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Gli alieni sono tra noi e vivono sulla riviera romagnola

Silvio Canini ha documentato in esclusiva l’invasione della misteriosa specie dei marsupiali, che oggi si mimetizzano tra di noi con nonchalance

Un alieno si aggira sul molo di Bellaria Igea Marina © Silvio Canini

Da oltre vent’anni Silvio Canini racconta il suo mare: tra lavori antropologici e di costume, ha realizzato una narrazione che ci parla di quello che la riviera romagnola ha da offrire ai turisti che la frequentano. Con una fotografia ingannevole e mai banale, ha realizzato progetti capaci di divertire e allo stesso tempo di fare riflettere lo spettatore. Su Ultima Edizione la storia della sua carriera, dagli esordi fino all’ultimo lavoro dedicato agli alieni della Romagna.

Breaking news: gli alieni sono tra di noi e vivono sulla riviera romagnola. Come ti è venuta l’idea di sviluppare questo progetto?
Un giorno stavo passeggiavo sul molo e ho notato l’ombra di un uomo, che creava una forma meravigliosa e strana, sembrava proprio un’anfora scolpita. Ho deciso di fotografarla e da quel momento è cominciato il mio progetto “Alieni Maledetti”, una ricerca che nasce da una semplice osservazione: le persone che camminano sulla spiaggia, quando arrivano alla fine del molo, assumono tutte la stessa postura, immobili e con le mani sui fianchi, proiettando delle ombre che vanno a creare figure assurde che ricordano gli alieni. Ho scattato tante fotografie con il cellulare, camuffandomi da turista, e le ho raccolte in una presentazione: chi la vede rimane sbalordito, all’inizio crede davvero che gli alieni siano sbarcati sulla terra e per qualche minuto rimane incredulo davanti a queste forme che io chiamo ‘marsupiali’. Mano a mano che vado avanti con il racconto, le storie diventano sempre più assurde e allora si capisce che si tratta di un’invenzione. Ecco, questo progetto dice quasi tutto di me: posso sembrare irriverente, ma adoro le nonnine.

Un esemplare di marsupiale © Silvio Canini

Facciamo un piccolo passo indietro, partendo dai tuoi esordi in fotografia. Come hai iniziato a scattare e cosa cerchi di raccontare con le tue immagini?
Ho sempre cercato di raccontare il mare dal mio personale punto di vista, sotto ogni sua forma: in inverno quando chiudono i bagni, in primavera quando si preparano ad aprire per la nuova stagione, in momenti di silenzio, con la neve… da più di vent’anni cerco di realizzare progetti che riescano a raccontare me stesso e l’interpretazione del mondo che mi circonda. All’inizio ho anche avuto l’opportunità di lavorare a progetti su commissione, collaborando con Grazia Neri ed Elena Ceratti; facevo anche cataloghi di moda, ero anche bravino ma presto ho capito che questa carriera non mi interessava e accettavo i lavori solo per guadagnare di più. Per me il fotografo non è un lavoro, o almeno io non riesco a concepirlo come tale: io voglio che rimanga un’attività di svago, priva di stress e preoccupazioni.

Whisky, dalla serie “Io randagio” © Silvio Canini

Nella tua produzione è davvero difficile trovare un racconto che non sia divertente, anche quando si tratta di tematiche delicate e sensibili. Da dove proviene questa scelta?
È semplice: non mi piace la fotografia che mette in risalto il dolore, lo strazio e la sofferenza, non mi interessa. Mi sembra che il trend degli ultimi tempi sia quello di costruire prima la storia, per poi fare arrivare la fotografia solo in un secondo momento. Il procedimento dovrebbe essere l’esatto opposto: sono le immagini che devono contenere una storia. Nel mio lavoro “Io randagio”, dedicato ai cani abbandonati e mutilati e realizzato sotto forma di fotografie segnaletiche, cerco di raccontare la vicenda sotto un aspetto ironico, ma allo stesso tempo provo a stimolare una riflessione su una tematica che contiene anche elementi di tristezza. In particolare c’è una fotografia di questo progetto che sintetizza il concetto, che è quella di Whisky, chopperdog rimasto senza zampe posteriori in seguito a un incidente: ho utilizzato le sue rotelline per firmare il foglio segnaletico, nello spazio per le impronte digitali. Magari un altro fotografo avrebbe preferito sottolineare la sofferenza di questo animale con un’immagine drammatica, io ho preferito raccontare la sua triste vicenda con leggerezza e ironia.

Una delle Figurine Canini © Silvio Canini

C’è un lavoro che mi ha sempre divertito tantissimo, che è quello delle “Figurine Canini”. Ce lo vorresti raccontare?
Anche in questo caso, il progetto nasce da una ricerca antropologica sui bagnanti della riviera: in estate ho scattato tantissime fotografie e le ho trasformate in 5000 figurine, che poi ho deciso di presentare al SI Fest 2012 di Savignano. Lì ho tappezzato tutta la città di queste figurine, poi ho costruito un’edicola in cartongesso nella piazza principale della città e ho cominciato a vendere gli album, che si sono polverizzati in poche ore.

Che valore ha per te la fotografia?
Per me la realtà in fotografia non esiste, non c’era ai tempi dell’analogico e maggior ragione non c’è oggi con il digitale. Utilizzo questo linguaggio per dire una cosa e farne vedere un’altra, come nel mio progetto “Costellazioni“, dove trasformo dell’edera rampicante in un gruppo di stelle. Il valore della fotografia, in sostanza, dev’essere quello di creare suggestioni che non risultino mai oggettive e universali, ma che siano figlie dell’interpretazione soggettiva di ciascuno.

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