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Guido Borso, la fotografia come esperienza di vita

«Per me la fotografia ha come finalità quella di riuscire a comunicare qualcosa di personale e di interiore, anche quando si tratta di lavori commerciali»

LEUTE 2017 © Guido Borso

Le sue prime esperienze nel mondo della fotografia sono state istintive, figlie di una pura passione che lega musica e immagini. Un giorno, sfogliando un libro di Ed Templeton, ha capito che la fotografia era la sua strada e così ha deciso di seguirla. Guido Borso, giovane fotografo milanese, si racconta a Ultima Edizione.

Ti ricordi qual è stato il tuo primo contatto con la fotografia?
Avrò avuto intorno ai 13 anni e suonavo la chitarra in una band che faceva punk rock in italiano. Mia madre è una montatrice di film che lavorava per la RAI, oltre a essere una milanese doc e di conseguenza sono cresciuto guardando lavori di grandi maestri come Ugo Mulas e Uliano Lucas. Mi ricordo che un giorno, spulciando tra alcuni libri, mi sono trovato fra le mani The Golden Age of Neglect di Ed Templeton: un colpo di fulmine, amore a prima vista. Un lavoro fortemente autobiografico e intimo, che mi ha spinto a prendere in mano la macchina fotografica e a cominciare a scattare.

From Russia with love © Guido Borso

Il tuo primo progetto com’è stato? Che emozioni hai vissuto?
C’era questo gruppo di amici, NOTIMEFOR, che suonava sempre punk rock, ma più melodico, e riscuoteva un certo successo, tanto che è stato organizzato un tour per tutta Europa, che è arrivato anche in Ucraina e in Russia. Io ho deciso di seguirli e documentare tutti gli spostamenti, i concerti, le feste e i momenti di vita quotidiana. Se ripenso a quel tour, mi viene in mente una piacevole confusione: eravamo in nove dentro un furgone con tutti gli strumenti, io scattavo in maniera istintiva, da autodidatta. Facevo foto a quello che vedevo intorno a me.

E poi hai deciso di metterti a studiare.
Sì, dopo il diploma mi sono iscritto alla Bauer, dove ho fatto un corso di un anno che mi ha aiutato ad approfondire le conoscenze su tanti aspetti, ma soprattutto mi ha messo in contatto con persone con cui ho lavorato e con cui tuttora collaboro, che mi hanno aiutato a crescere sia sul piano personale, sia su quello professionale. Terminato l’anno accademico, ho seguito alcuni workshop e poi ho iniziato a lavorare come assistente di Sha Ribeiro e Leonardo Scotti: grazie a queste esperienze ho affinato le competenze nella fotografia di moda e nel ritratto. Penso che questa sia stata la mia scuola tecnica e che tutto quello che so fare oggi venga dall’esperienza formativa.

Dopo gli anni dedicati alla formazione, come sei entrato nel mondo del lavoro?
Ho acquisito maggiore consapevolezza dei miei mezzi e sono riuscito a far emergere il mio sguardo autoriale; un po’ alla volta, sono arrivate le prime esperienze lavorative. Ho cominciato come fotografo di eventi, poi ho collaborato con Vice, D-La Repubblica, Rivista Studio e molti altri magazine. Più lavoravo, più mi rendevo conto di quanto fosse importante per me mantenere vivo il legame tra musica e fotografia: scattavo ai concerti e questo mi consentiva di entrare in contatto diretto con importanti musicisti e, a volte, riuscivo anche a portare a casa dei ritratti. Spesso mi rendo disponibile per seguire in tour le band di amici; l’estate scorsa sono stato in tour per la Toscana con Generic Animal, un’esperienza di due settimane che è stata molto importante per me.

Daily Dose © Guido Borso

Ci sono dei progetti che in qualche modo consideri emblematici nel tuo percorso?
Sicuramente il primo, quello che mi ha portato fino in Russia, che non a caso ho intitolato From Russia with love. È stato la base di partenza, un po’ l’inizio di tutto il mio percorso. Poi c’è Daily Dose, che ho realizzato nel 2013 e pubblicato nel 2015. Si trattava di un progetto per cui scattavo almeno una foto al giorno, nell’arco di tutto l’anno, che aveva come oggetto ciò che mi capitava di vedere davanti agli occhi, dal punto di vista di uno spettatore quasi passivo. Ho raccolto tutte le immagini in un libro, presentato alla The Don Gallery di Milano e che ha avuto un successo pazzesco, quasi inaspettato. Le persone che sfogliavano il libro si riconoscevano in alcune immagini, quindi ho capito che la mia fotografia era entrata in empatia con loro, era andata a toccare alcune sfumature della loro intimità. Ecco, questo è stato molto emozionante per me, direi quasi commovente, perché per me la fotografia ha come finalità quella di riuscire a comunicare qualcosa di personale e di interiore, anche quando si tratta di lavori commerciali.

Un estratto dall’ultimo progetto in India © Guido Borso

Cosa stai preparando per il futuro?
Sono partito per l’india e sono rientrato pochi giorni fa, appena prima del lockdown causato dal coronavirus. Sono andato in compagnia di una designer italo-indiana, per fotografare la nuova collezione del suo brand indipendente “Lieu Migrante” sotto una lente particolare, molto personale. È stata un’altra esperienza importante da mettere nel bagaglio.

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