Cenerentola a Parigi
Stanley Donen 1957Prima che il cinema raccontasse la moda come un’industria spietata, Cenerentola a Parigi la trasformava in una favola in Technicolor. Audrey Hepburn è Jo, timida commessa di una libreria newyorkese scoperta dal fotografo Dick Avery, un Fred Astaire modellato sull’eleganza di Richard Avedon. Parigi, naturalmente, farà il resto. Tra servizi fotografici, abiti di Givenchy e numeri musicali, Stanley Donen mette in scena il processo con cui una ragazza comune diventa un’immagine: basta sostituire i libri con un guardaroba e pronunciare la parola «qualità» con sufficiente convinzione. Ma Hepburn non si lascia mai ridurre al ruolo di manichino. La sua Jo cerca Sartre, discute di empatia e balla in total black nei caffè di Saint-Germain. La moda è sogno, trasformazione e spettacolo. Anche se, sotto l’abito perfetto, (r)esiste ancora una persona.
Blow-Up
Michelangelo Antonioni 1966La Swinging London sta tutta nell’obiettivo di Thomas (David Hemmings), fotografo di moda ispirato a David Bailey. Le modelle si contorcono davanti alla sua macchina fotografica, gli abiti diventano pose e le pose immagini da consumare. Poi, ingrandendo alcuni scatti realizzati in un parco, Thomas crede di scoprire le tracce di un omicidio. Antonioni entra nel mondo della moda per raccontare qualcosa di più vasto: l’impossibilità di distinguere ciò che vediamo da ciò che desideriamo vedere. Più le fotografie vengono ingrandite, più la verità si sgrana fino a scomparire. Tra Veruschka, Jane Birkin, feste, boutique e gli Yardbirds che distruggono una chitarra, Blow-Up cattura un’intera epoca nel momento della sua massima seduzione. E subito dopo ne rivela il vuoto.
Sotto il vestito niente
Carlo Vanzina 1985Milano da bere, copertine patinate e modelle assassinate: il sistema moda italiano degli anni Ottanta diventa un giallo dove il lusso non riesce a nascondere il sangue. Tom Schanley è un giovane americano arrivato in città per cercare la sorella gemella scomparsa, di professione top model. Carlo Vanzina prende il titolo da un romanzo di Marco Parma e guarda dichiaratamente a Brian De Palma, aggiungendo però qualcosa di irripetibilmente milanese: l’impressione che dietro ogni showroom possa celarsi un delitto, o almeno un pessimo aperitivo. La moda è insieme attrazione e minaccia, superficie scintillante abitata da corpi continuamente osservati e sostituiti. Non sarà il thriller più raffinato del decennio (anche se è stato notevolmente sottovalutato), ma come capsula temporale è irresistibile.
Prêt-à-Porter
Robert Altman 1994Robert Altman porta il proprio cinema corale alla settimana della moda di Parigi e lascia che stilisti, giornalisti, modelle, fotografi e star si accavallino come durante un cambio d’abito particolarmente caotico. La morte improvvisa del presidente della Camera della Moda dovrebbe essere il centro della storia, ma il regista sembra molto più interessato a osservare il circo che continua a girargli intorno. Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Julia Roberts, Tim Robbins, Kim Basinger e tantissimi altri convivono con apparizioni di Lagerfeld, Gaultier e Versace in un gigantesco gioco tra finzione e realtà. Altman tratta la moda come una commedia umana dominata da vanità, rivalità e isteria, senza risparmiare quasi nessuno. Il risultato è dispersivo e deliberatamente superficiale, ma forse era proprio questo il punto: dietro l’implacabile ricerca del nuovo, lo spettacolo resta sempre lo stesso.
Zoolander
Ben Stiller 2001Derek Zoolander è stato modello dell’anno per tre volte, possiede un solo sguardo e non sa girare a sinistra. Quando il titolo passa al rivale Hansel, la sua crisi professionale lo rende la vittima perfetta di un complotto: trasformarlo in un assassino programmato per eliminare il primo ministro della Malesia. Ben Stiller porta la stupidità del fashion system fino al surrealismo, tra sfilate letali, campagne benefiche senza senso e un duello all’ultima posa giudicato da David Bowie. Sotto le gag, però, Zoolander colpisce bersagli piuttosto precisi: il culto dell’immagine, la sostituibilità dei corpi, lo sfruttamento del lavoro e un’industria capace di rendere desiderabile qualunque cosa, purché fotografata bene. A più di vent’anni di distanza, Mugatu e il suo “Derelicte” sembrano meno assurdi di allora. Il vero miracolo? La “magnum” continua a funzionare.
Il diavolo veste Prada
David Frankel 2006La storia la sapete (anche perché l’avete ripassata nel sequel campione d’incassi di quest’anno). Andy Sachs vuole fare la giornalista seria, ma finisce a lavorare per Miranda Priestly, direttrice di Runway e sovrana assoluta di un regno fatto di cappotti lanciati sulle scrivanie, richieste impossibili e silenzi più terrificanti di qualsiasi urlo. Anne Hathaway rappresenta il nostro ingresso nel fashion system; Meryl Streep, ispirata alla leggendaria Anna Wintour, ne incarna il potere con un tono di voce appena sopra il sussurro. Il film parte come una commedia rosa e diventa una storia sul lavoro, sull’ambizione e sul prezzo necessario per essere ammessi nella stanza giusta. Il celebre monologo sul ceruleo smonta in pochi minuti l’idea che la moda sia un passatempo frivolo: anche chi crede di esserne estraneo indossa decisioni prese da qualcun altro. Il resto sono stivali Chanel, Parigi e traumi professionali. That’s all.
Saint Laurent
Bertrand Bonello 2014La risposta cinéphile al più “pulito” biopic uscito lo stesso anno starring Pierre Niney. Bertrand Bonello non gira una biografia tradizionale, ma entra nella mente di Yves Saint Laurent durante il decennio più creativo e autodistruttivo della sua vita. Il compianto Gaspard Ulliel lo interpreta come un uomo fragilissimo capace di trasformare ogni ossessione in una silhouette, mentre Jérémie Renier è Pierre Bergé, compagno, socio e custode dell’impero. Tra atelier, notti alcoliche, droghe, amanti e collezioni, il film rinuncia alla cronologia ordinata per seguire il ritmo febbrile della creazione. La moda non è decorazione né semplice successo commerciale: è il modo in cui Saint Laurent prova a tenere insieme desiderio, identità e dolore. Bonello mostra gli abiti, ma soprattutto ciò che li precede e ciò che lasciano dietro di sé. Più sensuale che didascalico, più allucinazione che ricostruzione, Saint Laurent racconta un genio senza preoccuparsi di renderlo simpatico.
Il filo nascosto
Paul Thomas Anderson 2017Nella Londra degli anni Cinquanta, Reynolds Woodcock veste principesse, ereditiere e aristocratiche con la stessa precisione con cui organizza ogni istante della propria vita. Poi incontra Alma, cameriera apparentemente timida che diventa modella, musa e infine avversaria. Daniel Day-Lewis costruisce uno stilista dominato dai rituali, Vicky Krieps trova il modo di incrinarli senza mai alzare la voce. Paul Thomas Anderson filma la couture come una religione privata: i tessuti vengono accarezzati, gli orli custodiscono messaggi segreti e una colazione rumorosa può diventare una dichiarazione di guerra. Ma Il filo nascosto è soprattutto una storia d’amore per persone che considerano la normalità un’insopportabile perdita di tempo. Il controllo passa continuamente da lui a lei, dall’abito al corpo, dalla cura al veleno. Una relazione tossica, certo. Però confezionata su misura.
House of Gucci
Ridley Scott 2021Più che la storia della maison italiana, House of Gucci racconta una famiglia convinta che il proprio cognome sia sufficiente a renderla immortale. Lady Gaga è Patrizia Reggiani, outsider ambiziosa che sposa Maurizio Gucci e prova a conquistare il clan dall’interno, fino a ordinare l’omicidio dell’ex marito. Ridley Scott tratta la vicenda come un melodramma camp-criminale in cui il lusso convive con l’avidità. Adam Driver mantiene un’imperturbabile eleganza, mentre Jared Leto trasforma Paolo Gucci in una creatura da opera buffa. La moda rimane spesso sullo sfondo: al centro ci sono il marchio, il denaro e il potere simbolico di un nome. Non sempre il tono trova un equilibrio, ma lo spettacolo über-kitsch è a suo modo irresistibile.
Couture
Alice Winocour 2025Durante la settimana della moda di Parigi, la regista americana Maxine Walker (Angelina Jolie), arriva in città per realizzare un film e riceve una diagnosi di tumore al seno. La sua storia si intreccia con quelle di Ada, giovane modella sudanese appena entrata nel sistema, e Angèle, truccatrice divisa tra il lavoro e il desiderio di scrivere. Alice Winocour attraversa passerelle, backstage e atelier spostando l’attenzione dagli stilisti alle donne che costruiscono materialmente le immagini della moda e ai corpi sui quali quelle immagini vengono proiettate. Il titolo diventa così una metafora esplicita: cucire significa unire frammenti, coprire ferite, provare a ripararsi. Il risultato alterna l’intimità del dramma alla frenesia della fashion week (per la prima volta Chanel ha aperto la sua maison a un set cinematografico) e osserva ciò che normalmente resta fuori dall’inquadratura. Dietro ogni abito lavorano mani. Dentro ogni corpo rimangono cicatrici. Nelle sale dal 26 agosto.










