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Fotografare per raccontare se stessi e tenere viva la memoria

Dal Messico più ancestrale alle accademie militari russe, Lorenzo Zoppolato racconta il suo universo e la costante ricerca di un immaginario fatto di intimità e storie personali

La luce necessaria © Lorenzo Zoppolato

La fotografia è tante cose diverse: documento, storia, testimonianza e interpretazione. Per Lorenzo Zoppolato è lo strumento fondamentale per tradurre un pensiero intimo e trasformarlo in immagine. Su Ultima Edizione il racconto della sua carriera artistica, dagli inizi fino ai progetti futuri, in un percorso di costante evoluzione.

Come è arrivata la fotografia nella tua vita?
Intorno ai vent’anni, quando ho vinto i primi premi e una borsa di studio alla NABA di Milano. Dopo un po’ di tentativi ho capito che la fotografia poteva diventare la mia professione; poi sono arrivate le prime mostre e i primi progetti importanti.

Uno dei primi progetti di Lorenzo, dedicato ai suoi amici skater © Lorenzo Zoppolato

C’è un progetto a cui sei particolarmente legato?
Il lavoro che ho fatto in Messico, intitolato La luce necessaria, ha significato tanto per me come persona e come artista. Ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio – l’Ernesto Bazan 2017 Scholarship Fund for Young Photographers – e sono partito per cominciare un progetto di approfondimento sul tema del lutto. Sono stato in Messico per circa venti giorni, durante il periodo del día de los muertos, con l’obiettivo di raccontare come viene vissuta la morte nella cultura locale, dove la religione cristiana si mescola con elementi ancestrali di realismo magico. Ho partecipato anche a veglie funebri, per cercare di capire meglio gli elementi caratterizzanti del rapporto che i messicani hanno con la morte. Ne è emerso un progetto scevro da qualsiasi elemento esotico, una serie di fotografie dove non si vede la morte ma se ne evoca il concetto attraverso giochi di luce, candele, nebbie, rituali tradizionali e una forte base immaginifica.

Si può allora dire che la tua fotografia è tutto tranne che un documento?
La fotografia a cui sono più legato è quella familiare. Con il passare del tempo, mi sono reso conto che tutti i progetti che porto avanti finiscono per rimandarmi a delle esperienze personali e ricordi fortemente legati alla mia intimità. La fotografia documentaria è uno strumento molto importante, ma non è quella che mi interessa; io cerco di mantenere vivo il rapporto con la memoria ed proprio dalla memoria personale che poi riesco a far nascere i miei progetti fotografici. Un esempio è il lavoro che ho sviluppato in Russia sulle accademie militari: mi sono concentrato sul concetto di separazione, il momento in cui i ragazzini devono lasciare le loro famiglie e gli amici per andare a frequentare la scuola. Quel tipo di emozione appartiene anche a me e allora ho scelto di raccontare questo. C’è sempre una motivazione che esula dalla mera realtà che mi trovo davanti.

Piccoli grandi © Lorenzo Zoppolato

Cerchi sempre di inserire una parte di te nella tua fotografia?
Sì, la mia ambizione è approfondire un tema secondo la mia sensibilità. Cerco di aggiungere un elemento in più di immaginario a una certo racconto. La fotografia è tante cose diverse, è l’interpretazione di una realtà costruita. Personalmente ho trovato di grande ispirazione il lavoro di Ferdinando Scianna, un autore capace di comunicare quello che ha dentro e di regalare un contributo personale a quello che vuole raccontare.

Un estratto dal nuovo progetto in costruzione © Lorenzo Zoppolato

Cosa stai preparando per il futuro?
Sto lavorando proprio in questi giorni a un progetto di riflessione su questo momento storico, che poi diventerà un libro; non si tratta di un lavoro di documentazione, ma di interpretazione di quanto sta accadendo. Lo sto facendo insieme ad altri fotografi, con la speranza che questo momento sia l’occasione per cambiare in meglio sia dal punto di vista umano sia da quello fotografico. È un’esperienza molto sfidante perché mi obbliga a sconvolgere la mia grammatica e mi spinge a un’evoluzione.