Tangino: «Mi piace fotografare ambienti ruvidi, vissuti, pericolosi e sporcaccioni» | Rolling Stone Italia

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Tangino: «Mi piace fotografare ambienti ruvidi, vissuti, pericolosi e sporcaccioni»

Le sue foto rivelano i segreti dei nostri corpi e l'intimità che cerchiamo di nascondere agli altri. Il suo approccio è istintivo, irriverente, genuino. Intervista a una fotografa unica

© Tangino

Tutti pensano che si chiami Tangino, ma in realtà questo è un nome d’arte, uno pseudonimo. La sua fotografia ha un taglio istintivo, irriverente, senza alcun tipo di forzatura o ricamo estetico. Il fascino delle foto di Tangino sta proprio nel loro essere anti estetiche, per qualcuno addirittura fastidiose e sgradevoli. La sua ricerca è incentrata su elementi di intimità, nudo, corpi, eros, voyeurismo, cessi, vecchie e vecchi. Una fotografia cruda e senza fronzoli che rimanda agli scatti di Antoine D’Agata, Nobuyoshi Araki e Nan Goldin. Abbiamo intervistato Tangino per farci raccontare la sua storia.

Partiamo dal tuo pseudonimo, Tangino. Ormai chi ti conosce pensa che ti chiami davvero così. Da dove arriva questo soprannome?
Tangina è un personaggio del film Poltergeist: nana, brutta e rompicoglioni. Il mio amico regista Riccardo Struchil mi ha ribattezzata con questo nome quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, perché ero una precisina che voleva avere sempre tutto sotto controllo. Il soprannome mi è piaciuto subito, però l’ho cambiato al maschile perché sono sempre stata molto poco femminile: Tangino. È vero, in molti pensano davvero che mi chiami così, mi arrivano messaggi, lettere e buste intestate ad Arianna Tangino.

Quando ti sei avvicinata al mondo delle immagini e della fotografia?
Alle medie ho scelto di iscrivermi alla scuola di cinema e fotografia di Milano, pur non avendo nessuna influenza esterna, nessun parente artista o un amico che mi avesse in qualche modo fatto avvicinare a quella disciplina. Mi piaceva il cinema e a Milano c’era l’ITSOS, ma sono stata scartata per le troppe richieste di iscrizione, così mi sono iscritta alla scuola di fotografia Rosa Luxemburg. Una scuola professionale un po’ per scappati di casa, però c’era il corso di Fotografia di 3 anni che era serio, con professori bravi e appassionati. Gli altri corsi erano sicuramente meno interessanti: c’era l’odontotecnico che mi faceva orrore e il meccanico che chiamavamo “vunci” perché c’era sempre sporco di grasso. In quegli anni avevo capito che non mi piaceva fare foto in studio con i flash, non li capivo e non li capisco neanche adesso; io volevo la luce continua, non mi piacevano i panorami e gli still-life, mi interessavano gli esseri umani. Anche dopo tanti anni, la penso ancora così.

© Tangino

Qual è stato il tuo primo lavoro da fotografa?
Ho iniziato a fare l’assistente di studio già durante la scuola. Andavo in uno studio in cui si facevano foto di moda e impazzivo di gioia, mi piaceva tutto il processo dal casting, dalla preparazione allo scatto finale, mi piacevano molto i modelli e le modelle; ritagliavo le foto dai giornali e tenevo tutto in una cartelletta. Nello stesso studio però si facevano anche gli still-life e per me era la morte nera, e nero era anche tutto lo studio, con un silenzio assoluto e tempi infiniti per la preparazione della luce, dei fondalini. Tutto questo per fotografare oggetti di scena come una bottiglia o una scatolina. A volte mi addormentavo però il fotografo, che si chiamava Aldo, era una persona speciale e buona, quindi andavo a lavorare da lui lo stesso. Dopo la scuola ho iniziato a lavorare in uno studio grafico e il mio compito era stampare foto in bianco e nero con la mia camera oscura. È stato un periodo bellissimo.

© Tangino

E poi cosa è successo?
Dopo un paio di anni ho iniziato a lavorare per una casa di produzione televisiva nel reparto organizzazione, usavo la fotografia per il casting, la ricerca location e oggetti di scena e sopratutto scattavo le foto di scena. Non pensavo che che avrei potuto seguire una carriera come fotografa, pensavo che mi sarei limitata a fare l’assistente o l’organizzatrice. Poi è arrivato internet, sono arrivati i telefonini e tutto è cambiato.

Che cosa è cambiato?

È cambiato il mondo e sono cambiata anche io. Con l’arrivo del digitale ho cominciato a usare il telefonino per scattare e con i social ho cominciato a conoscere tantissimi fotografi e a scoprire tantissime foto. Ho preso consapevolezza e sicurezza, ma sopratutto ho sentito di avere una vera passione. Ho cominciato a scattare per strada, a fotografare la gente sui set. Ho trovato il mio linguaggio.

Cosa ti affascina della tua ricerca sul corpo, sui luoghi? Da dove arriva questa tua passione per una fotografia sporca e genuina?
Mi piacciono certi fotografi e altri no, scatto un certo tipo di foto e altre no, ma lo faccio sempre in maniera naturale, inconsapevole e istintiva. Quello che poi emerge è uno sguardo che prende in considerazione il percorso interiore: nella mia fotografia si vedono le mie esperienze di vita, le cose che amo, gli elementi in cui mi riconosco e che sento miei. È per questo che riesco a raccontarle facilmente. Sono attratta da ambienti e da persone duri, ruvidi, vissuti, pericolosi e sporcaccioni. Una volta un amico produttore al quale avevo mandato un libretto di foto scattate sui set mi ha detto che le mie foto erano “disagiate” e che non sarebbero mai andate bene per un certo tipo di clientela. Allora ho preso il mio libretto per provare a vedere quel disagio che in realtà per me fino a quel momento rappresentava la normalità. Sporco, genuino e disagiato. Tutto bello.

© Tangino

Insomma la tua fotografia può essere considerata fastidiosa per gli occhi di qualcuno…
Sicuramente in un ambiente ricco, pomposo, elegante e pulito finirei a fare le foto nel momento di scompostezza generale o nelle cucine disordinate e sporche o nei bagni a fine festa o – magari – nelle stanze dove si sono imboscati gli amanti. I corpi mi piacciono, femmine o maschi, nudi o semicoperti. Per chi desidera fotografare il corpo umano, credo che sia un passaggio obbligatorio usare se stessi come soggetto, perché si è sempre a disposizione e si impara più in fretta a fotografare colleghe, amiche, nipoti adolescenti, vecchie e vecchi con la pelle cadente. Per me il corpo umano è sempre bello.

La tua è una fotografia che si può definire ‘senza genere’. È estremamente variegata ma allo stesso tempo coerente e riconoscibile. Qual è l’obiettivo della tua ricerca?
La coerenza e riconoscibilità, così come il disagio, sono elementi che vengono percepiti meglio da chi osserva le fotografie, o almeno per me funziona così. Quando scatto una fotografia non la preparo, non la organizzo: entro in un luogo, mi guardo intorno, tutto ciò che è superfluo come per magia sparisce e rimane solo quell’unica cosa, quella cosa che provoca l’emozione. Un sussulto, inquadro e scatto. È sempre un processo istintivo. Così come quando sei in strada, l’occhio è velocissimo e anticipa quello che succederà di li a breve, se esiti anche solo un istante hai perso il momento.

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Ti stai dedicando a qualche progetto particolare in questo momento?
In questo momento sono a Roma, sto frequentando una struttura riabilitativa per adolescenti dove ho proposto di realizzare un laboratorio video-fotografico. L’idea è quella di produrre un piccolo film e di scattare anche delle fotografie per raccontare tutto il percorso. Sono solo all’inizio, ma sono molto felice.

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