Sam Gregg, il fotografo britannico innamorato di Napoli | Rolling Stone Italia

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Sam Gregg, il fotografo britannico innamorato di Napoli

'See Naples and Die', vedi Napoli e poi muori. Il racconto fotografico di Sam Gregg è un ritratto profondo, sincero e romantico della città partenopea e dei suoi abitanti

See Naples And Die © Sam Gregg

Sam Gregg è un fotografo nato e cresciuto a Londra, ma napoletano d’adozione. La prima volta che è stato a Napoli, se ne è subito innamorato e ha deciso di trasferirsi lì per un anno, raccontando la città e le persone che la abitano nella loro ordinaria unicità. Il risultato è soprendente: è il ritratto di una comunità che non ha eguali nel mondo, la storia di un mondo raccontato senza etichette o stereotipi. Abbiamo intervistato Sam per Ultima Edizione.

See Naples And Die © Sam Gregg

So che ti sei avvicinato linguaggio della fotografia da pochi anni. Come hai intrapreso questa strada?
Ho 30 anni e ho cominciato a fotografare quando ne avevo 24. Dopo aver letto un’enormità di biografie noiosissime che cominciavano con «ho iniziato a fotografare a 14 anni quando mio nonno mi ha regalato la sua vecchia Leica» pensavo di essermi avvicinato a questo mondo un po’ in ritardo, poi invece l’altro giorno ho scoperto che Letizia Battaglia ha intrapreso il percorso della fotografia quando aveva già 36 anni. Nell’industria di oggi, rapida e affamata di contenuti e dove il successo è richiesto in età sempre più giovani, penso che la storia di Letizia sia davvero da ammirare. Lo conservo come un promemoria: la pazienza e il tempismo sono tutto.

See Naples And Die © Sam Gregg

Come è avvenuto il tuo incontro con Napoli?
Ho visitato Napoli per la prima volta nel 2014 e ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine. Mi sono ripromesso che, prima di morire, avrei dovuto viverci per un periodo e così ho fatto, tra il 2016 e il 2017. Adesso torno molto spesso e mi fermo per lunghi periodi, quando ne ho l’occasione. Ovviamente il motivo originale per cui ho deciso di trasferirmi a Napoli è stata l’opportunità di creare un progetto a lungo termine che parlasse della città. A livello estetico, avevo davanti agli occhi tutto quello che avevo sempre cercato di raccontare di una cultura. Mentre mi trovavo a Napoli, mi sostenevo economicamente insegnando inglese.

See Naples And Die © Sam Gregg

Sapevi già cosa volevi raccontare o hai agito di istinto?
Il mio processo di lavoro è molto organico. Mi fido molto del mio istinto e vado avanti seguendolo. La fotografia è un vero e proprio processo emozionale per me: anche se mi propongo di concentrarmi su una parte particolare di un paese o di una città, è raro che io abbia in mente una narrazione prima di cominciare a scattare. La maggior parte dei progetti prende forma solo dopo aver raccolto una grande quantità di immagini. Lascio riposare le fotografie per un po’ e alla fine procedo a individuare le aree tematiche.

Blighty England, London © Sam Gregg

Le tue foto riescono a raccontare scene quotidiane che apparentemente sembrano ordinarie, ma osservandole attentamente si riescono a cogliere elementi di unicità. Cosa cerchi di catturare con le tue immagini?
Per me l’ordinario è sempre stato straordinario. C’è un dato curioso che dice che la possibilità di essere vivi è 1 su 10 alla 2.685.000, un numero quasi inimmaginabile. Non è straordinario? Non importa quanto possa sembrare ordinaria la vita di fronte a te, se pensi a questo fatto e te lo porti ogni giorno nella tua mente, può davvero alterare la tua prospettiva quotidiana sulla realtà. Una donna anziana con il rossetto sui denti, un ragazzino con una cicatrice sotto le sopracciglia. Questi piccoli dettagli diventano straordinari quando inizi a immaginare le potenziali narrazioni che ci sono dietro di loro. Tutti e tutto hanno una storia complessa da raccontare. Va anche detto che il mio uso di sostanze psichedeliche mi permette di apprezzare di più i piccoli dettagli della vita, di vedere cose che altrimenti mi sarei perso. Gli psichedelici ti fanno sentire insignificante, il che paradossalmente aggiunge significato a tutto. Mi rendono anche più empatico nei confronti dell’umanità, cosa che mi permette di connettermi più a fondo con i miei soggetti. Spero che questo si riesca a vedere nelle mie immagini.

See Naples And Die © Sam Gregg

I tuoi ritratti sembrano frammenti usciti dalle scene di un film. Sei anche un appassionato di cinema?
Il mio amore per il cinema supera qualsiasi desiderio che possa avere per la spontaneità. In un certo senso, il cinema mi ha trasformato in un fotografo ritrattista. Adoro il modo in cui rallenta le cose, come ti permette di affinare veramente certi particolari della vita. Mi piace molto anche il lato psicologico della ritrattistica. È come una danza lenta con il tuo soggetto. Ogni parola che pronunci può avere un effetto farfalla, può potenzialmente modificare drasticamente il risultato finale dell’immagine. Con ogni nuovo scenario e soggetto bisogna adattarsi e imparare, scorrere come l’acqua. La fotografia, socialmente parlando, mi ha reso molto più nitido.

Cosa cerchi di comunicare allo spettatore con i tuoi ritratti?
Attraverso il mio lavoro spero di trasmettere emozioni. Voglio far sentire qualcosa allo spettatore e il ritratto secondo me è lo strumento emotivo più potente nell’arsenale fotografico. Catturando lo spirito e l’emozione di un essere umano – attraverso gli occhi, gli occhi sono tutto – lo spettatore non solo può essere trasportato all’interno della mentalità di un altro, ma può anche incoraggiarlo a rivolgersi uno sguardo più profondo. In un mondo emotivamente insensibile, la ritrattistica umanistica può essere uno strumento di risonanza.

Hai qualche progetto in cantiere?
Se te lo dicessi, poi dovrei ucciderti! Nell’era dei social media cerco di tenere per me le mie nuove idee e i miei progetti. Molte persone non hanno immaginazione e non hanno paura di rubare le idee degli altri come se fossero proprie.

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