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Giuseppe Maffia: «Fotografare il calcio è come tradurre emozioni. Anche in uno stadio vuoto»

Il fotografo racconta vent'anni di carriera nel mondo dello sport: la prima partita vista attraverso l'obiettivo, la transizione digitale, le emozioni che ha provato documentando l'addio di Totti

L'ultima partita di Francesco Totti, Roma-Genoa del 28 maggio 2017. © Giuseppe Maffia

Giuseppe Maffia è un fotografo professionista che da circa vent’anni si dedica alla fotografia sportiva, passione ereditata dal padre. Nell’arco della sua carriera è stato testimone di alcuni dei momenti cruciali del calcio, del tennis e di altre discipline, immortalando istanti che hanno fatto la storia dello sport. Si è anche avvicinato al mondo della musica, quando ha seguito Calcutta e il suo staff nei tour in giro per l’Italia. A pochi giorni dall’inizio di una nuova stagione di Serie A a porte chiuse, lo abbiamo intervistato per Ultima Edizione.

Pualo Dybala © Giuseppe Maffia

Ci siamo, sta per cominciare una nuova stagione per il calcio italiano, sicuramente una delle più anomale di sempre. Come ti stai preparando a questo inizio?
Dopo la breve pausa estiva ho ripreso a lavorare con le amichevoli pre-campionato in Italia, anche se molte società hanno deciso di ridurre drasticamente il numero dei fotografi presenti allo stadio, dal momento che le partite si giocano a porte chiuse. La Lega Calcio ha pubblicato sul suo sito il nuovo regolamento per inoltrare le richieste di accredito e a causa del protocollo sanitario sull’emergenza COVID-19 è stato posto il limite massimo a 30 accrediti per i fotografi e, per ragioni di sicurezza ci sarà una limitazione sulla possibilità di muoversi sul terreno di gioco. Abbiamo tutti voglia di tornare a scattare, ma certamente la pandemia sta rendendo le cose molto difficili.

Quando è stata la tua prima partita da fotografo sportivo e come è cambiato questo genere nel corso degli anni?
La prima volta è stata nel 1999, praticamente alla fine di quella che penso sia stata la decade d’oro del calcio italiano, l’epoca delle Sette Sorelle, le squadre che si contendevano i primi sette posti in classifica e dominavano in Europa. Dagli anni duemila in poi è cominciato un rapido declino, che è andato in parallelo con la crisi dell’editoria e che di conseguenza ha colpito anche la nostra categoria. I compensi per i fotografi sportivi si sono abbassati drasticamente e il passaggio dalla carta all’online ha cambiato i clienti e le loro necessità. Dall’altra parte si è allargato il ventaglio delle possibili collaborazioni, perché è più semplice e immediato lavorare con clienti internazionali.

L’allenatore del Napoli Gennaro Gattuso © Giuseppe Maffia

Cosa si potrebbe fare per migliorare la condizione lavorativa dei fotografi professionisti?
Un grande problema per i fotografi professionisti è legato alla protezione e alla tutela del copyright. È capitato a tutti di vedere alcuni dei propri scatti pubblicati su magazine e riviste senza nemmeno la citazione dell’autore, o di ritrovare delle fotografie sui social network utilizzate senza permesso per realizzare dei meme. A me è successo recentemente con una foto dell’allenatore del Napoli, Gennaro Gattuso, che è diventata virale ed è apparsa un po’ dappertutto. Penso che in Italia ci sia da colmare un’enorme lacuna culturale di educazione all’immagine; nel nostro paese non siamo ancora in grado di dare il giusto valore alla fotografia e non ci sono ancora leggi abbastanza efficaci per contrastare il furto o l’appropriazione indebita di proprietà intellettuale. Basta osservare le prime pagine dei principali quotidiani italiani per capire la portata del problema: spesso si vede una grande fotografia a centro pagina, ma da nessuna parte viene citato il fotografo che ha scattato l’immagine o l’agenzia che lo rappresenta.

I tifosi del Liverpool durante la finale di Champions League giocata contro il Tottenham Hotspur © Giuseppe Maffia

Calcio e Covid: pensi che sia stata una scelta giusta quella di concludere in fretta e furia la scorsa stagione e di cominciarne una nuova senza i tifosi allo stadio?

Non credo ci sia una risposta definitiva a questa domanda. Sicuramente il calcio senza tifosi è qualcosa di surreale, nello stadio vuoto – specialmente se capiente come San Siro o l’Olimpico – si respira un’aria quasi apocalittica. So che la Lega Calcio ha intenzione di riaprire gradualmente gli impianti per un numero limitato di spettatori, cercando di rispettare il più possibile le norme di sicurezza. Ripartire con queste premesse è difficile e forse non molto sensato, però bisogna anche considerare il fatto che intorno al calcio e allo sport ruotano tantissime strutture accessorie che per quasi sei mesi non hanno potuto lavorare. È difficile mantenere un equilibrio coerente tra i pro e i contro di ricominciare con il calcio giocato nel mezzo di una pandemia globale.

Stefan Radu ed Edin Dzeko durante uno dei derby di Roma © Giuseppe Maffia

Qual è il ricordo più emozionante che conservi dei tuoi vent’anni di carriera?

Conservo ancora lil ricordo della commozione nel giorno in cui Francesco Totti, bandiera della Roma, si è ritirato. Lo Stadio Olimpico era strapieno e si respirava un’atmosfera da rito collettivo: tutti i tifosi erano lì a salutare per l’ultima volta il loro capitano, che al triplice fischio dell’arbitro avrebbe appeso le scarpette al chiodo. Sono stato molto contento di aver potuto testimoniare questo momento storico per il calcio mondiale. A livello di partite, mi emozionano molto i derby per la carica elettrica che portano nell’aria; su tutti, il derby della Capitale e quello della Lanterna sono ancora tra i più sentiti in Italia dalle rispettive tifoserie. Fotografare lo sport e il calcio significa tradurre le emozioni dei tifosi e degli atleti in immagini.

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