di importazioni asiatiche più o meno ispirate. Ma il film più disturbante dell’anno, anzi forse del secolo, è Irréversible di Gaspar Noé: walkout a Cannes, una scena di stupro discussa tutt’oggi e una violenza formale che impongono il regista al centro del dibattito. Spesso lo shock ha finito per oscurare la struttura vertiginosa e la solida filosofia del film, che è molto più di una provocazione compiaciuta.
Ogni cellula del mio corpo avrebbe voluto eleggere Irréversible come film più influente dell’anno: pochi titoli meritano davvero la parola “indelebile” quanto questo. Ma nel 2002 esce anche Spider-Man di Sam Raimi, che segna l’inizio dell’era dei supereroi che avrebbe monopolizzato le sale nell’arco di un decennio. Non è ancora MCU, e non è ancora il più compiuto Spider-Man 2, ma Raimi incide nella pietra uno standard di tono, qualità e immaginario per l’adattamento dei fumetti. Dopo l’11 settembre, era forse l’unico regista capace di rialzare l’umore di New York con una sana, vecchia storia di supereroi. Nessuno poteva sapere cosa sarebbe diventato Spider-Man negli anni successivi. Ma d’altronde, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.
Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re
Peter Jackson 2003Si potrebbe argomentare che il film più influente del 2003 sia quello che ha identificato un fenomeno ormai trasversale a tutti i generi: The Room di Tommy Wiseau, capostipite del “so bad it’s good”, quella deriva dei fallimenti cinematografici trasformati in culto collettivo. Ha alimentato intere serate-evento, un pubblico devoto, infinite imitazioni che non hanno capito che non fa ridere se il film è appositamente brutto, e persino un meta-film sulla sua realizzazione. Ma manteniamo un minimo di amor proprio e passiamo ai film riusciti, che non mancano.
Quentin Tarantino ci elettrizza con Kill Bill: Volume 1, mentre Sofia Coppola ci commuove con Lost in Translation. Lars von Trier e Gus Van Sant scelgono invece traiettorie più crudeli: Dogville ed Elephant affondano rispettivamente nella coercizione sociale e nel trauma degli school shooting, due territori che promettono purtroppo di restare attuali ancora a lungo. Park Chan-wook ci sconvolge in un modo tutto suo con Old Boy, fiaba amarissima fondamentale per l’esplosione internazionale del cinema coreano.
È infatti un grande anno per il cinema non hollywoodiano, con Memorie di un assassino di Bong Joon-ho e City of God di Fernando Meirelles e Kátia Lund, ma pure per gli amanti del mare, con Alla ricerca di Nemo e Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna di Gore Verbinski. Preso alla lettera, nella categoria andrebbe inserito anche Big Fish di Tim Burton, ma sarebbe fuorviante: resta comunque da menzionare come uno degli ultimi momenti in cui Burton sembra ancora pienamente al massimo delle sue doti.
Ma sarebbe assurdo non premiare Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re di Peter Jackson. Se la portata del fenomeno si poteva intuire già da La compagnia dell’anello, il terzo capitolo la suggella, incoronando la saga come la trilogia per eccellenza, quella per dominarle tutte. Quando parlo di criteri oggettivi intendo anche questo: quasi tre miliardi di dollari al botteghino e trenta candidature agli Oscar complessive e, per il capitolo finale, undici vittorie su undici nomination, incluso miglior film.
Numeri a parte, la trilogia resta uno degli apici del cinema popolare contemporaneo, forse il suo climax assoluto. Senza limitarsi alla forza del suo impatto culturale, che pure potrebbe essere concessa anche ad altri franchise, Il Signore degli Anelli è stato prima di tutto un’impresa cinematografica visionaria, mastodontica, ambiziosa, e contro ogni pronostico riuscita in ogni particolare. Ha dato una nuova scala alle possibilità dell’epica e del world building al cinema, diventando il precedente più illustre per i futuri “universi cinematografici”. Molti avrebbero provato a costruire mondi, personaggi e conclusioni epiche, e alcuni ci sarebbero anche riusciti, almeno commercialmente. Qualitativamente, però, niente si avvicina.
Saw – L’enigmista
James Wan 2004Il 2004 è un anno romantico: c’è l’amore innovativo e cerebrale di Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry (quasi a pari merito con il vincitore per influenza); quello sublime e delicato di Before Sunset di Richard Linklater; e quello melenso e prosaico di Le pagine della nostra vita di Nick Cassavetes, comunque diventato un classico del genere.
È anche un anno stranamente scarico di pesi massimi. Oltre a Spider-Man 2 di Sam Raimi e Gli Incredibili di Brad Bird, molti dei film più notevoli restano più di nicchia rispetto agli anni precedenti. Il che non significa che manchi la qualità, anzi. Edgar Wright fa la sua esplosiva comparsa con L’alba dei morti dementi, dimostrando che la commedia può essere colta, cinefila e di genere, mentre Anchorman di Adam McKay, all’estremo opposto, dimostra quanto un film possa essere puramente idiota e comunque memorabile.
L’Oscar va a Million Dollar Baby di Clint Eastwood, altro esempio di “film da Oscar”, anche se più sentito e doloroso della media. Agli antipodi si trova Primer di Shane Carruth, film quasi amatoriale sul viaggio nel tempo di una complessità tale da stregare generazioni di nerd a venire, me incluso. Ma il film dell’anno è quello che cambia le regole del suo genere: l’horror, da sempre uno dei pilastri del cinema, che da qui assume una forma più vicina a quella virale, seriale e commerciabile che conosciamo oggi.
Nel 2004 esce Saw – L’enigmista di James Wan, manifesto di un cinema tanto violento e malato quanto attraente e accessibile, ponte perfetto tra gli estremi dell’underground e l’horror da sala per Halloween. Oltre ad aprire una saga che conta ormai dieci capitoli, il primo Saw segna anche l’esordio di Wan, il regista che da Insidious a L’evocazione – The Conjuring, fino alle produzioni più recenti come Backrooms, avrebbe contribuito più di chiunque altro a dare una direzione all’horror mainstream contemporaneo.
I segreti di Brokeback Mountain
Ang Lee 2005Nel 2005 V per Vendetta di James McTeigue rese popolare un immaginario diventato talmente famoso da sembrare, oggi, separato dal film stesso. D’istinto potrebbe sembrare la scelta più ovvia per il titolo più influente dell’anno, ma proprio quella popolarità, e il fatto che il film non inventi quell’immaginario ma lo adatti, mi porta a escluderlo. Per lo stesso motivo, Harry Potter non ha vinto nel 2001 nonostante la sua fama, mentre Il Signore degli Anelli sì: lì il peso culturale coincideva con una vera impresa cinematografica.
In ambito pop, il 2005 vede anche Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith, chiusura della controversa trilogia prequel iniziata nel 1999 e ultimo capitolo prima che la saga venisse acquisita e spremuta da Disney, e Batman Begins di Christopher Nolan, ambizioso e riuscito approccio del regista ai blockbuster, ma ancora molto legato alla sua funzione di rifondazione del personaggio.
In Italia, Romanzo criminale di Michele Placido dà una spinta importante all’adattamento su schermo dei racconti criminali e mafiosi, anticipando una stagione molto fertile tra cinema e serialità. I cinefili di quell’anno ricordano anche A History of Violence di David Cronenberg e Grizzly Man di Werner Herzog, ma soprattutto Niente da nascondere di Michael Haneke, improbabile successo popolare di una storia glaciale sul senso di colpa della borghesia francese e sul rimosso coloniale. Ancora oggi lo credo l’apice della carriera di Haneke: una sintesi perfetta tra ore di controllo freddissimo e improvvisi momenti di shock viscerale.
Dimenticabile fu invece Crash di Paul Haggis, inesplicabilmente premiato con l’Oscar come miglior film. Il consenso su cosa avrebbe dovuto vincere, e che vince invece questa selezione, porta a I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee: un melodramma struggente e memorabile che portò nel mainstream una storia d’amore LGBT senza ridurla a caso sociale, rendendola accessibile a un pubblico molto più ampio di quello che Hollywood aveva solitamente concesso a racconti di questo tipo. Il suo impatto su rappresentazione, mascolinità e desiderio resta più ampio di quello di qualsiasi altro titolo dell’anno.
Marie Antoinette
Sofia Coppola 2006Nel 2006 sembrano uscire i capolavori che i due anni precedenti avevano tenuto da parte. Vince l’Oscar The Departed di Martin Scorsese, che – hot take – considero ancora Scorsese nella sua massima forma. Christopher Nolan firma The Prestige, uno smagliante ritorno alla forma più vicina a Memento rispetto alla direzione blockbuster che iniziava a prendere. Guillermo del Toro porta in sala Il labirinto del fauno, che non amo ma di cui non posso non riconoscere la visionarietà e la cura, e che lo avvicina alla posizione centrale che avrebbe assunto negli anni successivi.
James Bond diventa contemporaneo con Casino Royale di Martin Campbell, mentre Paprika di Satoshi Kon resta più di nicchia, ma non meno influente, come dimostrano le tante immagini e intuizioni che il cinema successivo avrebbe ripreso. Di nicchia non sono invece Il diavolo veste Prada di David Frankel e High School Musical di Kenny Ortega (film tv e non cinema, ma concedetemi la licenza), due capisaldi pop. A unire il pop più becero e ambizioni più cinematografiche è però Borat di Larry Charles, colpo di genio e improbabile successo economico, capace di influenzare tanto la cultura pop quanto le aspirazioni politiche della commedia. Nessuno era riuscito a essere così pungente e spudorato sul razzismo pervasivo nell’America di George W. Bush, e allo stesso tempo così idiota e divertente.
Borat sarebbe un ottimo vincitore, come lo sarebbe I figli degli uomini di Alfonso Cuarón. Ha meno successo ed è meno dirompente sul momento, ma non esiste un altro film capace di distillare le paure del XXI secolo con tanta precisione, e con un’accuratezza che sembra aumentare di anno in anno, pur restando fermamente umanista e permeato di speranza. Cuarón capisce il suo tempo, anzi il nostro, e il fatto che il film sia ambientato ormai a un anno da noi rende tutto ancora più inquietante.
Ma il film del 2006 è Marie Antoinette di Sofia Coppola. All’uscita divide pubblico e critica proprio per ciò che oggi appare più moderno e influente: il rifiuto delle convenzioni del film storico, gli anacronismi musicali, l’estetica pop, i costumi trasformati in linguaggio contemporaneo e il tentativo di raccontare una figura pubblica attraverso la sua interiorità privata. Coppola non è interessata a spiegare Maria Antonietta né a emettere una sentenza storica: la osserva come una ragazza sola, trascinata dentro un ruolo politico e simbolico più grande di lei. La regista trasforma Versailles in una prigione dorata e la storia in un’esperienza emotiva immediata, facendo convivere la musica dei New Order con l’iconografia settecentesca senza che l’operazione sembri una semplice provocazione. Dopo Marie Antoinette, l’anacronismo diventa uno strumento sempre più comune per parlare del passato al presente, nel cinema come nelle serie, nella moda e nella fotografia editoriale. Pochi film del periodo hanno prodotto un immaginario altrettanto riconoscibile e imitato.
Il petroliere
Paul Thomas Anderson 2007Il 2007 procede offrendo un’altra commedia cult, Suxbad di Greg Mottola, che lanciò Michael Cera, Jonah Hill e McLovin; un altro horror cult, REC di Jaume Balagueró e Paco Plaza, che rilancia il found footage, anche se in quel campo la vera influenza resta The Blair Witch Project del 1999; un altro mega franchise, Transformers di Michael Bay; e un altro mito pop, Io sono leggenda di Francis Lawrence. Quentin Tarantino firma invece A prova di morte, forse il suo film meno amato, ma non per questo non fantastico.
Esce anche Zodiac di David Fincher, kolossal investigativo volutamente insoddisfacente perché perversamente accurato, dettagliato e irrisolto. Il suo racconto del killer dello Zodiaco diventa uno dei pilastri cinematografici del true crime, che oggi domina piattaforme, podcast e immaginario collettivo, e sarebbe stato un’ottima scelta per il film più influente dell’anno.
Ma il 2007 passa alla storia soprattutto per il duello, agli Oscar e nel dibattito cinefilo, tra due film capaci di sbaragliare la concorrenza dell’anno, degli anni precedenti e di molti anni successivi. Due apici del cinema americano, ma in nessun modo “film da Oscar” nel senso più convenzionale del termine: entrambi brutali, radicali e indimenticabili.
Vinse l’Oscar Non è un paese per vecchi di Joel ed Ethan Coen, adattamento del romanzo di Cormac McCarthy e capolavoro austero, calibrato, capace di rendere minaccioso anche un taglio a caschetto, complice la performance per cui Javier Bardem passerà alla storia. Ma anche se ha perso il duello all’Academy, a vincere qui è Il petroliere di Paul Thomas Anderson.
Il petroliere ha l’imponenza, la monumentalità e la sicurezza di sé delle grandi epopee americane della prima metà del secolo scorso, ma resta fedele all’animo frastagliato e contemporaneo del suo autore. La colonna sonora di Jonny Greenwood e la performance di Daniel Day-Lewis lo radicano nel presente, trasformando la parabola di Daniel Plainview nell’incarnazione più feroce dell’ideale americano: l’uomo che trova la propria fortuna a qualunque costo, scavandola nella roccia del paesaggio western, distruggendo qualsiasi cosa si trovi nel suo percorso. La sua allegoria sull’avidità, in particolare quella americana legata al petrolio, non smette di essere attuale. Ma è soprattutto per scala, ambizione e risultato che, da allora, nessun film si è avvicinato così tanto all’ideale del Grande Film Americano.
Il cavaliere oscuro
Christopher Nolan 2008Nel 2008 esce Twilight di Catherine Hardwicke, tanto influente nella cultura pop quanto poco influente come film. Altri grandi fenomeni popolari dell’anno sono WALL-E di Andrew Stanton e Mamma Mia! di Phyllida Lloyd, mentre i cinefili ricordano In Bruges di Martin McDonagh, il quale comincia qui la sua ascesa, e The Fall di Tarsem Singh, film visionario dal cui immaginario visivo continuano ad attingere cinema, moda e arti visive.
È un anno importante anche per l’horror: Martyrs di Pascal Laugier resta tuttora una prova di stomaco per gli appassionati del genere; Funny Games di Michael Haneke (che chiamare horror è riduttivo se non fuorviante), nel suo remake americano, continua il suo lavoro di sabotaggio delle aspettative dello spettatore; The Strangers di Bryan Bertino porta invece l’home invasion verso una forma meno prestigiosa, ma ben più influente. In Italia escono Gomorra di Matteo Garrone e Il Divo di Paolo Sorrentino, due dei film politici più impattanti e riusciti del periodo. L’Oscar va a The Millionaire di Danny Boyle, scelta insolita per l’Academy, ma troppo benevola e conciliante per lasciare un segno davvero duraturo sul cinema.
Nemmeno Iron Man di Jon Favreau, preso da solo, sembra un film destinato a cambiare la storia del linguaggio cinematografico. Eppure stabilisce il vocabolario che la Marvel userà negli anni successivi: tono brillante e feelgood, protagonista carismatico, tanta azione e un’idea di intrattenimento perfettamente oliata. La sua influenza diventa fondamentale se si considera che è il primo mattone del Marvel Cinematic Universe, destinato ad attirare il pubblico come nessun franchise prima. Sarebbe quindi una scelta sensata come film più influente dell’anno, ma in questa lista è già stato scelto Spider-Man e, soprattutto, nel 2008 è un altro film di supereroi a meritare il primo posto.
Il 2008 prende come caso studio la capitale culturale degli Stati Uniti, in primis con un’opera che la porta nel titolo: Synecdoche, New York di Charlie Kaufman, l’esordio alla regia dello sceneggiatore, che costruisce un film nel film in modo ossessivo, monumentale e malinconico. Lo fa anche il più popolare Cloverfield di Matt Reeves, che rielabora il found footage in una New York devastata da un kaiju, usando il monster movie per evocare, in modo più cupo del previsto, l’immaginario traumatico dell’11 settembre.
Ma l’eredità dell’era della paura, del terrorismo e della sorveglianza di massa trova la sua forma più compiuta ne Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan. Pur non essendo ambientato letteralmente a New York, la sua Gotham ne è una versione fittizia e riconoscibile, spogliata dell’estetica fumettistica e radicata in una contemporaneità politica e urbana molto concreta (per tanti una pecca del film che snatura il materiale di partenza, ma per molti di più il colpo di genio che lo eleva sopra al genere). Considerarlo solo un film di Batman è riduttivo, come capirono subito anche i detrattori del genere davanti a questa epica parabola sul compromesso morale nell’America post-11 settembre. Se Memento aveva presentato Nolan, Il cavaliere oscuro lo consacra come il regista su cui Hollywood può investire per ripensare il blockbuster adulto. Il film alza l’asticella del cinecomic e del cinema commerciale in generale, portando alla massima popolarità un tono cupo e sofferto che negli anni successivi verrà adottato da molti, forse troppi. Oltre alla forza complessiva del film e ai suoi singoli set piece memorabili, davvero indimenticabile è il Joker di Heath Ledger, premiato con l’Oscar postumo: il testamento del giovane talento è una performance che ha per sempre riscritto l’immaginario del criminale pagliaccio, trasformandolo in una figura spaventosamente coerente con la società che lo produce.
Avatar
James Cameron 2009Se finora abbiamo visto l’horror mainstream avvicinarsi alla forma che conosciamo oggi, il balzo finale arriva con Paranormal Activity di Oren Peli: fenomeno imprevisto, film a bassissimo budget, premessa elementare e marketing virale capace di sfondare il botteghino e l’immaginario collettivo. Sul piano commerciale, è lui l’antenato del fenomeno Obsession di quest’anno.
Per gli appassionati dell’horror più estremo il 2009 offre The Human Centipede di Tom Six, che può non avere grandi meriti filmici ma è comunque diventato un punto di riferimento, e il capolavoro disturbante Antichrist di Lars von Trier. Egualmente disturbante, pur non essendo horror, è Dogtooth di Yorgos Lanthimos, esordio internazionale di un regista allora quasi sconosciuto e oggi al centro dell’attenzione. Gaspar Noé si discosta invece dai suoi tropi più scioccanti con Enter the Void, esplorazione psichedelica e immersiva dell’oltretomba, influente anche per il suo uso radicale della soggettiva.
I successi più trasversali furono Up di Pete Docter e Bob Peterson; Una notte da leoni di Todd Phillips, commedia sorprendentemente sporca, accattivante e memorabile; e (500) giorni insieme di Marc Webb, romance diventato manifesto sentimentale di molti teenager e di parecchi adulti duri a crescere. Intanto i maestri danno il loro meglio: Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson, a mio parere il suo capolavoro; Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, che non ha bisogno di presentazioni; Il nastro bianco di Michael Haneke, per molti il suo vertice; e A Serious Man di Joel ed Ethan Coen, che dopo Non è un paese per vecchi tornano alla commedia sarcastica e alla loro ricerca ossessiva di un senso della vita, quando un senso non c’è.
L’Oscar va a The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, primo titolo diretto da una donna a vincere come miglior film: un ritratto duro e realistico di un disinnescatore dipendente dalla guerra, girato in Giordania per avvicinarsi il più possibile al contesto iracheno. Ma se guardiamo all’Italia, nel 2009 esce anche Cado dalle nubi, una commedia in parti uguali stupida e intelligente che apre il fenomeno Checco Zalone, ancora oggi capace di portare al cinema più pubblico di molti blockbuster internazionali.
Zalone sarebbe stata una scelta controversa ma sensata; se però si parla di portare la gente al cinema, il 2009 è l’anno di Avatar. James Cameron ha una lunga storia di conflitti con gli Studios, spesso spaventati dalla sua ambizione monumentale e poi costretti a constatare come la visione di un singolo autore sappia capire il mercato meglio di intere corporation. Avatar non fa eccezione: un film immaginato fin dall’adolescenza e realizzato solo quando la tecnologia gli ha permesso di avvicinarsi davvero alla sua idea originaria, che l’ha reso il film tutt’oggi con più incassi di sempre. La sua influenza non sta solo nel botteghino, nel world building o nel fatto che il progetto sia diventato una saga: Avatar porta la fiducia nella tecnologia cinematografica a un nuovo livello, con un salto che non si vedeva dai tempi di Matrix.
Rivitalizza il 3D quando era ormai un espediente, spinge avanti la performance capture, lavora sulle simulazioni digitali dei materiali e dimostra che ci si può immergere completamente anche in un mondo quasi del tutto artificiale. Purché dietro ci sia la regia di Cameron.
The Social Network
David Fincher 2010Il 2010 è l’anno in cui nasce una piaga destinata a peggiorare di anno in anno: i Minion.
Cattivissimo me dimostra che l’animazione può avere un enorme successo anche senza particolare qualità, lanciando Illumination verso il ruolo di colosso dell’intrattenimento per famiglie, capace di sfornare a raffica film senz’anima ma commercialmente imbattibili, da Sing a Super Mario Bros. – Il film. Nello stesso anno, però, esce anche un capolavoro di animazione come Toy Story 3, che avrebbe potuto concludere definitivamente una trilogia perfetta, se non fosse che il mercato ha sempre bisogno di nuovi sequel.
Edgar Wright torna con Scott Pilgrim vs. the World, stilizzato e stiloso adattamento da fumetto capace di generare un enorme seguito cult e innumerevoli cotte per Mary Elizabeth Winstead. A proposito di commedie, in Italia il boom di Zalone viene seguito da Benvenuti al Sud di Luca Miniero, meno influente ma comunque enorme successo. Dalla Thailandia arriva invece Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasethakul, onirica riflessione sull’aldilà, decisamente non per tutti, ma per alcuni uno dei capolavori assoluti del cinema contemporaneo.
Più popolari, ma comunque di alto livello, furono i thriller psicologici Shutter Island di Martin Scorsese e Il cigno nero di Darren Aronofsky, anche se l’Oscar andò alla scelta più banale possibile: Il discorso del re di Tom Hooper. Insidious di James Wan rese popolare l’horror soprannaturale da casa infestata e jump scare continui, aprendo un filone che avrebbe dominato gli anni successivi. A Serbian Film di Srđan Spasojević, invece, disgusta i pochi che hanno avuto il coraggio di vederlo, diventando uno dei titoli simbolo del cinema estremo come prova di resistenza.
Il kolossal dell’anno è uno e indiscusso: Inception di Christopher Nolan. Dopo Il cavaliere oscuro, Nolan dimostra che quel successo non era un’eccezione e che sapeva gestire budget enormi come pochi altri registi, cosa che negli anni successivi gli avrebbe garantito una libertà sempre più rara. Oltre ai set piece memorabili, dal corridoio rotante a Parigi che si ribalta, il film introduce il celebre “BRAAAM” di Hans Zimmer, diventato mandatorio per i trailer d’azione e fantascienza per anni.
Ma anche nel 2010 a vincere è un film capace di incrociare successo e critica in un concentrato di precisione formale: The Social Network di David Fincher. Man mano che i giganti del tech prendono il controllo del mondo, il thriller sulla nascita di Facebook diventa tematicamente sempre più attuale, come dimostrano anche il sequel in uscita quest’anno e il travagliato progetto di Guadagnino su OpenAI. Ma se un film fatto interamente di cause legali e discussioni su software è mozzafiato dall’inizio alla fine è grazie alla regia chirurgica di Fincher, alla sceneggiatura densissima e tagliente di Aaron Sorkin e alla performance odiosa di Jesse Eisenberg, che trasforma Mark Zuckerberg in un geniale e viscido scalatore sociale. Un’immagine dalla quale Zuckerberg cerca di discostarsi da anni, ma che il film ha ormai fissato nell’immaginario collettivo, come è giusto che sia.
The Tree of Life
Terrence Malick 2011Dopo i monumentali anni precedenti, il 2011 è più contenuto. A parte la commedia popolarissima Quasi amici, quasi tutti i film degni di nota sono opere autoriali. C’è il celebre thriller La pelle che abito di Pedro Almodóvar; c’è … e ora parliamo di Kevin di Lynne Ramsay, che affronta un tema incandescente senza retorica e con una visceralità rara; e c’è Una separazione di Asghar Farhadi, uno dei punti più alti del cinema iraniano.
Del 2011 è anche Melancholia di Lars von Trier, capolavoro deprimente e sublime, anche se sul tema della depressione pochi film sono riusciti a rappresentarla con la precisione di Oslo, 31 agosto di Joachim Trier. Con quel film il regista norvegese consolida una traiettoria che lo avrebbe portato verso una fama più ampia, fino al popolare Sentimental Value dell’anno scorso.
Autoriale, ma molto più influente sul piano estetico e pop, è Drive di Nicolas Winding Refn: con la sua estetica notturna, la colonna sonora synthwave e un Ryan Gosling magnetico e taciturno, diventa immediatamente un oggetto di culto. Persino l’Oscar va a un film d’autore, The Artist di Michel Hazanavicius, lettera d’amore al cinema muto, anche se tra tutti questi resta probabilmente il titolo più sicuro e meno influente.
Ma quest’anno scelgo il vincitore di Cannes, The Tree of Life di Terrence Malick: un film con l’ambizione di catturare la bellezza della vita, dalla nascita dell’universo ai sobborghi americani, e che incredibilmente ci riesce. Anche grazie alla fotografia naturalistica di Emmanuel Lubezki e alla musica di Alexandre Desplat, è l’apice della carriera di Malick, un’opera maestosa che tocca corde profonde e indefinibili, che trasforma la vita quotidiana in cosmogonia. Lunghissimo e privo di una vera e propria trama, fu odiato da una parte del pubblico di Cannes e da buona parte del pubblico mondiale. Ma per chi lo ha amato, The Tree of Life è uno di quei film che cambiano il modo di vedere il cinema, e forse anche di vedere il mondo.
Spring Breakers – Una vacanza da sballo
Harmony Korine 2012A differenza dell’anno precedente, il 2012 è un anno da blockbuster. Esce il primo Hunger Games di Gary Ross; Skyfall di Sam Mendes porta i film di Bond a un nuovo livello di prestigio; Christopher Nolan conclude la sua trilogia di Batman con Il cavaliere oscuro – Il ritorno; The Amazing Spider-Man di Marc Webb vede Sony tentare di rispondere al successo crescente del Marvel Cinematic Universe; mentre la prima “stagione” di quest’ultimo arriva al dunque con The Avengers di Joss Whedon. Per aver portato a termine una costruzione di quelle dimensioni con un tale successo, avrebbe potuto tranquillamente essere scelto come film più importante dell’anno.
È un anno da colossi anche per la commedia. 21 Jump Street di Phil Lord e Christopher Miller porta sulla scena due registi capaci di imporre un tono insieme idiota, intelligente, adorabile e creativo. Project X, privo di qualsiasi contenuto oltre al puro intrattenimento, e per questo a mio parere un film coerente e meritevole, ispira adolescenti di tutto il mondo a fare scelte sbagliate e a non imparare nulla. Ted sembra invece creato apposta per l’umorismo da Facebook, e infatti purtroppo ottiene enorme successo e un impatto reale sulla cultura generale. Anche un altro social ha il suo film di riferimento: Noi siamo infinito di Stephen Chbosky, titolo prediletto da Tumblr.
Non mancano i film autoriali: Django Unchained di Quentin Tarantino, il magico Moonrise Kingdom di Wes Anderson, il delicato Frances Ha di Noah Baumbach, il magistrale The Master di Paul Thomas Anderson, il doloroso Amour di Michael Haneke, il folle Holy Motors di Leos Carax, il disturbante documentario sui carnefici indonesiani The Act of Killing di Joshua Oppenheimer (probabilmente il più influente tra questi), e anche il pungente Reality di Matteo Garrone. L’Oscar va invece ad Argo di Ben Affleck, ottimo thriller, ma non molto di più.
Cosa resta da scegliere? Un film che non appartiene davvero a nessuna categoria, un manifesto dell’acido edonismo dei giovani americani, e il momento più assurdo nelle carriere di Vanessa Hudgens, Selena Gomez, James Franco, Gucci Mane e dello stesso regista Harmony Korine: con Spring Breakers, il giovane ribelle esce con forza dal suo status di autore di estrema nicchia e realizza un’opera capace di far discutere ben oltre il circuito cinefilo. È iperpop nell’intuizione di usare ex star Disney come bad girls in cerca di divertimento in Florida, tra droghe, armi e sesso: può essere considerato il primo film Brat, dodici anni prima dell’album di Charli XCX. Ma la superficie fluo, le immagini da videoclip e il dubstep di Skrillex non devono ingannare: Korine resta un regista radicale, pupillo di Werner Herzog, e nella sua utopia-distopia edonista c’è molto più di una provocazione estetica.
La vita di Adele
Abdellatif Kechiche 2013Nel 2013 esce Frozen, l’unico film degli anni 2000 a dominare il box office mondiale dell’anno senza essere parte di un franchise o adattato da una IP. Enorme per la cultura pop e per i venditori di costumi di Halloween, resta anche uno dei film più ordinari della Disney. Esce anche American Hustle di David O. Russell, che con il suo cast stellare e il tono accattivante sembra predestinato a diventare un classico, e invece finisce rapidamente nel dimenticatoio.
A essere ricordati oggi sono soprattutto The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, sul quale ancora si discute tra chi lo ama come cautionary tale e chi lo ama perché ne idolatra il protagonista; La grande bellezza di Paolo Sorrentino, meritatissimo Oscar al miglior film straniero, il primo per l’Italia dopo quindici anni; e 12 anni schiavo di Steve McQueen, che vince l’Oscar come miglior film e per una volta unisce il dramma storico caro all’Academy a una qualità registica davvero elevata.
Il 2013 è anche l’anno di L’evocazione – The Conjuring di James Wan, che perfeziona la formula di Insidious e apre un nuovo filone horror popolarissimo, mentre la DC Comics dà il via al proprio universo cinematografico con L’uomo d’acciaio di Zack Snyder. Di portata minore, ma di alto livello, sono Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, con la performance impressionante di Matthew McConaughey premiata con l’Oscar; Snowpiercer di Bong Joon-ho, che con un cast americano avvicina il regista coreano al pubblico occidentale; e soprattutto Lei – Her di Spike Jonze, romance visionario e curatissimo che, più che influente, oggi appare profetico per il modo in cui immagina il rapporto con l’intelligenza artificiale.
Il film più radicale dell’anno, nonché il mio preferito e quello che avrei adorato scegliere, resta quello più di nicchia tra quelli citati, Under the Skin di Jonathan Glazer: un’opera che spiazza critica e pubblico con una visione completamente nuova, tanto inquietante quanto umana. Per tanti è rimasto stupidamente “il film con Scarlett Johansson nuda”, e non quello con la sua migliore performance, ma per la cinefilia è una pietra miliare: un film che sembra fatto da un alieno più che ritrarne uno e che riporta la fantascienza a una dimensione sensoriale vicina alle sue forme più estreme degli anni Settanta.
Ma il film dell’anno è La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. Non è una scelta priva di contraddizioni: lo sguardo è quello di un regista uomo, e le polemiche sulle condizioni di lavorazione e sulle scene di sesso hanno finito per accompagnare il film fino a oggi. Sarebbe però impossibile ignorarne l’impatto. Il film porta al centro del discorso cinematografico generalista una storia d’amore lesbica lunga, fisica, quotidiana e dolorosa, senza ridurla a caso sociale o racconto edificante, in un momento in cui una simile visibilità era ancora rara. La Palma d’oro, eccezionalmente condivisa anche con Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, sancisce la centralità delle due attrici nell’identità dell’opera e contribuisce a renderle presenze riconoscibili del cinema contemporaneo. Al di là delle sue contraddizioni, La vita di Adele resta uno dei film che hanno definito l’immaginario sentimentale e queer del decennio.
Boyhood
Richard Linklater 2014Di nuovo, nel 2014 i maestri contemporanei sembrano essersi messi d’accordo per uscire in massa e in ottima forma. Con Interstellar, Christopher Nolan lascia i franchise e torna ai paradossi temporali, questa volta dentro l’esplorazione spaziale. Con Grand Budapest Hotel, Wes Anderson realizza la sua opera magna. Con L’amore bugiardo – Gone Girl, David Fincher abbassa l’ambizione teorica e alza la sua capacità pura di costruire un thriller pulp accattivante. Con Vizio di forma, Paul Thomas Anderson firma un capolavoro dispersivo, di nicchia e ancora troppo sottovalutato. Con Whiplash, Damien Chazelle sforna un film cattivo e memorabile, che di colpo lo porta in primo piano come autore. Alejandro González Iñárritu tocca invece la vetta istituzionale vincendo l’Oscar con Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza), brillante, divertente e tecnicamente impressionante.
Escono anche due pilastri di quello che di lì a poco verrà chiamato elevated horror, cioè film capaci di lasciare il pubblico perplesso e i critici entusiasti: It Follows di David Robert Mitchell e Babadook di Jennifer Kent. Nella sostanza tutti questi stanno diverse leghe sopra John Wick di Chad Stahelski, ma il film con Keanu Reeves è formalmente molto più influente: oltre a dare vita a un franchise, porta al centro un cinema d’azione violento, coreografato e leggibile, contribuendo alla popolarità del gun-fu negli anni successivi. Non è influente filmicamente, ma diventa un caso di cronaca mondiale The Interview, debole commedia statunitense sulla Corea del Nord che alza le tensioni diplomatiche tra due potenze nucleari.
Anche nel 2014, però, c’è un vincitore indiscusso: Boyhood di Richard Linklater, un unicum nella storia del cinema per ampiezza delle ambizioni formali e intimità del punto di vista. Linklater ridefinisce il realismo cinematografico rappresentando l’adolescenza in tempo reale, in quasi tre ore che condensano dodici anni di riprese, durante i quali gli attori crescono e cambiano davvero davanti ai nostri occhi. La premessa è enorme, ma il risultato funziona perché il film rifiuta il melodramma e si attiene a una storia per niente eccezionale, quindi profondamente umana. Linklater porta la tecnica cinematografica a un estremo radicale, ma lo fa al servizio di un obiettivo fragile e delicato: catturare ciò che c’è di più intimo e comune nell’esperienza di crescere.
Mad Max: Fury Road
George Miller 2015Uno dei film più influenti, in negativo, del 2015 è Steve Jobs di Danny Boyle. Non perché sia un pessimo film, tutt’altro, ma perché diventa il simbolo del fallimento di un certo modello produttivo: film originali o semi-originali, di medio budget, affidati a ottimi registi e pensati per un pubblico adulto. Nato dentro la vecchia idea di Studio hollywoodiano fondato sui rapporti con autori, sceneggiatori e star, il film arriva proprio mentre l’industria si sposta verso il dominio delle IP e degli universi cinematografici. Così Steve Jobs, scritto da Aaron Sorkin, diretto da Danny Boyle e dedicato a una delle figure più riconoscibili del nostro tempo, si rivela una catastrofe finanziaria e finisce per confermare i timori di Sony, che aveva lasciato andare il progetto a Universal dopo aver capito quanto fosse difficile competere con la nuova Hollywood dei franchise. Sembra così chiudersi definitivamente una stagione in cui gli Studios potevano ancora scommettere con convinzione su progetti di quel tipo.
Nello stesso anno proprio Disney, che aveva ormai acquisito Star Wars, inizia a spremere la saga con Star Wars – Il risveglio della Forza di J.J. Abrams. Il film non è innovativo, essendo quasi un remake mascherato dell’originale, ma è comunque riuscito, cosa che non si può dire della maggior parte dei prodotti targati Star Wars usciti in seguito. Nascono anche franchise ben peggiori, tra cui Jurassic World e Cinquanta sfumature di grigio.
Guardando il lato positivo, il 2015 offre la garanzia tarantiniana di The Hateful Eight; il sottovalutato Sicario di Denis Villeneuve, brutale thriller sul narcotraffico con Benicio del Toro all’ennesima potenza e una forte protagonista femminile in Emily Blunt; l’epico Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu, ormai amatissimo dall’Academy, che consegna finalmente l’Oscar a Leonardo DiCaprio; il celebratissimo Inside Out; e il vincitore dell’Oscar Il caso Spotlight di Tom McCarthy, che sulla carta sembra l’ennesimo “film da Oscar”, ma nella sua resa fredda, fedele e rigorosa del lavoro d’inchiesta è ben sopra la media.
In Italia esce Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, che prova con successo a realizzare un film di genere pienamente italiano. Intanto Yorgos Lanthimos si avvicina agli Stati Uniti con un cast internazionale per The Lobster, capolavoro sardonico e di un’affilatezza che a mio parere il regista non ha mai più raggiunto. Uno dei film più influenti con il senno di poi è Tangerine di Sean Baker, realizzato con un budget minimo e girato con iPhone, primo passo decisivo nella sua scalata verso una notorietà molto più ampia.
Ancora più influente, almeno sul piano del linguaggio, è La grande scommessa di Adam McKay. Il regista di Anchorman conserva una piccola percentuale della sua demenzialità, ma la usa per spiegare e drammatizzare la crisi economica del 2008 con un successo improbabile. Un tale ibrido, tra commedia, saggio pop, rottura della quarta parete e stile documentaristico, non era mai arrivato a quei livelli nel cinema mainstream. È grazie a La grande scommessa se oggi abbiamo il capolavoro seriale che è Succession, ma anche i vani tentativi successivi di McKay di ricatturare quella scintilla, con i pedanti Vice e Don’t Look Up.
Però niente, nel 2015, o negli anni precedenti o a venire, raggiunge il livello di gloria esplosiva e cura artistica di Mad Max: Fury Road di George Miller. Riprendere un franchise di azione datato dopo decenni, con un regista che si avvicina alla vecchiaia e una produzione piena di ostacoli, aveva tutte le premesse del fallimento. Invece Fury Road, con il Max stoico di Tom Hardy, la Furiosa magnetica di Charlize Theron, il suo esercito di donne guerriere, gli stunt pratici che non invecchieranno mai e un mondo distopico costruito con un livello di dettaglio impressionante, straccia ogni aspettativa. Non solo rilancia Mad Max: alza l’asticella del cinema d’azione contemporaneo, conquista pubblico e critica e arriva persino alla nomination come miglior film. Non ha la scala né l’influenza culturale de Il Signore degli Anelli, ma condivide quella sensazione rara in cui, contro ogni pronostico, ogni elemento cade al posto giusto e un film di genere diventa qualcosa di più grande, in questo caso un’epopea per le generazioni a venire. Così nascono le leggende.
Moonlight
Barry Jenkins 2016Il 2016 vede uscire il film-manifesto del sopracitato elevated horror: The Witch di Robert Eggers, horror folkloristico che divide pubblico e critica come pochi titoli di genere prima di lui e segna l’inizio della scalata gotica del regista. Decisamente meno elevated è Terrifier di Damien Leone, che non esplode al momento dell’uscita ma, con il secondo capitolo, diventa un cult e consegna Art il Clown all’immaginario horror contemporaneo.
L’anime Your Name. di Makoto Shinkai scioglie anche i cuori più induriti, mentre il tragico e delicato Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan li infrange del tutto. Il film più sottilmente commovente dell’anno è però Arrival di Denis Villeneuve, fantascienza visionaria e umana. Sul fronte dei supereroi, il colossale e confuso Batman v Superman di Zack Snyder mostra già le crepe dell’universo DC, mentre il becero e sgradevole Deadpool di Tim Miller soddisfa una nuova fetta di pubblico adulto di amanti dei cinecomic e delle parolacce.
In Italia, Checco Zalone torna con il celeberrimo Quo vado?, diretto da Gennaro Nunziante, mentre Paolo Genovese porta in sala Perfetti sconosciuti, dimostrando che un film italiano popolare può non essere una commedia tout-court.
Il 2016 verrà però ricordato come l’anno in cui l’Oscar come miglior film viene prima annunciato a La La Land di Damien Chazelle, grandioso e influente musical nonché lettera d’amore a Hollywood, e poi tolto per essere consegnato a Moonlight di Barry Jenkins. Per una volta l’Oscar fa la scelta inaspettata, e quella giusta, consacrando un film intimo sull’esperienza nera e queer. Moonlight è importante per le prospettive che Hollywood ha ignorato troppo a lungo, ma è anche un lavoro magistrale di racconto visivo e scrittura dei personaggi, che non si esauriscono mai nelle loro etichette, siano esse spacciatore, tossicodipendente, violento od omosessuale. Inoltre, l’Oscar a Moonlight consacra definitivamente anche A24, il cui logo da quel momento diventa una promessa di capolavoro del cinema indipendente, anche se quella promessa non viene sempre mantenuta.
Scappa – Get Out
Jordan Peele 2017Nel 2017 esce Twin Peaks: The Return, terza stagione della serie leggendaria di David Lynch, che il regista insiste nel considerare un film; per rispetto del genio, non posso che menzionarla. Quest’anno, comunque, non mancano film nel senso più classico del termine: Christopher Nolan torna con Dunkirk, in cui adatta le sue fissazioni per gli effetti speciali pratici e le strutture temporali alla Seconda guerra mondiale; Martin McDonagh realizza il controverso e sincero Tre manifesti a Ebbing, Missouri; Denis Villeneuve firma Blade Runner 2049, ampliando il world building e la filosofia del primo film con una visione maestosa e personale.
Sean Baker dirige Un sogno chiamato Florida, toccante e geniale, affinando la sua poetica e conquistando un pubblico più ampio. Paul Thomas Anderson si riunisce con Daniel Day-Lewis per Il filo nascosto, finissimo, elegante e perverso. Greta Gerwig porta tatto e schiettezza nel coming of age con Lady Bird. Più di nicchia sono Raw di Julia Ducournau, disgustoso e accattivante, e la febbrile notte da incubo di Good Time di Josh e Benny Safdie, che mette definitivamente i due fratelli sul radar.
All’opposto dello spettro ci sono i blockbuster: Wonder Woman di Patty Jenkins, primo grande kolossal di supereroi con una protagonista donna (ma non per questo un buon film); Justice League di Zack Snyder, segnato da riscritture, cambio di regia e produzione tormentata, fino a diventare il simbolo del naufragio dell’universo DC; e It di Andy Muschietti, molto popolare ma niente di rilevante sul piano cinematografico. L’Oscar va a La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, film grossolano e prosaico ma dolce e curato, e comunque significativo per l’Academy, che non premiava un fantasy da Il Signore degli Anelli.
Una parte di me vorrebbe scegliere Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, per la sua capacità di consolidare con delicatezza un immaginario italiano e renderlo universale attraverso uno sguardo preciso, e anche perché segna il lancio definitivo di Timothée Chalamet. Ma il film dell’anno non può che essere Scappa – Get Out di Jordan Peele.
Da una prospettiva europea, inclusa la mia, Get Out può sembrare troppo didascalico nei contenuti e troppo grossolano nell’umorismo per essere considerato un capolavoro, ma non si può ignorare l’importanza che ha avuto sia per l’horror sia per la rappresentazione afroamericana nel cinema mainstream. Jordan Peele è il primo di una serie di autori di sketch comici trasformati in ottimi registi horror, e il suo esordio è una critica sarcastica del liberalismo bianco americano, troppo rapido nel considerare superato un passato razzista che è invece ancora vicino e strutturale. Influenza il genere, consolida ulteriormente Blumhouse come modello produttivo per l’horror a basso budget e alto rendimento, e si rivela profetico nel rapporto tra razza, politica e immaginario americano, anticipando tensioni che esploderanno pochi anni dopo con le proteste di Black Lives Matter.
Hereditary – Le radici del male
Ari Aster 2018La rappresentazione culturale afroamericana è un grande tema anche nel 2018, soprattutto con Black Panther di Ryan Coogler. Pur restando, nei contenuti, un film Marvel convenzionale, riesce a creare il mito di Wakanda, a trasformare il saluto a braccia incrociate in un gesto pop globale e a dare un ruolo centrale al compianto Chadwick Boseman, così promettente e così prematuramente scomparso. Una pretesa simile di rappresentazione sembra averla anche Green Book di Peter Farrelly, vincitore dell’Oscar come miglior film, ma il risultato è un feelgood movie già datato al momento dell’uscita.
Successo enorme, e ancora meno meritato, ottiene anche Bohemian Rhapsody di Bryan Singer, biopic povero e convenzionale che non rende giustizia a un protagonista che di convenzionale non aveva nulla. Successo non immeritato, ma comunque esorbitante, ottiene invece Avengers: Infinity War di Anthony e Joe Russo, prima parte del secondo grande finale di stagione del Marvel Cinematic Universe, con l’ingresso di Thanos e lo schiocco di dita di cui è difficile negare l’impatto.
A proposito di crossover, Ready Player One di Steven Spielberg, pur essendo uno dei punti più bassi della carriera del regista, riunendo in un kolossal digitale decine di IP diverse, da film cult a videogiochi, intercetta pubblici provenienti da ogni angolo della cultura nerd, in una strategia che verrà adottata ripetutamente in seguito. Nello stesso anno esce anche il terzo adattamento cinematografico di Spider-Man in quindici anni, e il migliore: Spider-Man: Into the Spider-Verse, che con il suo stile d’animazione si avvicina al linguaggio del fumetto più di qualsiasi cinecomic precedente. Grande successo ha anche A Star Is Born di Bradley Cooper, trainato dalla Shallow di Lady Gaga e da una centralità pop che sembrava destinata a durare più di quanto sia poi accaduto davvero.
Blockbuster a parte, il 2018 offre il film più popolare di Yorgos Lanthimos fino a quel momento, La favorita; il geniale e sovversivo Suspiria di Luca Guadagnino, che dopo il romance adolescenziale chiarisce subito di non voler essere incasellato; il violentissimo La casa di Jack di Lars von Trier, in egual parte divertente e disturbante; il glaciale Burning di Lee Chang-dong, adattamento da Haruki Murakami che ne coglie (ed eleva) l’atmosfera misteriosa, radicandola in un conflitto di classe della Corea contemporanea; e First Reformed di Paul Schrader, racconto sincero e spiazzante di un prete che scivola verso l’estremismo ambientalista.
Una menzione a parte va a Roma di Alfonso Cuarón, poetico e intimo ritratto in bianco e nero del Messico in cui il regista è cresciuto, filtrato attraverso lo sguardo della sua domestica. Al di là dei meriti del film, la sua influenza è anche industriale, e non del tutto positiva: è il primo titolo Netflix candidato all’Oscar come miglior film, coronamento della strategia (presto abbandonata) con cui la piattaforma finanzia progetti personali di grandi autori che gli Studios tradizionali non sembrano più disposti a sostenere.
Ma, come l’anno precedente, anche quest’anno il film scelto è un horror, così disturbante e minuzioso, cattivo e memorabile da influenzare direttamente decine di horror pretenziosi a venire, senza uno che si avvicinasse allo stesso livello. Parlo di Hereditary di Ari Aster: leggete qualsiasi intervista a uno dei nuovi registi horror degli ultimi anni e il suo nome comparirà tra le loro influenze. E come non potrebbe?
È la perfetta realizzazione di un tropo classico, il rituale demoniaco su vittime innocenti, da Rosemary’s Baby a The Wicker Man, ma filtrato attraverso perversioni e ossessioni del tutto soggettive e contemporanee e una crudeltà personalissima. Aggiungete il fatto che molte classifiche lo considerano l’horror più spaventoso di sempre, una fotografia e un montaggio maniacali e performance fuori classe, e avrete un film che non vi toglierete mai più dal subconscio.
Parasite
Bong Joon-ho 2019Il 2019 è uno di quegli anni in cui non c’è davvero da discutere su quale sia il film da scegliere. Quindi, senza fingere che ci sia stata una gara, parto dagli altri titoli degni di nota. Anzitutto i capolavori di due maestri: C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino e The Irishman di Martin Scorsese, nei quali entrambi i registi si prendono il loro tempo per guardare indietro alle proprie carriere e farci i conti, il primo con un finale esplosivo ed entusiasmante, seppur dolceamaro, e il secondo con una conclusione silenziosa, demoralizzante e sentita.
Tornano anche Robert Eggers, con l’incubo in bianco e nero di The Lighthouse, e Josh e Benny Safdie, con Adam Sandler in un ruolo drammatico nell’elettrizzante Diamanti grezzi, che porta su scala più ampia la tensione costante già sperimentata in Good Time. Sorprende anche Céline Sciamma con Ritratto della giovane in fiamme, stoica e commovente storia queer in costume.
Sul piano del successo popolare, nessuno batte Avengers: Endgame di Anthony e Joe Russo, che chiude il periodo d’oro della Marvel e conquista a lungo il record di incassi di sempre. Joker di Todd Phillips cattura invece il pubblico con la performance di Joaquin Phoenix e una nuova versione virale del personaggio, anche se, al di là dell’impatto mediatico, non ha molto da dire, né una briciola della forza trasformativa del Joker di Heath Ledger.
Ma non sorprenderà nessuno che il film dell’anno sia Parasite di Bong Joon-ho. L’allegoria della lotta di classe assume una forma travolgente, accessibile e imprevedibile, catapultando il cinema coreano al centro di Hollywood e del discorso culturale globale. È il primo film non in lingua inglese a vincere l’Oscar come miglior film, e il secondo nella storia capace di unire Palma d’oro a Cannes e statuetta più importante dell’Academy.
Non c’è molto da dire su Parasite che non sia già stato detto: domina critica e pubblico, è squisito mentre lo si guarda e continua a fare riflettere dopo i titoli di coda, trovando un equilibrio raro tra regia estremamente intrattenente e contenuto complesso, politico e pungente. Non è il mio film preferito dell’anno, né il mio preferito di Bong Joon-ho, ma quando un’opera supera confini considerati invalicabili senza annacquare la propria identità, non resta che inchinarsi.
Nomadland
Chloé Zhao 2020Nel 2020 arriva il Covid e l’industria cinematografica tira il freno a mano. Ci sono diversi precedenti pesanti: Soul, il primo film Pixar a non uscire al cinema; l’inaspettato passo falso di David Fincher con Mank, dimenticato poco dopo la sua uscita su Netflix; e il grande successo di Una donna promettente di Emerald Fennell, critica sociale scontata e pretenziosa che parla molto e dice poco, ma complice un anno poverissimo (e un’ottima performance di Carey Mulligan) riceve ben più attenzione del dovuto.
Ricevono invece un’attenzione più meritata Un altro giro di Thomas Vinterberg, che trova un perfetto equilibrio tra dramma e commedia nel parlare dell’alcol, e il sequel di Borat firmato da Jason Woliner, lontano dall’irripetibilità del primo ma ancora dirompente nel suo ritratto grottesco e ravvicinatissimo dell’America repubblicana. Notevoli, anche se meno noti, sono Possessor di Brandon Cronenberg, che eredita dal padre il talento per il body horror ma lo aggiorna con un’estetica contemporanea, e Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman, progetto sconfortante e complesso, non del tutto riuscito ma comunque perturbante, immerso nella psiche di uno dei grandi sceneggiatori-registi americani.
Ma nel 2020 non escono molti film di reale influenza. Forse dovrebbe vincere Tenet di Christopher Nolan per essere l’unico “grande” film (per scala più che per qualità) di un anno in cui fare grandi film sembra impossibile. È però anche il film meno riuscito di Nolan, con tutta l’attenzione posta sulla gimmick temporale e poco riguardo per personaggi o contenuti. Va comunque ricordato per l’ostinazione con cui viene difesa la sua uscita in sala; posticipato più volte, sembra destinato allo streaming, ma Nolan insiste perché il film resti un evento cinematografico: Tenet deve riportare il pubblico al cinema e dimostrare che il grande schermo non è pronto a morire. Ci riesce solo in parte, anche per colpa dell’accoglienza mista, e resta più importante per le condizioni della sua uscita che per ciò che lascia davvero al linguaggio del cinema. Ci vorranno altri tre anni perché Nolan contribuisca davvero a rimettere il cinema al centro del discorso, ma nel 2020 Tenet rappresenta già quel tentativo e una fiducia ostinata nel potere dell’esperienza cinematografica.
Il film dell’anno è quindi Nomadland di Chloé Zhao. Nel momento in cui milioni di persone si trovano costrette a fare i conti con isolamento, perdita, instabilità economica e trasformazione del lavoro, Zhao realizza un film capace di parlare del presente senza inseguire direttamente l’attualità. La storia di Fern, interpretata da Frances McDormand (terzo Oscar per lei), attraversa gli spazi marginali dell’America e incontra veri nomadi che portano sullo schermo le proprie esperienze, sfumando continuamente il confine tra finzione e documentario. Nomadland è un film piccolo e monumentale insieme: racconta vite fragili dentro paesaggi immensi, osservando i propri personaggi con dolcezza senza romanticizzarne la precarietà. Il suo successo, dalla vittoria a Venezia fino agli Oscar, impone una nuova autrice e dimostra che un’opera quieta, contemplativa, diretta da una donna sino-americana e ambientata ai margini può diventare il centro simbolico dell’industria. Anche se forse il cinema doveva arrivare sull’orlo del collasso perché ciò potesse accadere.
Dune
Denis Villeneuve 2021Nel 2021 il cinema comincia a rimettersi in piedi. Spider-Man: No Way Home di Jon Watts è un successo enorme, rilancia l’idea del film-evento post-pandemia e consolida definitivamente Tom Holland e Zendaya come volti centrali del nuovo star system. Zendaya, però, ha anche un altro film di tutt’altro livello a rappresentarla, di cui parlerò a breve.
Non mancano film più piccoli e autoriali: non CODA di Sian Heder, vincitore dell’Oscar come miglior film e già evaporato dalla memoria collettiva, ma Drive My Car di Ryūsuke Hamaguchi, che consolida il nuovo status del cinema asiatico in Occidente; Titane di Julia Ducournau, Palma d’oro e visione allucinata sull’identità tra body horror e sesso con autoveicoli; Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, il suo film più intimo e contenuto dai tempi di Ubriaco d’amore; Il potere del cane di Jane Campion, contraltare più austero e cinico di I segreti di Brokeback Mountain nel territorio del western queer; e La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, character study adorabile, toccante e innovativo che porta il regista norvegese molto più vicino al grande pubblico.
In Italia Paolo Sorrentino, già amatissimo ma ancora spesso percepito come autore per pochi, conquista una nuova fetta di pubblico nel momento in cui gira la macchina da presa verso i propri traumi personali con È stata la mano di Dio. È sorprendente vedere un regista da sempre allegorico, politico e barocco farsi vulnerabile e intimo, e osservare come la sostanza dell’esperienza vissuta dia nuova anima alla sua capacità di costruire immagini. Contano sicuramente la produzione e la distribuzione capillare di Netflix, la candidatura all’Oscar come miglior film internazionale e l’anima partenopea del film, capace di conquistare molti spettatori già dal titolo. Ma resta il fatto che È stata la mano di Dio, più de La grande bellezza, apre una nuova stagione per Sorrentino: non necessariamente più compatta nel consenso (chi ha amato Parthenope e chi ha amato La grazia raramente coincide), ma più centrale per immagine pubblica, attenzione e capacità di parlare anche a un pubblico meno cinefilo. Al cinema italiano non mancano i talenti: mancano, oltre ai finanziamenti, la fiducia nei propri mezzi e la capacità di pensarsi davvero come evento. Un successo come questo è stato un’iniezione necessaria, e mi sarebbe piaciuto eleggerlo a film dell’anno.
Ma il film dell’anno non può che essere Dune di Denis Villeneuve. Dopo il progetto mai realizzato di Alejandro Jodorowsky e l’adattamento del 1984 di David Lynch, talmente compromesso da essere rinnegato dal regista stesso, Villeneuve affronta un romanzo considerato impossibile da tradurre sullo schermo e riesce, con grande tatto e intelligenza, a trasformarlo in un blockbuster accessibile. Continuo a pensare che questa riuscita abbia un prezzo: il film neutralizza in gran parte la stranezza, le ambiguità politiche e le componenti più disturbanti del romanzo di Frank Herbert. Visivamente è potentissimo, narrativamente è ben oliato, ma resta più vicino a un ottimo blockbuster di fantascienza che alla storia epica, politica e cupissima che Dune è sulla pagina.
Potrei sbagliarmi, e più ci si avvicina al presente più giudicare l’influenza dei film diventa un esercizio di congettura, ma non sono convinto che questa saga lascerà un segno profondo sui filmmaker del futuro. D’altro canto, se Tenet non ha vinto nel 2020, è logico scegliere Dune per il 2021: rimandato durante la pandemia, arriva finalmente in sala, conquista critica e pubblico e riesce dove il film di Nolan aveva fallito, diventando il film-evento dell’anno. In un momento in cui l’industria non sa ancora se gli spettatori torneranno nelle sale, Villeneuve costruisce un universo che richiede uno schermo enorme, un sistema audio assordante e l’abbandono di ogni distrazione domestica. Può non essere il film più radicale dell’anno, né rientrare tra quelli che apprezzo particolarmente, ma nessun altro incarna con altrettanta chiarezza il ritorno dell’ambizione nel blockbuster post-pandemia.
RRR
S.S. Rajamouli 2022Leviamo subito l’elefante dalla stanza: non ritengo Everything Everywhere All at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert il film più importante del 2022. È unico, ambizioso e per molti versi riuscito, e che un film del genere abbia vinto l’Oscar come miglior film ha dell’incredibile, in senso positivo. Ma è tanto esuberante formalmente quanto già visto sul piano dei contenuti, e dubito che reggerà il test del tempo.
Quest’anno escono film che considero migliori e più importanti. Nope di Jordan Peele vede il regista ritrovare il controllo dopo il passo falso di Noi, con un film di ambizione e stranezza profonde, non di superficie. Aftersun di Charlotte Wells è uno dei migliori esempi recenti di cinema intimo, a scala ridottissima, ma di enorme impatto emotivo e culturale. Sono notevoli anche X e Pearl di Ti West, primi due capitoli della trilogia horror vintage con Mia Goth; The Batman di Matt Reeves, che mantiene la cupezza del personaggio recuperando molto più del suo carattere fumettistico; e Le otto montagne di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, altra iniezione di fiducia nel cinema italiano.
Zach Cregger, altro comico diventato regista horror, realizza Barbarian, che fa più scalpore di quanto meritasse ma gli permette di arrivare a Weapons tre anni dopo, quindi ben venga. Anche Triangle of Sadness di Ruben Östlund riceve un successo a mio parere eccessivo: Östlund affianca Joachim Trier nella nuova onda mainstream del cinema nordico, ma la sua critica di classe è troppo esplicita e scandita, soprattutto dopo Parasite. Questo non toglie ambizione, controllo registico e una prima metà demenziale memorabile.
Sul piano delle grandi produzioni, James Cameron torna a Pandora con Avatar – La via dell’acqua, meno riuscito del primo ma non meno impressionante sul piano tecnico e capace di confermare il potere commerciale del franchise. Il film migliore dell’anno, e forse degli ultimi dieci anni per me, è TÁR di Todd Field: un film di medio-budget come ormai se ne vedono pochi, terzo lungometraggio del regista e suo primo film dopo sedici anni, costruito come un biopic su una celebre direttrice d’orchestra fittizia talmente dettagliato e credibile che molti hanno creduto esistesse davvero. Con la sua migliore performance, Cate Blanchett porta in vita un personaggio reale, affascinante e problematico, alle prese con la cancel culture, il potere e l’ambizione dell’arte. Rifiutando qualsiasi retorica o morale esplicita, ma attraverso una regia lucidissima e momenti memorabili (quel finale!), TÁR tratta questi temi attualissimi con una sincerità e una precisione rare, e per questo credo che i registi del futuro ci torneranno a lungo.
Ma non è TÁR il film che ritengo più influente dell’anno, anche se potrebbe diventarlo con il tempo. Se Parasite meritava attenzione per aver superato confini senza compromettersi, lo stesso vale per RRR di S. S. Rajamouli. Sul piano dei contenuti i due film non possono essere paragonati, essendo RRR essenzialmente cinema di puro intrattenimento; ma il suo valore sta nell’aver portato in Occidente, con una forza dirompente, il linguaggio spettacolare, ingenuo, fisico e travolgente del cinema commerciale indiano che il blockbuster occidentale sembra aver perso da tempo, il tutto con un film di tre ore, in lingua telugu. Se riesce a conquistare un pubblico generalista nonostante le barriere culturali, è prova della sua vitalità e qualità. Come i capolavori coreani si sono fatti strada gradualmente sugli schermi occidentali, si può sperare che RRR apra una breccia simile per il cinema indiano, rimasto finora ignoto alla maggioranza del pubblico internazionale.
La zona d’interesse
Jonathan Glazer 2023Di nuovo, anticipo la delusione delle aspettative: il 2023 è l’anno di Barbenheimer, ma né Barbie di Greta Gerwig né Oppenheimer di Christopher Nolan sono, a mio parere, i film più influenti dell’anno. Sono senza dubbio due enormi successi economici, di pubblico e di critica, e servivano a un’industria cinematografica ancora traballante dopo la pandemia. Per essere i blockbuster dell’anno, sono anche entrambi film di qualità ben superiore alla media. Ma Oppenheimer, nonostante il cast stellare e la fattura egregia, resta essenzialmente un biopic non particolarmente ambizioso; mentre Barbie, nonostante un carisma e un umorismo contagiosi, resta essenzialmente un prodotto commerciale in cui la poetica di Gerwig trova spazio per elevare il materiale ma non abbastanza per lasciare un segno duraturo.
Tra i due, Barbie ha avuto l’impatto maggiore, sia nella cultura pop sia nell’industria, dimostrando anche che non tutti i film tratti da IP devono essere senz’anima; ma il primo posto lo merita un altro film. Prima, però, vanno menzionati gli altri titoli dell’anno, a partire dai promettenti esordi horror di ex YouTuber, Talk to Me di Danny e Michael Philippou e soprattutto Skinamarink di Kyle Edward Ball, uno degli horror più sperimentali e visceralmente spaventosi degli ultimi anni.
Sorvolando su Saltburn di Emerald Fennell, che continua a far parlare molto di film che dicono poco, va ricordato il fantastico La chimera di Alice Rohrwacher, conferma di una sensibilità estetica e narrativa unica e apparente salto di carriera internazionale della regista. Un grande contendente al titolo è anche Povere creature! di Yorgos Lanthimos, per la sua popolarità nonostante stranezza e contenuto sessuale esplicito, anche se il passaggio definitivo di Lanthimos verso il grande pubblico sembra averne smussato l’affilatezza, e quindi anche la capacità di incidere.
Ma per affilatezza, impatto e radicalità nessun film recente si avvicina a La zona d’interesse. Jonathan Glazer si prende un decennio dopo Under the Skin e torna con un’opera rigorosa, metodica, monolitica, destinata a essere ricordata a lungo. Se non altro per la capacità di affrontare frontalmente un tema come l’Olocausto in un momento in cui i traumi del passato vengono utilizzati come giustificazione per nuovi orrori.
Glazer rifiuta retorica e dramma, cogliendo nella sua vuotezza disorientante il modo in cui l’uomo sa disumanizzare il prossimo e proseguire nella propria quotidianità anche di fronte all’orrore più incomprensibile. La zona d’interesse è insieme monumentale e contenuto, visivamente coerente, sonoramente innovativo, radicale anche nel suo dispositivo di regia, che rifiuta ogni spettacolarizzazione attraverso telecamere fisse e nascoste, riprese notturne termiche e uno script ridotto all’osso. Tutto risponde alla necessità di esporre il male, non di renderlo narrativamente consumabile, perché nel momento in cui lo si racconta lo si addomestica, e lo si predispone alla propaganda. Glazer sceglie la sottrazione come forma di responsabilità, contro ogni consolazione e ogni falsa comprensione, e ogni volta che l’uomo si macchierà le mani con crimini folli, saranno le poche opere come questa le uniche ad avere senso.
Anora
Sean Baker 2024Più ci si avvicina al presente, più diventa difficile distinguere ciò che è notevole ma destinato a passare da ciò che rimarrà e potrà cambiare davvero il panorama del cinema a venire. Per il 2024 procedo quindi per esclusione.
Emilia Pérez di Jacques Audiard affronta la transizione di genere con una disinvoltura inedita e forse rivoluzionaria, ma la inserisce in un film melodrammatico e spesso ottuso. Megalopolis di Francis Ford Coppola è importante soprattutto come monumentale fallimento, pur lasciando intravedere il barlume di un film epico che non vedremo mai. Ho amato sia Challengers sia Queer di Luca Guadagnino, così diversi da rendere inconcepibile che vengano dallo stesso regista, ma restano entrambi progetti troppo contenuti per immaginare un impatto duraturo, anche se sarebbe auspicabile vedere più romance thriller scoppiettanti o più immaginazione visiva psichedelica nel cinema mainstream.
Ho amato ancora di più The Brutalist di Brady Corbet, film duro e senza compromessi, un’epica a budget contenuto capace di far impallidire produzioni mastodontiche, che guarda anch’essa nel buio dell’uomo senza trovarvi un senso, ma che temo non abbia avuto l’impatto necessario per diventare uno spartiacque. No Other Land di Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor è un film necessario e influente nel presente, ma è così specifico, e formalmente così lineare, che non lo si immagina un’opera capace di influenzare a lungo termine il linguaggio del cinema.
Se si guarda all’influenza immediata, niente batte The Substance di Coralie Fargeat, che ha fatto parlare il mondo intero portando con stile il body horror allegorico a un pubblico generalista. Resta però un film fondamentalmente derivativo: prende un linguaggio familiare agli appassionati dell’horror più estremo e lo rende digeribile alle masse per consegnare un messaggio semplice. Fa scalpore perché il grande pubblico non è abituato a vedere immagini così disgustose, ma non le inventa e non spinge davvero il genere in una direzione nuova. Nel migliore dei casi, aprirà la strada a film cruenti più popolari, ma non necessariamente più radicali.
Resta quindi Anora di Sean Baker, vincitore dell’Oscar in uno dei rari casi recenti di oculatezza da parte dell’Academy. Se i “film da Oscar” sono spesso quelli che raccontano una storia drammatica per consegnarci una lezione, Anora lavora in modo opposto. Come negli altri suoi film, Baker punta semplicemente la macchina da presa su un personaggio ai margini senza giudicarlo e senza trasformarlo in simbolo. Lo segue dentro vicende a tratti comiche, a tratti drammatiche, ma mai forzate al servizio di una morale.
C’è nel suo cinema una forma di neo-neorealismo: cerca l’illusione della realtà e suscita una partecipazione spontanea, più vicina all’ascolto della storia di un amico che alla normale identificazione narrativa. Se, nella celebre formula di Roger Ebert, i film sono macchine da empatia, la filmografia di Baker prende quell’idea alla lettera. Non chiede altro allo spettatore se non empatia, soprattutto verso figure che il cinema tende spesso a usare come funzione narrativa o come problema sociale, come la sex worker Anora. È ovvio che, in questo momento, non ho prove definitive dell’influenza futura di Anora. Se dovessi giudicare solo il presente, sceglierei The Substance. Ma credo che Baker, soprattutto dopo l’Oscar, possa riportare al centro un certo tipo di cinema diretto, povero solo in apparenza, profondamente umano.
Una battaglia dopo l’altra
Paul Thomas Anderson 2025Siamo arrivati all’ultimo dei primi venticinque anni del nuovo millennio, dopo aver seguito l’evoluzione della settima arte anno per anno. Per molti anni scegliere è stato difficile per l’abbondanza di contendenti; per altri, per il motivo opposto. Più ci si avvicina al presente, più manca l’aiuto del senno di poi, e più ogni scelta diventa incerta, soggettiva, anche imprudente.
Stabilire oggi quale sia il film più influente del 2025 per il futuro del cinema suona in effetti ridicolo: diversi titoli in Italia sono usciti da pochi mesi, e c’è stato appena il tempo di digerirli. Ma per fortuna il 2025 è uno di quegli anni in cui, con una certa sicurezza, per la capacità di tenere insieme forma e contenuto, critica e pubblico, un film svetta sugli altri.
Non si tratta di Sentimental Value di Joachim Trier né di Hamnet di Chloé Zhao, entrambi meravigliosi e che mi hanno fatto piangere come non facevo da tempo. Non si tratta nemmeno di Bugonia di Yorgos Lanthimos o Frankenstein di Guillermo del Toro, nei quali i due autori indulgono nei propri istinti fino a realizzare opere che sembrano imitazioni grossolane dei loro successi precedenti.
Un semplice incidente di Jafar Panahi e La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania sono film necessari, capaci di dare forma alla frustrazione contemporanea davanti a ciò che accade nel mondo, ma proprio per questo restano ancorati a un’urgenza molto specifica. Specifico in un altro senso, rivolto alla New York anni Novanta, è anche Una scomoda circostanza – Caught Stealing di Darren Aronofsky: film minore ma riuscitissimo, che sarebbe bello vedere come possibile modello per una nuova onda di opere senza grandi pretese, eppure solide, intrattenenti e sorprendenti.
Sirāt di Óliver Laxe offre invece un’astrazione allucinata che mi ha spiazzato e affascinato, e che mi auguro possa ispirare altri autori; Weapons di Zach Cregger vede il regista affinare il suo tono, in equilibrio tra paura reale e improvvisi scarti comici; Marty Supreme di Josh Safdie, che adoro, dà però già l’impressione di appartenere a quella categoria di film che sul momento sembrano il film dell’anno e poco dopo vengono dimenticati. Un grande contendente è I peccatori di Ryan Coogler, il titolo che più si avvicina al fenomeno Get Out di Jordan Peele, e per certi versi lo supera persino, con il record assoluto di 16 nomination agli Oscar. Ne riconosco le intuizioni, a partire dall’universalità della musica, ma mi estranea nei suoi lati da B-movie, che compongono la maggior parte del film. Anche considerando la differenza di percezione tra pubblico europeo e americano, rispetto alla precisione di Get Out, I peccatori mi sembra più importante per rappresentazione che per forma.
Ma soprattutto non lo scelgo perché il 2025 è l’anno di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Dopo Il petroliere, Anderson ha realizzato una sfilza di capolavori, ma sempre in forma più intima, obliqua e laterale; sembrava non voler più ambire a quella scala, a quel corpo a corpo con l’America. Fino al 2025, quando ci riprova e firma quello che può essere considerato il secondo Grande Film Americano del XXI secolo.
Una battaglia dopo l’altra non è perfezionato e a tenuta stagna quanto Il petroliere, e magari con il tempo quelle minuscole crepe inizieranno a fargli prendere acqua, ma quel poco che manca in rifinitura viene compensato dall’entusiasmo. Dove Il petroliere era nobile, primordiale, impassibile, Una battaglia dopo l’altra è goffo, dolce e vivo. È un manifesto sincero sul continuare a combattere anche quando non si vince, anche quando dopo una battaglia non arriva la pace, ma un’altra battaglia. In un periodo di crescente sconforto e impotenza, soprattutto per i più giovani, Paul Thomas Anderson dice che finché c’è lotta c’è futuro. È un modo giusto per chiudere il primo quarto di secolo e passare il testimone a ciò che verrà dopo.















