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Mattia Zoppellaro, il ritrattista delle star: «Quella volta che Iggy mi ha lanciato il microfono»

Non capita tutti i giorni di trovarsi faccia a faccia con Lou Reed e Patti Smith. Il fotografo di Rovigo si racconta a Black Camera, dagli esordi fino ai progetti futuri, ripercorrendo la sua movimentata carriera

Iggy Pop, Londra 2005. © Mattia Zoppellato/Contrasto Photographers

Come ti sei avvicinato al mondo della fotografia?
Ho studiato allo IED e quando ho finito sono andato a FABRICA, passando la prima selezione e il periodo di prova. Lì ho capito che la fotografia, da passione, poteva trasformarsi in professione.
Avevo circa 22 anni e ho avuto la possibilità di conoscere tante persone da tutto il mondo, creare una rete di amicizie e lavorare a diversi progetti su commissione. Prima della scadenza del contratto mi è stato assegnato un progetto per un magazine italiano a Londra, dove sono stato per una settimana. In aeroporto sono rimasto affascinato dal numero di riviste musicali che vedevo negli scaffali delle edicole. Le ho comprate tutte e ho cominciato a chiamarle una per una, per mostrare il mio portfolio e far conoscere i miei lavori.

E com’è andata?
Spesso ho ricevuto risposte disinteressate, quei classici “grazie le faremo sapere” che poi si risolvono in nulla, però un paio di magazine mi hanno dato un’opportunità e così sono rimasto a Londra per altri tre mesi. Ho cominciato a collaborare con Mojo dopo avere letteralmente pedinato l’editore: sapevo in quale pub sarebbe andato a bere, quale squadra di calcio tifava, qual era la sua birra preferita… e così è nato un rapporto professionale e di amicizia. Ho cominciato a scattare servizi con Jarvis Cocker, Libertines, Pete Doherty, Billy Bragg, Flaming Lips e molti altri.

Patti Smith, New York 2010 © Mattia Zoppellaro/Contrasto Photographers

Prima di arrivare a Londra eri già un appassionato di musica?
Sì sono sempre stato molto dentro l’ambiente musicale, infatti il mio primo lavoro era un racconto sui rave party a cavallo tra fine anni Novanta e inizio Duemila. Andavo a ballare con la macchina fotografica al collo e scattavo a pellicola. Al tempo non c’erano gli smartphone, quindi le mie fotografie erano molto originali, sgranate, volutamente sporche e facevano innamorare le riviste.
Adesso sto mettendo insieme tutte queste foto per pubblicare un libro, intitolato Dirty Dancing, ambientato tra Italia, Spagna, Inghilterra, Austria e Germania.

Dopo l’esperienza londinese cos’è successo?
Desideravo tornare in Italia, ma all’inizio non riuscivo a trovare lavoro. Poi ho cominciato ad avere delle opportunità dopo il servizio sui Babyshambles, con cui sono stato in tour. Era il periodo in cui Pete Doherty si frequentava con Kate Moss, quindi c’era grande attenzione mediatica su di loro. Questa grande esposizione ha fatto nascere una collaborazione con Rolling Stone, che mi ha commissionato alcune cover con protagonisti come Damon Albarn, Patti Smith, Lou Reed e Noel Gallagher. Parallelamente ho portato avanti alcuni progetti personali, tra cui quello sugli Irish Travellers insieme a Marco Callegari, grafico di Satellite Studio che mi accompagna sempre.

Dal progetto Dirty Dancing © Mattia Zoppellaro/Contrasto Photographers

C’è un aneddoto particolarmente curioso che vuoi raccontare?
Ce ne sarebbero a centinaia, ma penso che il più clamoroso sia successo quando stavo fotografando un concerto degli Stooges. Volevo scattare qualche bella foto a Iggy Pop, che però era molto basso di statura e dalla mia posizione sottopalco non riuscivo a trovare l’inquadratura giusta. Così ho cominciato ad avvicinarmi con la macchina fotografica al suo viso e a sparare con il flash.
Ho notato che mi stava fissando dritto negli occhi: io pensavo che fosse uno sguardo di intesa, invece all’improvviso mi ha lanciato addosso il microfono. Era incazzato nero. Poi una volta ho dovuto fotografare Noel Gallagher ed ero in compagnia di un assistente di Manchester. Noel, sentendo il suo accento, gli ha chiesto se fosse un tifoso del City o dello United e lui ha sciaguratamente risposto che era un Red: un casino totale, Noel se ne voleva andare. Poi abbiamo cominciato a parlare di Balotelli e la tensione è scesa.

So che hai lavorato a stretto contatto con Lou Reed, che impressione hai avuto di lui?
L’ho fotografato un anno prima che se ne andasse, a New York. C’era grande tensione quel giorno, perché sapevo che lui detestava i giornalisti e temevo che non fosse ben disposto nei miei confronti. Avevo ricevuto dal management una lista di cose da non fare: c’era divieto assoluto di bere, fumare e portare carne sul set, non si potevano per nessun motivo nominare i Velvet Underground e Andy Warhol. Non era semplice lavorare in quelle condizioni, ma poi abbiamo cominciato a parlare di fotografia e ho scoperto che Lou era un grande appassionato di obiettivi e macchine fotografiche, così abbiamo legato subito.

Lou Reed © Mattia Zoppellaro/Contrasto Photographers

Hai qualche progetto nuovo in cantiere?
Sto lavorando sulla mia città d’origine, Rovigo. Quando torno a trovare la mia famiglia e gli amici, tiro fuori il telefono e comincio a scattare in giro. A Rovigo non c’è niente di bello o interessante, però è la mia città e io voglio raccontare ciò che mi interessa e mi è vicino. La mia fotografia non è sociale, piuttosto è egoista, rubata: voglio approfondire delle tematiche che sento mie attraverso il procedimento fotografico.

Info:
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mail: info@mattia-z.com

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