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La polaroid sperimentale di Paolo Gioli

Il libro "Paolo Gioli. Cronologie" di Giacomo Daniele Fragapane va a riscoprire la ricerca e la sperimentazione sulla fotografia istantanea dell'artista veneto

© Paolo Gioli

Si intitola Paolo Gioli. Cronologie e l’ha scritto Giacomo Daniele Fragapane per i tipi di Johan & Levi Editore, la biografia, se si può definire così, forse è più corretto dire ricerca, su Paolo Gioli, artista pioneristico, anomalo come pochi, nato a Sarzano di Rovigo nel 1942 e prima di ogni cosa instancabile sperimentatore, ben prima di altri, con e attraverso la fotografia. Formatosi tra l’Accademia di Belle Arti di Venezia (ha frequentato la scuola libera del nudo) e New York, l’arte di Gioli è stata a lungo incompresa e anche un po’ snobbata dai critici e dai suoi colleghi. È avanti oggi, figurarsi anni fa. Dei primi, i critici, dice di aver «smesso molto presto di leggere quello che scrivono, altrimenti sarei impazzito nel tentare di rettificare tutte le imprecisioni». E se il Museo Alinari di Firenze nel 1991 ha accolto la prima grande mostra antologica sul suo lavoro, il Pompidou di Parigi aveva già esposto i suoi lavori nel 1983.

Cronologie © Paolo Gioli

Fotografo – ma anche pittore e regista – Gioli, come tanti altri (vedi Warhol, Mapplethorpe, Hockney, i nostri Galimberti, Ghirri e Basilico, per citarne qualcuno) ha avuto un atteggiamento di amore e guerra con la Polaroid. Di amore, verso il mezzo e le sue mille capacità di sperimentarci intorno; di guerra, contro chi la usava perché andava “di moda”. Il libro di Fragapane è un’occasione, oltre che per capire il lavoro di Gioli, anche per conoscere la storia dell’istantanea per eccellenza, che fu inventata da un altro visionario, tale Edwin H. Land, per tutti i «fotoamatori con ambizioni artistiche» (citazione, Pierre Bourdieu) poi, negli anni Settanta dello scorso secolo, «nello stesso momento in cui la fotografia tout court irrompe prepotentemente nel sistema dell’arte contemporanea», l’azienda Polaroid cominciò a investire sulla sperimentazione estetica, buttando un occhio a tutti gli artisti che in quel momento ne stavano facendo uso. Coincidenza vuole che Gioli, proprio in quel periodo (per l’esattezza nel 1977), prese in mano la sua Polaroid Polacolor Type-809, e iniziò a creare. Lo fece, s’intende, alla sua maniera: eversiva, fuori dal coro, diversa da tutti gli altri.

Cronologie © Paolo Gioli

Va da sé che, ancor prima di iniziare con le sue sperimentazioni, andò in rotta con l’azienda. «All’industria il mio lavoro non interessava» racconta nel libro, «la Polaroid Collection perseguiva altre strategie. I loro responsabili artistici visionavano le mie opere per pubblicarle nei loro libri. Hanno visto centinaia di mie opere. Ogni anno usciva un volume tratto dalle collezioni, e in un paio di libri compaiono anche mie fotografie: ma mai opere realizzate con tecniche non ortodosse». Le primissime Polaroid di Gioli erano stenopeiche. Le prime manipolazioni che l’hanno reso celebre= iniziano subito dopo, e avvengono con materiali come carta, seta, torce elettriche. «In sessanta secondi hai l’opera, e in una giornata di lavoro, se hai lavorato bene, puoi produrre un’intera mostra» ha detto.

Cronologie © Paolo Gioli

Da quel momento in poi, con o senza l’appoggio dell’azienda, inizia a ibridare tecniche fotografiche, pittoriche, grafiche. Gli interessa, dice, «che la materia sia mossa, che si generi un disturbo». Per ottenere quel disturbo apre e separa al buio la capsula coi reagenti chimici e la stende sulla carta fotografica col pennello, oppure sviluppa la Polaroid con una macchina per la pasta o con un mattarello di legno. «Il punto non stava tanto nel trasferire l’immagine su un supporto più nobile» spiega l’autore del libro, «quanto in ciò che accadeva durante il trasferimento». Gioli preparava le Polaroid come un pittore prepara le sue tele. Prima, non dopo. «Io uso la Polaroid in maniera più corretta di quelli che seguono il metodo standard, infatti lascio l’immagine intatta» risponde a chi, guardando alle sue opere, pensa che siano frutto di un articolato lavoro di post-produzione.

 

Cronologie © Paolo Gioli

Pochissime Polaroid di Gioli hanno fatto parte della collezione Polaroid e nessuna di esse ha avuto peso nelle strategie promozionali dell’azienda. «Tradivo ogni standard. Mi fabbricavo gli strumenti, tagliavo i supporti, ecc. Soprattutto, mi interessava uscire dalla logica dell’oggetto merceologico imposta dal mercato». Addirittura firmò qualche immagine Gioli Polatype e un funzionario dell’azienda gli fece capire che la cosa non era stata apprezzata. Si pensava che attraverso quella provocazione, Gioli intendesse rivendicare una paternità tecnica del mezzo. «A parte i casi singoli, tipo Ghirri e il suo gruppo, c’era all’epoca una forma di conformismo: si guardava sempre agli stessi autori americani, mentre io non guardavo nessuno» dichiara tra le pagine di questo Cronologie, che è una perla da gustare riga dopo riga. Le più belle, sono quelle in cui Gioli parla del suo lavoro, dei processi, delle varie fasi. Come quando si inventa le Polaroid trasferite su carta in bianco e nero, quando gli stessi tecnici della casa madre lo consideravano impossibile. «Non esistono segreti creativi, esistono solo segreti industriali» dice.

Cronologie © Paolo Gioli

E poi – queste righe dovrebbero stamparsele tutti gli artisti e appendersele al muro: «l’intuizione l’ho avuta in uno di quei periodi in cui ti senti perso e non sai cosa fare, salti da un libro a un altro in una sorta di spleen, di malinconia creativa. Questo stato cupo precede qualcosa che sta nascendo, è uno stato di crisi che, come la febbre, ti segnala una lotta sottostante. L’idea nasce dal dubbio; anche quando sei perso, in realtà non sei fermo: osservi le cose con più macerazione, ci piangi sopra, e vedi cose che in un altro stato non avresti visto. In queste fasi apparentemente statiche incameri moltissimo, e poi parte un ciclo di lavoro incredibile, di euforia assoluta: ti svegli la notte per vedere quello che hai fatto, aggiungi qualcosa, a volte rompi, danneggi il lavoro, altre volte vai a colpo sicuro e non sbagli nulla».

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