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25 film biografici da vedere e da evitare

Da tori scatenati ai capi dell'FBI, abbiamo riguardato un po' di film basati su fatti realmente accaduti per capire quali siano da recuperare e quali da scartare

Cate Blanchett interpreta una delle "versioni" di Bob Dylan dal biopic "Io non sono qui"

Se fatti ad arte possono farti sentire l’amico più caro di una celebrità o come se dovessi ritirare premi a nome di attori e registi, e spesso ti ricordano quale sia il vero potere di un film.

Al contrario, se fatti male, possono farti venire voglia di sbraitare contro lo schermo, di prenderti a schiaffi in testa, o ti spingono a gettare via ogni CD, libro, DVD, e qualsiasi oggetto associabile al soggetto di cui tratta il film.

Stiamo parlando dei film biografici: quelli prendono le vite di musicisti, politici, artisti, atleti e altra gente famosa, e le adattano a un soggetto per il grande schermo.

Se non sorprende un futuro in cui chiunque potrà girare un proprio film auto-biografico di quindici minuti, almeno per ora, i soggetti più gettonati rimangono artisti come Jimi Hendrix – interpretato da André 300 in Jimi: All Is By My Side, diretto dal regista premio Oscar John Ridley.

Abbiamo scelto per voi 25 pellicole, pescando fra i migliori – e i peggiori – film che il genere abbia offerto.

FANTASTICO: LAWRENCE D’ARABIA (1962)

L’epico film storico da tre ore e mezza, diretto da David Lean, abbaglia con viste sul deserto, sequenze di battaglie colossali e stuntman capaci di far impallidire i moderni effetti speciali (non c’è nulla come il deragliamento di un treno realizzato con l’esplosivo).

Tuttavia, niente di tutto ciò avrebbe funzionato senza un soggetto che fosse altrettanto grandioso. Gli occhi penetranti di Peter O’Toole che rispecchiano le ambizioni di T. E. Lawrence – un megalomane che scommette sulla logica de “il fine giustifica i mezzi”, che avanza spedito attraverso i deserti del Medio Oriente sapendo di essere un eroe.

Lo vediamo nella sua grandezza, mentre prende le redini e guida tribù arabe in schieramenti da guerriglia; lo vediamo anche nel suo fallimento, quando sconfitto e torturato, viene privato della sua indole ribelle.

E, cosa più importante, ci allontaniamo guardando il protagonista in tutta la sua gloria fatta a brandelli, catturata magistralmente su di una pellicola da 70mm, ancora impregnata dalla solennità di O’Toole. MATT PATCHES

TERRIBILE: THE DOORS (1991)

Sia messo agli atti che non abbiamo nulla di cui lamentarci sul modo in cui Val Kilmer interpreta Jim Morrison, nel suo mescolare in maniera persuasiva gli occhi socchiusi e pavoneggianti del cantante con il suo arrogante narcisismo – se la cava anche discretamente dietro a un microfono. Qui il problema sta nella narrazione sbiascicata ed esageratamente ampollosa del regista Oliver Stone, che riafferma e ingigantisce la mitologia, già di per sé isterica, che ruota attorno alla figura di Morrison.

Se non fosse sufficiente che un ubriacone in pantaloni di pelle si presenti come una divinità d’oro, anche Stone lo raffigura come tale.

L’immagine della ‘defunta pin-up’ è inoltre utilizzata come fosse un sentiero per la spiritualità dei nativi americani, mentre, al contrario, racchiude perfettamente in sé l’appropriazione indebita di una generazione priva di valori profondi. Solo dando la colpa al peyote si può perdonare così tanto. ERIC HYNES

FANTASTICO: CAPOTE (2005)

Quando si tratta di recitare in un film biografico, c’è prima l’imitazione, poi l’immedesimazione nel personaggio fino, in ultimo, a impossessarsene.

Nel film di debutto del suo amico Bennett Miller, Philip Seymour Hoffman assunse il comportamento di Truman Capote, smascherò le pose altisonanti dello scrittore, per poi continuare a scavare nel personaggio.

Il suo Capote è allo stesso tempo affabile e riservato, sciolto in pubblico ma pronto a trasformarsi in indagatore impassibile quando il gioco si fa duro.

Il film di Miller, anche se dominato da atmosfere cupe, s’irradia della performance di Hoffman. Capote trova se stesso in profondità – forse troppo in profondità – mentre indaga su Perry Smith e sui delitti di A Sangue Freddo, e né il film né il suo attore protagonista sembrano spaventati di ritrarre il proprio soggetto come leggermente sociopatico.  MATT PATCHES

TERRIBILE: GREETINGS FROM TIM BUCKLEY (2012)

Secondo soltanto a Jim Morrison nella categoria delle rockstar sexy decedute, Jeff Buckley pubblicò un disco meraviglioso prima di annegare accidentalmente; suo padre, Tim, era un cantante folk degli anni ’60 dallo spirito irrequieto, che levò le tende prima che Jeff nascesse, per poi morire accidentalmente di overdose.

Il film biografico diretto da Dan Algrant si focalizza sul momento in cui il figlio impressionò il pubblico per la prima volta, cantando alcune canzoni di suo padre durante un concerto tributo.

Per star sul sicuro, il regista infila dentro alcuni flashback in cui il musicista, disertore e membro del movimento hippie “L’Era dell’Acquario”, viaggia per le strade dell’America, il che permette al film di distinguersi per aver infangato non uno, ma addirittura due Buckley, in un colpo solo.

Poi, se con l’ex-Gossip Girl, Penn Badgely, nel ruolo del giovane menestrello ritroviamo un attore tanto bello e maledetto quanto l’originale, d’altra parte il protagonista non riesce a impersonare l’innegabile carisma del cantante tanto da essere in grado di superare il campo minato di luoghi comuni che ruota attorno ai biopic musicali.

Una breve istantanea ci regala il materiale grezzo da cui sarebbe nata Grace, la title track dell’album ma, sullo schermo, dell’artista pieno di vita che ci ha donato quel brano non appare alcuna traccia. DAVID FEAR

FANTASTICO: MALCOLM X (1992)

Per anni Spike Lee aveva provato a metter su pellicola la vita del controverso attivista, portavoce, ideologo, eroe, capro espiatorio e martire, Malcolm X: da questa epopea ha infine prodotto un film pieno di rabbia, che avrebbe reso fiero il suo stesso soggetto.

Il film centra tutti i punti della storia: il contrabbando di armi nelle strade di Harlem, l’educazione dietro le sbarre, la trasformazione in un leader e, infine, nel ricercatore capace di guardare il mondo al di là del bianco e il nero.

E come la sua autobiografia è diventata colonna portante di ogni programma scolastico in America, il film di Lee segue le cause e gli effetti di tutti quei fattori che portarono Malcolm X a diventare un’icona.

Denzel Washington ha dichiarato che, nei momenti in cui ha recitato certe scene, è riuscito a percepire dentro di lui lo spirito dell’ultimo ministro della Nation Of Islam, un commento che può suonare oltraggioso solo per chi non ha visto la svolta dell’attore. DAVID FEAR

FANTASTICO: SID E NANCY (1986)

Non si poteva fare un film pulito e ordinato sul bassista dei Sex Pistols e simbolo del nichilismo punk, Sid Vicious; doveva essere cencioso, trasandato e sudicio tanto quanto uno sputo catarroso.

Alex Cox ha certamente consegnato al pubblico un film in grado di soddisfare queste caratteristiche, tanto da catturare lo spirito di quel primo punk londinese del ’77 da cui sorse la stella di El Sid.

È stato anche abbastanza intelligente da scritturare un attore come il giovane Gary Oldman nei panni del selvaggio musicista, una mossa che ha fatto la differenza – l’attore lancia se stesso nell’estetica del “tutto o niente” così da mostrare la fiamma di Sid accendersi e consumarsi allo stesso tempo. Peccato per la povera Chloe Webb, che dona una prestazione ‘parassitaria’ nei panni di Nancy Spungen, per poi praticamente sparire per un tempo lunghissimo.

Johnny Rotten, commentando il film, ha dichiarato che la pellicola rappresenta “il punto più basso della vita”, che glorifica l’uso di eroina (ehm..no) e che la corsa verso il paradiso con cui il film si conclude fosse davvero banale (okay, questo possiamo concederglielo).

Ma prima che per la nota finale steccata, il film di Cox colpisce sulle sue note molto più di quanto abbia mai fatto il bassista, spesso scollegato dal suo amplificatore. DAVID FEAR

TERRIBILE: WHAT WE DO IS SECRET (2007)

C’era di più – molto di più – nel frontman dei Germs, Darby Crash, che una versione ventiduenne losangelina e incensurata di Sid Vicious, ma questo non traspare nel ritratto all’acqua di rose fatto da Rodger Grossman, che lo ritrae come un comune membro della scena di LA dedito al culto del “live fast and die young”.

Certamente era così, ma anche un ragazzino che, secondo le numerose testimonianze, era un feroce e spassoso burlone: il tipo capace di guidare una setta di seguaci – a riprova si veda il filmato dei Germs in The Decline of Western Civilization.

In questo film Crash è soltanto un arrivista, e rappresenta una scusa per Shane West per cercare di cambiare la sua immagine da ‘bravino’,  per provare qualche protesi dentale e cercare di recitare in maniera provocatoria.

Il film aveva bisogno di un Lexicon Devil ma invece trova solo un diavoletto. Non ci siamo. DAVID FEAR

FANTASTICO: IO NON SONO QUI (2007)

La verità è che la vita non è composta da singoli racconti, ma da palazzi di modelli e identità contrastanti.

Dunque, quale incarnazione migliore per questa teoria se non Bob Dylan stesso, la cui intera carriera è stata caratterizzata del reinventarsi, dalla creazione di miti e dall’appropriazione culturale?

Nel suo ritratto poliedrico e fortemente irregolare dell’artista, Todd Haynes lo raffigura in sei personaggi distinti, fra i quali un giovane fuggiasco afro-americano (Marcus Carl Franklin), un’esteta enigmatico pronto per il successo (il premio Oscar Cate Blanchett) e un vagabondo che sta invecchiando (Richard Gere), le cui visioni di una vecchia e strana America evocano misteriosamente il paesaggio in continuo mutamento dei testi di Dylan.

L’espediente riesce a far sì che Dylan sia ovunque ma che, allo stesso tempo, non sia da nessuna parte.

Distruggendo ogni assunto fondamentale della biografia dell’artista, Io Non Sono Qui riesce davvero a riprodurla appieno. ERIC HYNES

FANTASTICO: 24 HOUR PARTY PEOPLE (2002)

Tony Wilson (Steve Coogan) è il corpo e l’anima del film diretto da Michael Winterbottom, dove, rivolgendosi esplicitamente al pubblico, racconta del suo eclettico viaggio che lo portò prima ad essere una personalità della TV inglese, poi il manager della Factory Records e in seguito il proprietario di un club.

Ma più che monopolizzare la scena diventa una provocante guida dalla parlantina incessante attraverso la scena musicale di Manchester degli 80’s.

Considerando le personalità ‘celestiali’ che il protagonista incontra – Ian Curtis dei Joy Division (Sean Harris); l’irascibile producer Martin Hannet (Andy Serkis) – il film è uno specchio per le allodole preparato a regola d’arte.

Forse non così ispirata come le performance asciutte di Coogan, in cui cede il centro del palco ma riesce comunque a rubare la scena. ERIC HYNES

TERRIBILE: THE RUNAWAYS (2010)

Joan Jett era fra i produttori esecutivi di questa riscrittura dell’ascesa e della caduta della sua prima band – quindi, come poteva andare male? Il risultato non è stata una ch-ch-ch-cherry bomb quanto piuttosto una vecchia e comune bomba, che nemmeno Micheal Shannon nei pani dello svengali della Sunset Strip, Kim Fowley avrebbe potuto salvare da una totale inettitudine.

La regista, Floria Sigismondi ha diretto alcuni video musicali incredibili, ma riprendere dei musicisti e lavorare con attori che ne recitano il ruolo sono due cose diverse; Kristen Stewart può farvi sogghignare, ma la sua interpretazione della giovane Joan Jett in sostanza si riduce a un sacco di pose e bronci – lo stesso vale per Dakota Fanning nei panni Cherie Currie, sulla cui biografia poggia la trama. Questa è la storia di una band glam raccontata non alla maniera di un rock-drama femminista, ma come se si trattasse di una serata al karaoke fra ragazzini. DAVID FEAR

FANTASTICO: TORO SCATENATO (1980)

Il leggendario ritratto fatto da Martin Scorsese del pugile professionista  Jake LaMotta, fornisce una ragione convincente alla credenza per cui furono gli stessi demoni che lo resero un campione sul ring a tramutarlo in una bestia rabbiosa non appena vi discese.

È eloquente l’episodio in cui urla, “Non sono un animale”, mentre prende a pugni il muro; questa è la storia di un atleta che una volta dichiarò di combattere come se non meritasse di vivere, mentre cercava di prendere a pugni la propria via di ritorno verso l’umanità.

Robert De Niro vinse meritatamente un Oscar per il suo spietato ritratto di LaMotta, per aver portato il suo ‘folle’ metodo di recitazione fino al suo punto estremo, tanto da aumentare di 60 libbre in modo da interpretare il lottatore come un relitto gonfio.

Ma non è il peso a rendere la sua performance così maestosa; è il dolore che De Niro mette in scena, senza mezzi termini, lo stesso che portò LaMotta all’autodistruzione. DAVID FEAR

TERRIBILE: BEYOND THE SEA (2004)

Assomiglia a Bobby Darin, ha la stessa voce di Bobby Darin – quindi, perché non far interpretare Bobby Darin al suo super fan Kevin Spacey? E, già che ci siamo, perché non far dirigere il film a lui? Non importa se l’allora quarantacinquenne protagonista de I Soliti Sospetti fosse un po’ troppo anziano, quando fu chiamato a interpretare il cantante di “Mack the Knife”, per vestire i panni di un crooner poco più che ventenne, idolo dei teenager; questo era il suo progetto e, insomma, la magia del cinema non consiste proprio nel smussare gli spigoli? Ancora una vola, il fattore che ha fatto affondare più di un biopic mostra il suo brutto muso: l’ego.

Anche se i passi non andavano così fuori tempo, tanto da dubitare dei giudizi riguardanti la sua età, in ultima analisi il film finisce per essere nient’altro che un vanitoso progetto.

Come disse Robert Ebert: “Il film parla più di Spacey che interpreta Darin che di Darin in sé”. DAVID FEAR

FANTASTICO: DIETRO I CANDELABRI (2013)

Stando alle parole del regista Steven Soderbergh, il suo biopic su Liberace fu giudicato “troppo gay” per un’uscita nelle sale. Mentre in Europa sono stati abbastanza fortunati per non perderselo sul grande schermo, il pubblico statunitense ha assistito a una soap opera sulla fama, la fortuna, eredità di segreti e brutte pettinature, rilasciata a puntate dalla HBO.

Soderbergh ha saggiamente evitato di riportare tutta la storia – dei giorni di Liberace come pianista classico o della sua apparizione in Kojak non importa niente a nessuno.

Invece, in Dietro i Candelabri, prendono la scena due storie: Michael Douglas nei panni dello stravagante pianista e il suo amore di una vita, Scott Thorson (recitato candidamente da Matt Damon). Soderbergh sbroglia i nodi della loro vicenda, piena di sensuale romanticismo, litigi pieni d’odio, e ritocchini chirurgici finiti male. Fu una vita spesa dietro una maschera di cui ogni nonna sul pianeta andrebbe fiera. Dietro i Candelabri riporta l’uomo sulla terra. MATT PATCHES

TERRIBILE: WIRED (1989)

Immaginatevi che, alla riunione promozionale per Wired, un produttore esecutivo esclami: “Facciamo un biopic su John Belushi!”. Non è una brutta idea – la breve vita dell’attore è stata come una sfera impazzita tra droghe e di quella comicità grottesca che ha definito un’era. “ Riadattiamo la biografia di Bob Woodward e mettiamo anche lui nel copione!” Ok, immagino abbia senso: ha funzionato per Tutti gli uomini del Presidente, giusto? “Scritturiamo Michael Chiklis!” Il tizio che ha fatto quell’episodio di Miami Vice? Perfetto. “Aggiungiamo anche un personaggio che le famiglie possano adorare. Che ne dite di un angelo custode?” Grandioso, i bambini lo adoreranno.

Purtroppo, nonostante tutte quelle scelte così ispirate, Wired arrivò come un caos confuso, che intrecciava l’ascesa alla celebrità di Belushi e la sua spirale discendente chimicamente indotta, con la stessa delicatezza che avrebbe usato il Samurai Futaba. MATT PATCHES

FANTASTICO: AMERICAN SPLENDOR (2003)

Harvey Pekar ha raccontato dettagliatamente della sua vita– in particolar modo delle sue verruche – nel suo libro di fumetti autobiografico. Quindi, chi meglio di lui per guidarci attraverso la sua esistenza trascorsa fra la classe media che lo stesso burbero autore?

I registi Shari Springer Berman e Robert Pulcini si appoggiano alla vita vera del loro soggetto per creare la scena:  un momento, l’avatar Pekar – il Pekar interpretato da Paul Giamatti–, lotta nella sfida nevrotica rappresentata da una fila per la cassa di un supermarket. Pochi secondi dopo si trova affianco al vero Pekar, dialogando su di uno sfondo bianco che dovrebbe rappresentare i meandri cerebrali dello scrittore. Il fumetto American Splendor fu puro Harvey – critico, supponente, capriccioso, caustico. Miscelare la finzione alla realtà è stata la perfetta e unica strada da percorrere. MATT PATCHES

FANTASTICO: IL MIO PIEDE SINISTRO (1989)

Non deve sorprendere che Daniel Day-Lewis sia presente due volte in questa lista, dato il modo in cui rivolta ogni personaggio, famoso o meno, in un soggetto mai visto prima.

Nei panni di Christy Brown, un irlandese tetraplegico affetto da una grave paralisi cerebrale, che riesce a diventare un affermato scrittore grazie all’unico arto controllabile, Day-Lewis non soltanto si contorce, spasima e comunica in maniera incomprensibile – coinvolgendo il pubblico nella sofferenza sia di Christy, sia di chi cercava di capirlo – ma dona anche ha Christy una personalità indelebile. Non era una persona delicata, al contrario era un rompipalle viziato e iracondo. La sua grandezza non emerge dalla lotta contro la propria disabilità, ma dalla sua affermazione d’innegabile umanità. ERIC HYNES

TERRIBILE: J. EDGAR (2011)

È difficile rimanere neutrali su J.Edgar Hoover: fu un devoto protettore dell’America, ma moralmente racchiuso nei suoi scopi. Le norme sociali lo trattennero da esplorare totalmente alcuni aspetti della sua vita, rendendolo degno di compassione – ma la sua feroce ritorsione fa di tutto il resto un boccone amaro da mandare giù.

Clint Eastwood accetta quindi la drammatica sfida di non giudicare, piazzando nell’anonimato il suo scialbo biopic sul ex ‘capobanda’ dell’FBI.

Leonardo DiCaprio brama per esplorare le stranezze psicanalitiche di Hoover, solo per veder sepolte le sue ambizioni sotto 18 chili di trucco.

Il manichino di cera vivente di Eastwood prova a portarci nelle pagine dei libri di storia, ma riesce solo a bruciare un’immagine da incubo ora indelebile nella mente di quelli così sfortunati da sopravvivere. MATT PATCHES

FANTASTICO: LINCOLN (2012)

Accade spesso che i film biografici cadano nella trappola di voler superficialmente coprire l’intera vita di una persona con un unico salto mortale di due o tre ore, intasato da beni storici e attori invecchiati con addosso protesi sempre meno credibili. Ma Lincoln di Spielberg prende una virata opposta, limitando l’azione a i pochi mesi del 1865, quando il Presidente persuase il congresso ad abolire la schiavitù e, di fatto, ad abolire la Guerra Civile. Si tratta di una biografia realizzata attraverso un’unica e cruciale istantanea, resa ancora più intensa dal coraggio dell’attore premio Oscar Daniel Day-Louis, capace di fare del ritratto di Lincoln un capolavoro. ERIC HYNES

TERRIBILE: JOBS (2013)

La sola cosa peggiore di esaltare un soggetto biografico è di renderlo uguale a una specie di una pagina Wikipedia vivente. Questo è ciò che si prova guardando questo biopic ‘Ashton Kutcherizzato’ sul cofondatore di Apple Steve Jobs, come se il film procedesse da un punto all’altro sulla linea del tempo– per poi arrivare al classico momento “ah! ah!” con poco tempo dedicato a come uno possa incappare in tali innovazioni. Job era un hippie caricato a LSD, che disconobbe la moglie mentre era incinta, prima di dar battaglia ai magnati della tecnologia sul futuro del personal computing. Fu il folle che pensò che il passo gigante per la tecnologia dei PC fosse addobbarli con involucri coloratissimi. Dov’è questo vivace individuo? È stato risucchiato nel buco nero dalla ‘veridicità a tutti i costi’ insieme, a quanto pare, a ogni traccia di vivacità che possa rendere il film interessante. MATT PATCHES

FANTASTICO: MILK (2008)

Preso fuori contesto, il ritratto di Harvey Milk realizzato da Gus van Sant potrebbe essere considerato come un biopic fatto a regola d’arte, una dimostrazione delle doti camaleontiche di Sean Penn. Certamente, grazie alla straordinaria capacità dell’attore di assumerne il comportamento, la gestualità e la parlantina, Penn si è trasformato nel sosia dell’attivista gay e politico. Ma Milk fu presentato solo qualche settimana dopo l’accesissimo dibattito per la proposta di legge sui matrimoni omosessuali in California. La battaglia portata avanti da Milk negli anni ’70 rispecchiava quanto stava accadendo fuori dai cinema; la sua morte non è stata vana, tuttavia non abbiamo fatto tanta strada da allora.

Qui c’era Milk, resuscitato dalla tenera aggressività di Penn mentre lotta in prima linea per i diritti umani, mentre salta in anelli di fuoco per diventare parte del sistema politico senza, tuttavia, perdere la sua tenerezza fra le mura di casa. Molti film biografici provano a spiegare perché i loro soggetti siano degli eroi. Milk ce lo mostra. MATT PATCHES

TERRIBILE: AMELIA (2009)

Alla faccia del pregiudizio di genere e dei deterrenti tecnologici, l’aviatrice Amelia Earhart debellò chi metteva in dubbio le sue abilità di sorvolare l’Atlantico con esclamazioni come “LO FARÒ!”. Almeno, questo è ciò che suggerisce il pomposo dialogo presente nel biopic sul pilota, uscito nel 2009.  La regista Mira Nair (Matrimonio Indiano) e lo sceneggiatore di Rain Man Ron Bass distruggono il lascito della  Earhart e lo riadattano a un prodotto confezionato ad hoc per gli Oscar. Qui non c’è nulla capace di riflettere la personalità della Earhart; anzi, nel film non è presente nemmeno un indizio che suggerisca che lei avesse anche una qualche forma di personalità. Amelia cerca di rimediare con paesaggi immensi, costumi dell’epoca, con il romanticismo dell’età dell’oro e con momenti attoriali in abbondanza per la star del film Hilary Swank, il tutto condito nel quadro costruito intorno alla misteriosa scomparsa della Earhart. Senza nessun aggancio identificabile, il film decolla – ma prontamente sparisce dalle conversazioni sulla stagione dei premi per cui era stato ‘programmato’. MATT PATCHES

FANTASTICO: ED WOOD (1994)

Uno dei migliori film biografici degli ultimi 20 anni riguarda uno dei peggiori registi ad aver mai gridato “Azione!”; questo è ciò che la gente chiama ironia. Il film di Tim Burton non vuole ‘seppellire Cesare’, sempre che il regista responsabile di Plan 9 From Outer Space possa venir chiamato “Cesare”. Tuttavia il film nemmeno cerca di lodarlo necessariamente, dato che Ed Wood era davvero un regista terrificante. Ma ciò che Burton ammira è la pura esuberanza con cui Wood gettò se stesso nei suoi progetti; egli non aveva alcuna intenzione di lasciare che una piccola cosa come il talento gli impedisse di realizzare i film che sognava. Johnny Depp, che già da un po’ sta vivendo la sua fase ‘stramboide’, abbraccia gli aspetti personali della vita di Wood (come la sua lotta per affrontare la “vergogna” di essere un travestito) e gli sforzi professionali che il regista trattò con uno zelo da amatore.

Guardando Wood dare allegramente gli ultimi ritocchi a un film realizzato con UFO fatti con piatti di carta, non si può fare a meno di ammirare il ragazzo. Fece film orribili e a basso costo – ma ci mise sempre dentro il 100% di se stesso. DAVID FEAR

TERRIBILE: A BEAUTIFUL MIND (2001)

Sì, ha vinto l’Oscar come miglior film, ma anche gli Oscar possono sbagliare – e ciò potrebbe essere usato come prova aggiuntiva, proprio dietro Crash. Perdoniamo a Ron Howard di aver selettivamente escluso alcuni episodi dalla vita del mago della matematica e genio folle Ron Howard – ehi, licenza poetica! – e, per essere onesti, la prestazione di Russel è solo leggermente “schizzata” quando avrebbe potuto essere sopra la righe. Ma annegare nello sciroppo il trionfo dell’umano spirito e giocare a tiro alla fune con i nostri sentimenti…è dura da perdonare. Quando poi metà del cast si presenta truccato alla buona per un ultimo giro trionfale in geriatria, ti senti come potessi rispondere senza problemi all’eterna domanda di Johnny Rotten: si, infatti siamo sicuri di esser stati truffati. DAVID FEAR

FANTASTICO: LA RAGAZZA DI NASHVILLE (1980)

Prima di diventare la regina della musica country, Loretta Lynn era solo un’altra giovane donna cresciuta duramente a Butcher Hollow, Kentucky – ma, a differenza degli altri, la Lynn, a quanto pare, ha avuto un padre che somigliava a Levon Helm dei The Band. In seguito Loretta si sposò e ricevette una chitarra come dono dal marito. Imparò a suonare da autodidatta, diventò amica con Patsy Cline e il resto, come si dice in questi casi, è storia. Nei biopic musicali abbiamo visto centinaia di migliaia di volte storie che parlano di ascesa e caduta, di poveri che diventano ricchi, e della solitudine della cima, ma non importa quante volte si guardi la solida rivisitazione della storia di Lynn diretta da Michael Apted, riesce tutte le volte a essere pienamente convincente. Nel film sono presenti una bellezza e una semplicità tali che rendono quasi possibile compararlo alle canzoni della cantante, così come il dolore che si associa a brani come “I Fall to Pieces“.  La prestazione da ‘libro aperto’ della Spacek, naturalmente, è tutt’altro che semplice e, più che aver guadagnato per l’Oscar, lei vinse per aver portato la Lynna, nella sua interpretazione, dall’essere una ragazza fragile a una sopravvissuta alla “Fist City”. DAVID FEAR

FANTASTICO: ELEPHANT MAN (1980)

L’idea di far fare a David Lynch (attenzione, lo stesso di Eraserhead) quello che in apparenza sembrerebbe un riadattamento cinematografico (esclusivamente mirato a ottenere una nomination agli oscar) della storia di Bernard Pomerance che tratta di un giovane uomo deforme, fenomeno da baraccone d’inizio 900, può essere considerata dai più un’idea non proprio saggia. Ma, grazie a Dio, i produttori hanno voluto seguire il proprio istinto: questo è uno di quei film dove la forza di un artista si sposa alla perfezione col materiale al quale sta lavorando. La scelta del bianco e nero rievoca in maniera sublime il luogo e il tempo della storia, i tocchi eccentrici del regista le donano la misura perfetta di disagio, senza scomodare le facili soluzioni degli orrori corporei. La performance di John Hurt, che interpreta Joseph John Merrick, regala momenti di forte autenticità nonostante la goffaggine e le protesi di cui è ricoperto. Tutto funziona in maniera perfetta. DAVID FEAR

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