Cinque cose che abbiamo imparato dal documentario sugli Oasis | Rolling Stone Italia
Don’t Look Back in Anger

Cinque cose che abbiamo imparato dal documentario sugli Oasis

Il primo e l’ultimo giorno di prove Liam non si è presentato, un prete di Manchester predica sul perdono usando i Gallagher, Noel dice che gli Oasis non sono di destra e che il fratello è «delightful». Ecco le chicche dal film

Cinque cose che abbiamo imparato dal documentario sugli Oasis

Liam e Noel Gallagher nel tour di reunion degli Oasis

Foto: Simon Emmett/Disney+

  • «Te ne deve fregare moltissimo, per non fregartene un cazzo»

    Il primo giorno di prove Liam non si presenta. In sala ci sono Noel, Bonehead e tutti gli altri, in uno stanzone che ricorda quello in cui i Beatles registrarono Let It Be. Le telecamere sono già accese, e il cantante degli Oasis non c’è. Noel non fa niente per nascondere il pessimismo. Andrà di nuovo tutto a pezzi?

    È la conferma di quello che il mondo pensa di Liam da trent’anni, e il film ci mette un’ora a smontarlo. Quando finalmente arriva ha una voce in condizioni sbalorditive, e soprattutto ha già pronta la frase che vale tutta la sua carriera e mezzo secolo di pose: «Te ne deve fregare moltissimo, per riuscire a non fregartene un cazzo».

    La prova definitiva arriva alla vigilia del primo concerto, quando salta anche quelle prove lì, sale sul palco di Cardiff e «canta come trent’anni fa» (cit. Noel). Ne escono due Liam distinti: quello della sala prove, silenzioso e sulle sue, e «quello che si mette il tamburello in testa e riesce a farla sembrare la cosa più cool del mondo».

    Sul proprio celeberrimo immobilismo scenico osserva che a 60 anni continuerà a stare fermo, perché non ha nessuna intenzione di mettersi «a fare tutte quelle robe alla Mick Jagger». E sul pubblico che li ha aspettati 15 anni ammette che, se fosse stato un fan, agli Oasis avrebbe detto: «Ficcatevi le canzoni su per il culo, brutti coglioni».

  • «Tutto è stato perdonato, e non è servita nemmeno una parola»

    All’inizio del film i due si trattano come si sono trattati per 15 anni. Liam liquida gli anni dell’ostilità così: «Fa come se gli avessi accoltellato un gatto, piantala, abbiamo solo litigato un po’». Noel, di rimando, spiega che è «nato con un difetto fatale nel carattere: non riesco a perdonare le persone». Ma ammette anche che sapeva che «se non fossimo andati noi da lui, Liam non sarebbe mai venuto da noi». Eppure sapevano entrambi che quel tour era l’occasione di «cambiare la narrazione della band».

    Alla fine Noel spiega che «tutto è stato perdonato e che non è servita nemmeno una parola». Nel mezzo, oltre a un anno di concerti, è successa una cosa che nessuno aveva messo in conto: i loro figli, che praticamente non si conoscevano, sono diventati amici per la pelle. La riconciliazione, insomma, è passata anche dalle nuove generazioni mentre i padri erano occupati a non parlarsi. Fino all’ammissione di Noel: «Non pensavo che l’avrei mai detto, ma Liam è delightful (non traduciamo volutamente, ndr), non ricordavo quanto fosse divertente».

  • Hand in hand

    A Cardiff, la prima sera di tour, mentre entrano in scena, è Liam a infilare la propria mano in quella del fratello maggiore e a sollevarla in alto. Noel acconsente, ma gli si legge la forzatura in faccia.

    Man mano che il tour avanza, quella stessa scena si ripete senza costrizioni: escono verso il palco mano nella mano perché hanno voglia di farlo. Il film non ha bisogno di spiegare la riconciliazione, gli basta filmarla due volte a mesi di distanza.

    Ieri sera, al Palazzo del Cinema, dopo otto minuti di standing ovation e prima di un «Should we fuck off?» di Liam mentre l’applauso continuava senza sosta, i due hanno rifatto esattamente lo stesso gesto. E Noel, a un certo punto, si è asciugato gli occhi.

  • Bonehead è il suono degli Oasis, parola di Noel

    Paul “Bonehead” Arthurs, chitarra ritmica e cofondatore, fuori dagli Oasis dal 1999 per dedicare più tempo alla famiglia, in sala prove ci arriva insieme a tutti gli altri. Lo accolgono con l’augurio più mancuniano possibile: «Ti sei infilato in mezzo a un sandwich Gallagher, coglione».

    Poi Noel afferma senza girarci intorno: quel muro di chitarre «è il sound degli Oasis». Bonehead ha fatto quasi tutto il tour. Nell’ottobre 2025 ha annunciato di avere un tumore alla prostata e ha saltato le tappe asiatiche e australiane: al suo posto è entrato Mike Moore, e sul palco, in mezzo agli altri, c’era una sua sagoma di cartone.

    Quanto sia amato, però, lo si misura ancora meglio dall’altra parte del mondo. Tra le storie che il film è andato a cercare in giro c’è quella di una fan brasiliana che al proprio cane ha dato il suo nome. «A volte inciampi in qualcuno che ha un cane che si chiama Bonehead, e quello diventa parte della storia», ha raccontato Dylan Southern a Venezia. Nessun altro membro della band, per ora, risulta intitolato a un animale domestico.

  • «Oasis saves»

    Il film si apre con un venditore che urla «bucket hat, contanti o carta!» e da lì in poi la seconda protagonista è la folla. Il capo della polizia di Cardiff mette a verbale la differenza: «Questi non sono normali spettatori di un concerto, questa è una curva da stadio». Un fan, serissimo, spiega che la reunion è «come la rinascita di Cristo, o qualcosa del genere». In una chiesa di Manchester c’è persino un prete che usa Liam e Noel come esempio pratico sul valore del perdono: «Allora Pietro si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù a lui: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”».

    E poi ci sono le storie che il film è andato a cercare in giro per il mondo perché gli Oasis «non siamo noi, siamo noi insieme a voi» spiega Noel. E allora ecco i ragazzini di Manchester accampati sulla collina fuori da Heaton Park per sentire qualcosa, e Liam che dal palco dedica loro Bring It On Down; le haenyeo, le pescatrici subacquee coreane, che sopravvivono alla giornata di lavoro con Acquiesce; un altro fan che spiega l’effetto Oasis più o meno così: quando sei giù si mettono a terra insieme a te e poi ti aiutano a rialzarti; Don’t Look Back in Anger che diventa una sorta di inno per Manchester dopo l’attentato del 2017 al concerto di Ariana Grande.

    Nell’intervista doppia finale Noel lo spiega nel modo più netto possibile: «Non so cosa siano gli Oasis, ma di sicuro non sono di destra: noi accogliamo tutti».

    L’ultima parola, negli ultimissimi minuti, la mette Liam (who else): «Oasis saves», gli Oasis salvano. Detto da chi ha appena spiegato che «te ne deve fregare moltissimo, per non fregartene un cazzo», ha perfettamente senso.