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Ray Morrison: «La fotografia di moda deve dare spazio a imperfezione e diversità»

Raimondo Rossi, in arte Ray Morrison, è uno degli autori più originali di tutto il settore. Qui racconta la sua esperienza artistica e professionale, e spiega perché fotografare è «uno strumento per trovare la propria identità»

© Raimondo Rossi/Ray Morrison

Raimondo Rossi, in arte Ray Morrison, si può definire un fotografo di moda “anomalo” nel senso che, osservando attentamente il suo portfolio e la sua produzione, non si trovano mai fotografie patinate o semplici immagini che facciano da corredo a una collezione di capi d’abbigliamento. La fotografia di Morrison è sempre arricchita da uno sguardo personale e autoriale, dove l’osservazione e l’interpretazione del lato umano del mondo fashion sono elementi al centro della sua ricerca artistica. Nell’arco della sua carriera ha collaborato con importanti magazine come Vogue, GQ, 3D Magazine, GMARO e molti altri. Lo abbiamo intervistato per Ultima Edizione e ci siamo fatti raccontare la sua esperienza professionale.

© Raimondo Rossi/Ray Morrison

Siamo arrivati a questo settembre carichi di speranze per ripartire, ma anche con la paura che si fermi tutto di nuovo. Tu dov’eri rimasto prima della pandemia?
Prima del lockdown globale avevo in programma di partire per gli Stati Uniti, dove avrei dovuto sviluppare due progetti: uno editoriale e uno legato allo storytelling. Avrei dovuto lavorare per un magazine – Compulsive Magazine – che aveva notato e apprezzato i miei scatti, dei ritratti a persone afroamericane, e mi volevano coinvolgere per un lavoro insieme. Parallelamente, avrei dovuto seguire un rapper emergente, Cryptic Wisdom, in un viaggio dall’Arizona a Los Angeles, documentando l’esperienza. Questi due progetti sono rimasti in sospeso, ma spero di rimettermi al lavoro al più presto. Nel frattempo, sto portando avanti varie campagne commerciali e alcuni miei progetti personali.

© Raimondo Rossi/Ray Morrison

Da ragazzo hai deciso di seguire la strada degli studi scientifici, come sei arrivato poi ad avvicinarti alla fotografia?
La fotografia ce l’ho sempre avuta dentro casa. Ricordo i lunghi viaggi che facevo da bambino con mia madre, che era sempre in compagnia della sua macchina fotografica e documentava tutto quello che vedeva. Dopo essermi laureato, ho capito che la fotografia mi appassionava sempre di più, così ho deciso di iscrivermi a un corso di specializzazione a Perugia. Da quel momento in avanti, la fotografia è sempre stata una parte fondamentale della mia vita, sia a livello personale che professionale. Ho cominciato a lavorare come fotografo di backstage e durante quell’esperienza ho compreso che la parte che mi attraeva di più era quella legata al ritratto. Ho capito che il mio interesse era quello di andare oltre l’estetica fine a se stessa, non ho mai avuto la pretesa di realizzare l’immagine “perfetta”, ho sempre preferito provare a tradurre delle emozioni e dei sentimenti, di mettere in risalto il lato umano delle persone.

La fotografia di moda è un genere molto delicato, dove spesso è necessario conciliare la propria libertà creativa con le richieste commerciali. Tu che opinione hai a riguardo?
Penso che alla fine dei conti non sia corretto dover scendere a compromessi. Personalmente, cerco di accettare soltanto quei lavori che in qualche modo corrispondono ai miei interessi. Se non c’è aderenza di interessi tra una produzione creativa e un prodotto commerciale, allora penso che sia difficile, o comunque molto improbabile, far venire fuori qualcosa di buono come risultato. Ogni volta che mi viene proposto un lavoro, cerco di non pensare troppo a cosa potrebbe piacere al pubblico e che cosa no, perché non voglio fami condizionare. Penso piuttosto a come potrei lavorare per mantenere il mio stile naturale, con coerenza e controllo.

© Raimondo Rossi/Ray Morrison

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere al pubblico con la tua fotografia?
Cerco di portare un po’ di naturalezza e umanità all’interno di un modo dove quasi sempre c’è al centro una proposta estetica perfetta e omologata, dove lo spazio per l’imperfezione e la diversità è quasi nullo. La fotografia è uno strumento utile per lavorare sulla propria autostima e per trovare la propria identità: non esiste un unico messaggio, ognuno dovrebbe essere libero di seguire la propria strada, senza farsi vincere dai giudizi della società.

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