A Paul Mescal non piace vincere facile | Rolling Stone Italia
Indie e sto

A Paul Mescal non piace vincere facile

Dopo il successone di 'Normal People', poteva fare quello che voleva. E invece l'attore irlandese ha scelto la strada più difficile e sta diventando la nuova star del cinema indie: vedere il bellissimo 'Aftersun' su MUBI per credere

Paul Mescal in 'Aftersun'

Foto: MUBI

La verità è che, dopo Normal People, Paul Mescal poteva fare quello che voleva. Mi parla dalla sua camera d’albergo una mattina di metà ottobre, con quella faccia un po’ così, la t-shirt e il letto sfatto sullo sfondo, massima espressione di quella figaggine rilassata e cool che lo rappresenta in pieno. Era ancora top secret, ma poi sarebbe arrivato l’annuncio che Paul sarà il prossimo Gladiatore nel sequel del kolossal di Ridley Scott: si tratta del primissimo ruolo “mainstream” per lui. Già, perché Mescal poteva capitalizzare avidamente la fama improvvisa regalatagli dalla serie tratta da Sally Rooney e dal suo personaggio, Connell (e dalla sua catenina), e invece ha scelto la strada più difficile, ma anche – se ho capito qualcosa di lui dopo la nostra chiacchierata su Zoom – quella che in assoluto può dare più soddisfazione a un tipo come lui. Tradotto: film intimi e potenti, con ruoli in chiaroscuro che lo mettano davvero alla prova. Proprio come Aftersun (presentato a Cannes e dal 6 gennaio su MUBI), opera prima della scozzese Charlotte Wells, una piccola meraviglia indie, una raccolta frammentata di ricordi e di momenti catturati durante un vacanza tra un giovane padre separato (interpretato magnificamente da Mescal) e la figlia (Frankie Corio, perfetta) in un villaggio economy turco. Un’estate che vale una vita, un film delicatissimo e durissimo insieme. Partiamo da qui.

È la prima volta che interpreti un padre. Il ruolo di Calum ha cambiato qualcosa nel tuo approccio ai personaggi come attore?
Non credo, quello che mi piace fare per prepararmi non è cambiato. Ho avuto del tempo a disposizione con Frankie prima di girare, è una cosa a cui tengo. Penso che non avrei fatto un buon servizio al mio personaggio modificando qualcosa del mio approccio soltanto perché si tratta di un padre.

E com’è stato lavorare con Frankie?
Fantastico! È un bomba di energia, mi ha ispirato molto. È stato anche complicato a volte, ma nel modo in cui può esserlo lavorare con una ragazzina. La sorpresa più grande però è stata che è diventata un’amica e non me lo aspettavo proprio. Ho amato ogni attimo di questo film.

Ci sono molti titoli che raccontano il rapporto padre-figlia: di solito però il padre è assente, Calum invece è un ottimo papà e sta lottando contro qualcos’altro, una sorta di depressione. Come hai lavorato con Charlotte in questo senso?
Abbiamo provato a rispecchiare nella realtà quello che Calum fa nel film: finge che vada tutto bene con la figlia. Abbiamo cercato di proteggere Frankie (e Sophie) dal vedere quello che c’era dietro, anche se ci sono un paio di momenti in cui Calum non ci riesce. Potevo interpretare il mio personaggio in due aspetti molto diversi e la sfida era proprio quella. Mi piaceva molto l’idea di impersonare qualcuno in quello stato di disagio emotivo, trovare un modo di veicolarlo: cercare di essere onesto rispetto a come percepivo il suo sentire, a come lui stesse cercando di combattere qualcosa. Non saprei davvero come spiegare quel processo, se non dire che mi sono fidato di Charlotte e di Frankie, cercando di far sembrare il tutto il più autentico e vero possibile.

Nel film ho adorato l’idea del contrasto tra la luce quando Calum è con Sophie e il buio quando invece è da solo. Ti ha aiutato nella performance?
Sì, è stato quello che mi è rimasto più impresso la prima volta che ho letto la sceneggiatura. È quasi come se ci fossero due film differenti, e per un attore è pazzesco, è come interpretare ogni momento separatamente. E non penso che Calum possa vivere la luce senza quel buio e il buio senza quella luce. Il film ha bisogno di entrambi per avere l’impatto che ha. Ed è tutto merito della bellissima scrittura di Charlotte.

È bellissimo anche il titolo: Aftersun. Non avevo mai pensato a come il gesto di spalmare la crema rappresenti l’amore e la cura. Credo che sia tutto lì, che non serva dire altro.
L’intimità di quel gesto è meravigliosa. Lo ricordo da bambino, quando i genitori ti spalmano la protezione solare: è la definizione dell’affetto e della cura nei confronti di qualcuno, la preoccupazione che il sole possa bruciare le pelle di quella persona, è un gesto molto intimo.

Frankie Corio (Sophie) e Paul Mescal (Calum) in ‘Aftersun). Foto: MUBI

Ci sono diverse sequenze molto forti, ma ne ho amata una in particolare: dopo una partita a scacchi, i due si abbracciano e Calum cerca di spiegare a Sophie perché non gli piace vivere a Edimburgo. In sottofondo c’è Tender dei Blur.
Uno degli aspetti che preferisco di Calum come genitore è che tratta Sophie come un adulto, come un essere umano intelligente, cerca di spiegarle perché non tornerà a vivere a Edimburgo, perché non sente di appartenere a quel posto. Spesso nei film vedi genitori che parlano ai figli e dicono loro di non fare alcune cose. E invece Calum dice a Sophie di fare qualunque cosa voglia fare, lei sa di essere al sicuro e di poter parlare con lui di tutto. Se Sophie gli fa una domanda, lui non evita di rispondere. Quando Sophie gli chiede perché ha detto “I love you” a sua madre anche se non stanno più insieme, le spiega che “amore” non vuol dire una cosa sola, ma ha tante facce. L’amore trascende.

Qual è stata la scena già difficile da girare?
Sicuramente quella dopo che Sophie ha cantato a Calum “buon compleanno”, quando lui piange di fianco al letto, è stata un’emozione difficile da trovare ed esprimere. E poi la sequenza del bagno di fango, avevamo poco tempo e abbiamo fatto solo due take: ne sono molto orgoglioso, è delicatissima e molto commovente, perché vedi la vergogna di Calum e l’amore per sua figlia nello stesso momento, e anche l’amore di lei per lui. Si proteggono l’un l’altra, si abbracciano. Non credo che avremmo potuto girare quella scena prima cronologicamente, perché serviva quella familiarità che Frankie, Charlotte ed io avevamo raggiunto. Siamo riusciti a girarla molto velocemente perché il nostro rapporto era autentico. Ma è stata anche dura, avevamo poco tempo e rischiavamo di andare un po’ nel panico nella speranza di catturarla. E serve tanto lavoro di preparazione anche per capire come qualcuno possa sputare sul suo riflesso nello specchio: ascolti tua figlia che spiega cosa vuol dire depressione per lei, e tu ti senti responsabile, quindi sputi a te stesso allo specchio. È tosta da interpretare.

Ho letto che hai registrato l’audizione per Aftersun mentre giravi God’s Creatures. E il primo provino consisteva nell’ascoltare una canzone dei Blur, fumare una sigaretta e muoversi ballando in cucina. Che brano hai scelto?
(Ride, cerca sul telefono, fa partire un paio di tracce). Eccola, era Song 2.

Hai ascoltato anche altro che ti ha aiutato nell’interpretazione?
Charlotte ci ha dato una playlist di pezzi di fine anni ’80 e anni ’90, che mi è stata molto utile. E io ne ho fatta un’altra: ho sentito molto Laura Marling, c’è un pezzo che si chiama Song for Our Daughter e un altro che si chiama For You. E ho ascoltato anche Julian Baker. Al di là del periodo storico, erano canzoni a cui potevo connettermi, che sentivo in quel momento.

Frankie Corio (Sophie) e Paul Mescal (Calum) in ‘Aftersun). Foto: MUBI

Cercherò di non farti la solita domanda che ti hanno già fatto mille volte: quanto è cambiata la tua vita negli ultimi due anni dopo Normal People.
Grazie!

Voglio provare a essere un po’ più creativa.
Sì, ti prego!

Se dovessi descrivere questi due anni con qualche frammento come nel film, quali momenti sceglieresti?
Cannes in particolare e il circuito dei festival più in generale. È quasi ridicolo, è diverso, certo, la mia vita è cambiata un po’, ma credo che sembri tutto molto più strano agli altri: io lavoro, faccio le mie cose tranquillamente. Poi ovviamente ci sono i momenti più esaltanti, tipo due première al Festival di Cannes appunto, fare i red carpet, indossare abiti meravigliosi. È tutto divertente, folle, ma è solo una piccola parte della mia vita, il resto è rimasto lo stesso.

Parlavi di Cannes, e mi sembra che proprio lì sia un po’ iniziata una parte nuova della tua carriera, titolo: Paul Mescal, nuova star del cinema indie.
Wow, è strano (ride). Questo lo devono decidere gli altri, non posso essere certo io a dirlo. Sono semplicemente scelte che ho fatto, film di cui vado molto fiero. Questa parte del lavoro diventa molto più facile quando puoi sederti e guardare quello che hai fatto con orgoglio. E sì, sono film indie, e ci vuole molto impegno perché vengano realizzati. Quindi sono molto orgoglioso dei miei registi e dei miei film.

E come scegli quei registi, quei film, quei ruoli?
È il solito cliché noioso, “la sceneggiatura”. E poi una grossa parte nella scelta per me la gioca l’istinto, quando qualcosa mi sembra “giusto”. Credo che sia un buon modo di prendere decisioni, magari non funzionerà sempre, perché anche quello a volte può fregarti, ma penso che l’unica cosa su cui un attore ha un qualche tipo di controllo siano la pancia, il cuore.

So che in questo periodo hai davvero molti progetti importanti in cantiere. Oltre a God’s Creatures con Emily Watson, presto ti vedremo in The History of Sound con Josh O’Connor, Foe con Saoirse Ronan, Strangers con Andrew Scott, The End of Getting Lost con Margaret Qualley, Carmen, liberamente ispirato all’opera di Bizet, di Benjamin Millepied. Come riesci a gestire tutto?
Penso a una cosa per volta, senza guardare troppo avanti. Tra un paio di settimane inizio le prove per una pièce.

Un tram chiamato desiderio, giusto?
Esatto!

Be’, Marlon Brando: pure questo è “tanta roba”. E anche un ritorno a teatro per te.
Eh sì (sorride). Un ritorno alle radici: chiudersi a fare le prove, sparire dal mondo, non vedo l’ora di passare cinque settimane in sala a lavorare su questa pièce straordinaria, è una delle mie preferite. Adoro andare a teatro, amo l’attività nel backstage, quel lasciare tutto fuori mi mancava. Ma per me il segreto resta sempre pensare al prossimo impegno come al più importante. Poi saranno gli altri a giudicare il mio lavoro, io posso solo concentrami su quello che faccio. Una volta che la produzione è finita, poi, non ho più controllo, sta agli altri decidere.

Il ricordo più bello che hai di Normal People?
Mentre giravamo: è un momento della mia vita in cui sento di essere diventato grande, ho conosciuto una delle mie migliori amiche, è stato un periodo preziosissimo per me. E voglio proteggere quei ricordi, tutta quell’estate per me corrisponde a un sentimento: potevo sentire che qualcosa stava cambiando. Anche se non avrei mai pensato che sarebbe esploso tutto così.

Daisy Edgar-Jones e Paul Mescal in ‘Normal People’. Foto: Hulu

Hai lavorato con Daisy Edgar-Jones, Dakota Johnson, Saoirse Ronan e Josh O’Connor. Siete una nuova generazione di attori pazzeschi, per caso siete rimasti in qualche modo in contatto?
Sì, sono diventati amici veri, ed è questa la cosa più bella di questo lavoro: incontrare non solo persone che ammiri, ma che, se sei fortunato, diventano parte della tua vita. Siamo una bella comunità di attori che si preoccupano l’uno per l’altro, e sono molto grato che sia così e che non ci si pugnali alle spalle, siamo tutti molto protettivi.

Quello nella Figlia oscura era il tuo primo ruolo per il cinema. Che cosa hai pensato quando sei arrivato sul set?
“Sta succedendo davvero?”. Mi aspettavo che qualcuno mi dicesse: “Abbiamo fatto un errore, puoi andare a casa”. Per fortuna non è successo, e ho potuto lavorare con Maggie (Gyllenhaal), Olivia (Colman) e Dakota (Johnson).

La prima scena che hai girato?
È stata quella del bacio con Dakota: go big or go home.