Vi presento Toni Erdmann
Maren Ade
Pazzo, politicamente scorretto, oltre ogni limite consentito dalla morale pubblica. La dis-educazione di Toni Erdmann è la rieducazione di un rapporto padre-figlia rimosso, nello sguardo della regista tedesca Maren Ade (che poi non sarebbe più stata all’altezza di questo exploit). Bravissimi Peter Simonischek e Sandra Hüller, lanciata a Cannes qui prima di ritrovarla anni dopo, sempre sulla Croisette, nella doppietta Anatomia di una caduta e La zona d’interesse.
Paterson
Jim Jarmusch
I “perfect days” di un conducente di autobus-barra-poeta nella città del titolo, dove era nato il “collega” William Carlos Williams, sono un’ode in pieno stile jimjarmuschiano allo straordinario dell’ordinario. Non c’è apparentemente niente, e c’è semplicemente tutto. E dopo tante occasioni già brillantemente sfruttate dall’attore californiano, questo è anche il film che codifica per sempre Adam Driver nell’immaginario cinéphile.
Le donne della mia vita
Mike Mills
Dopo Beginners e prima di C’mon C’mon, arriva quello che forse è il miglior film di Mike Mills. E anche il più sottovalutato. Nella California degli anni ’70, un ragazzino scopre who run the world: girls. Scrittura di (r)affinata sensibilità, vocazione “larga” e un cast extralusso: Annette Bening, Elle Fanning, Greta Gerwig, Billy Crudup e l’esordiente Lucas Jade Zumann. (Ri)scopritelo.
La pazza gioia
Paolo Virzì
Dopo un filotto di grandi film (Tutta la vita davanti, La prima cosa bella, Tutti i santi giorni, Il capitale umano), Paolo Virzì piazza un altro grande ritratto (nonché grande successo di pubblico). E centra una delle coppie tragicomiche al femminile più potenti del nostro cinema: Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. 5 David di Donatello, tra cui film, regia e attrice protagonista a Bruni Tedeschi (con relativo speech di culto).
Le cose che verranno
Mia Hansen-Løve
Nel cinema di Mia Hansen-Løve ci si “entra”, e basta. Nei suoi volti, nelle sue case, nelle sue storie. Che solo apparentemente sono “piccole”. Lo dimostra la parabola di questa professoressa (straordinaria, as usual, Isabelle Huppert) a cui tutto cambia all’improvviso. E che però capisce di avere ancora molto più futuro di quello che credeva. Il (bellissimo) titolo originale è, del resto, L’avenir.
Moonlight
Barry Jenkins
Il primo film a tema queer a vincere l’Oscar come best picture (con un twist a cui fra un po’ arriviamo), nonché il primo con un cast totalmente composto da afroamericani. Già solo questo è Storia. Ma l’importanza del film di Barry Jenkins sta anche nell’esecuzione, nella cura, nelle scelte di casting. Tutti elementi che impongono lo stile di una nuova voce del cinema USA. Black Movies Matter.
Aquarius
Kleber Mendonça Filho
Il successo globale, dieci anni dopo, dell’Agente segreto (che ritroveremo agli Oscar 2026) dà a Kleber Mendonça Filho quello che è di Kleber Mendonça Filho. In concorso a Cannes 2016, Aquarius è il titolo che lo ha fatto conoscere internazionalmente. Un racconto che, come nello stile dell’autore brasiliano, è un grande romanzo umano e politico, capace di trovare la grandezza nei dettagli. Esattamente come la monumentale performance di Sônia Braga.
Veloce come il vento
Matteo Rovere
Ci sono dei prima e dopo, nel cinema italiano recente. Se il 2015 è stato l’anno di Lo chiamavano Jeeg Robot, il 2016 è quello di (almeno) tre titoli. Gli altri due arrivano a breve, uno è di sicuro il race movie firmato Matteo Rovere che rilancia un genere in modo orgogliosamente “pop” e che scopre una delle nostre dive future: Matilda De Angelis. Trovando al contempo in Stefano Accorsi il volto perfetto per questa che, prima di tutto, è una commedia all’italiana.
Elle
Paul Verhoeven
Altro giro, altra Huppert. L’anno prima che esplodesse il MeToo, il ragazzaccio che dall’Olanda aveva cambiato il mainstream USA (Atto di forza, RoboCop, Basic Instinct, ma pure il contestato – e incompreso – Showgirls) firma un affresco dalla parte delle donne – libere, sfrontate, padrone del proprio destino – che più unapologetic non si potrebbe. Complice la star francese, debordante e giustamente riconosciuta con la prima nomination all’Oscar della sua già gloriosissima carriera.
Quo vado?
Gennaro Nunziante
Un altro prima e dopo. Almeno fino a Buen Camino, Quo vado? è stato il più grande successo nella storia del cinema italiano per incassi e spettatori. E la consacrazione definitiva di Checco Zalone a padre della patria, che sbeffeggia facendo credere allo spettatore medio di blandirlo. L’arcitaliano con la fissa del posto fisso (pardon) entra di diritto fra le maschere assolute della comicità tricolore. E ci rimane stabile ancora oggi.
American Honey
Andrea Arnold
Ci voleva un’inglese (e che inglese) per scattare una fotografia così precisa della gioventù americana di oggi (scusate: appena ieri), che si trascina a zonzo nella propria crisi sessual-esistenziale. E che per questo si fa, in qualche modo, atto politico. We found love, o forse no. Di sicuro abbiamo trovato un indimenticabile trio di protagonisti: Sasha Lane, Shia LaBeouf e Riley Keough.
La mia vita da Zucchina
Claude Barras
Tenerissimo, straziante, memorabile. All’epoca scrissero che era “Tim Burton che incontra Ken Loach”, in realtà si sente fortissima la voce, dalla parte dei bambini (e soprattutto delle bambine), di Céline Sciamma, che l’ha scritto su direzione dell’animatore Claude Barras. Un film imprescindibile, da recuperare in tutti i modi. E occhio alla durata: a dispetto dei minutaggi monstre di oggi, questa è la dimostrazione che si può fare un capolavoro in soli 66 minuti.
Perfetti sconosciuti
Paolo Genovese
L’ultimo prima e dopo, forse il più rilevante di quella stagione nostrana. La tragicommedia da camera di Paolo Genovese stabilisce che anche noi possiamo fare cinema high concept, e farla giustamente franca. Il copione coglie perfettamente lo spirito del tempo, nell’attimo in cui stiamo per essere definitivamente travolti dalla vita digitale, grazie anche a un cast in stato di grazia. 17.4 milioni di euro di incasso, 2 David (film e sceneggiatura) e 47 (!) remake nel mondo.
Mademoiselle
Park Chan-wook
Oggi anche il botteghino italiano ha finalmente premiato a dovere Park Chan-wook, vedi l’ottima performance, in queste settimane, di No Other Choice – Non c’è altra scelta. Ma dopo la Trilogia della Vendetta e prima di quest’ultimo, c’è questo che è una delle sue opere meno viste (di sicuro da noi) e capite, e in realtà una delle più stratificate e perturbanti. Da Ladra di Sarah Waters, una storia di sesso, soldi e potere con aggiunta di K-pulp. Praticamente perfetto.
Neruda
Pablo Larraín
Nello stesso anno del più “visibile” Jackie starring Natalie Portman, il prodigioso cileno firma un altro film che è ancora più grande. Il non-biopic su Neruda (grandissimo Luis Gnecco) braccato da un ispettore di polizia (altrettanto impeccabile Gael García Bernal) è prima di tutto la storia di un Paese e di un popolo. Ma sempre alla maniera di Larraín, che riesce a rendere anche la poesia un incandescente thriller.
La La Land
Damien Chazelle
Sì, l’Oscar come miglior film quell’anno (cioè, l’anno dopo) l’ha vinto Moonlight. Ma nel pasticcio della busta nelle mani di Warren Beatty e Faye Dunaway, noi vogliamo continuare a credere alla prima versione della storia: ovvero quella in cui l’Academy Award lo vince l’opera seconda di Damien Chazelle (comunque best director). Hollywood, la musica, la vita. E due immensi Emma Stone (Oscar anche a lei) e Ryan Gosling. Here’s to the ones who dream: chi non ama La La Land non ama il cinema. Punto.








