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Elena Givone: la fotografa dei sogni

Quando ha terminato gli studi, i suoi docenti dell’Accademia di Amsterdam le hanno detto che era ora di ‘prendere il volo’. Li ha ascoltati, si è seduta su un aereo e ha girato il mondo con la sua macchina fotografica

Sri Lanka 2015 © Elena Givone

Si può catturare un sogno? Secondo le frasi fatte nei biscotti della fortuna e i romanzi rosa da autogrill sì, è possibile. Ma Elena Givone, fotografa e instancabile viaggiatrice, è stata capace di raccontare cosa sta dentro ai sogni dei bambini, con i suoi progetti che raccolgono i frammenti più fragili della loro vita e li trasformano in desideri sotto forma di fotografie.

Prima che cominci a raccontarmi dei tuoi innumerevoli viaggi in ogni angolo del pianeta, mi dici come ti sei avvicinata al linguaggio della fotografia?
Ho scoperto questo mondo tra i banchi dell’università, quando studiavo scienze politiche. Seguivo un corso di sociologia visuale con Luigi Gariglio, che mi ha subito fatto appassionare al linguaggio delle immagini; ho capito che la fotografia stava diventando la mia passione e infatti all’esame ho preso 30 e lode! Poi sono diventata assistente di Gariglio, che per me è stato un grande maestro: è stato lui a darmi la spinta decisiva che mi ha portato scegliere la fotografia come professione.
Dopo qualche anno, ho partecipato a una borsa di studio allo IED, l’ho vinta e ho cominciato a fotografare senza sosta: stavo tutto il giorno in camera oscura a lavorare. Successivamente mi sono trasferita ad Amsterdam, dove ho potuto applicare le nozioni tecniche allo spirito creativo e fuori dagli schemi che ho trovato nella cultura dei Paesi Bassi.

Sedina, Pazi Mine, Sarajevo 2006 © Elena Givone

Durante gli anni di formazione c’è stato un progetto in particolare che ti è rimasto nel cuore?
Sì, quello che ho realizzato nel 2006 durante un viaggio a Sarajevo e che trovava origine dal problema delle mine antiuomo disseminate ovunque dopo la guerra. Ho lavorato insieme ai bambini nati durante e dopo l’assedio e li ho fotografati come testimoni di una fase storica non vissuta personalmente, ma di cui stavano pagando le conseguenze dirette. Molti di loro avevano perso i genitori, altri un braccio o una mano, certamente tutti quanti avevano perso l’innocenza e la spensieratezza dell’infanzia. Ho lavorato con un banco ottico, il mio strumento d’espressione preferito perché capace di creare sinergia tra pensiero e immagine, permettendomi di lavorare con lentezza. Con questo progetto ho vinto il premio Fnac, che mi ha aperto le porte del mondo della fotografia professionale.

E poi da Sarajevo dove sei andata?
Dopo la Bosnia ho capito che la mia ricerca era quella focalizzata sulla preadolescenza, indagata sotto varie forme e aspetti. Nel 2009 ho deciso di andare in Brasile, precisamente nelle favelas di Florianopolis e poi a Salvador de Bahìa, zone di gravissimo disagio sociale dove spaccio di droga e prostituzione sono attività all’ordine del giorno. In mezzo a questi luoghi oscuri ho pensato di portare un po’ di luce, così mi sono inventata il progetto ‘Flying Away’: portavo nelle favelas un tappetino giallo, ci facevo sedere i bambini sopra e gli facevo raccontare i loro sogni e i loro desideri, facendoli sentire come su un tappeto volante. A Salvador de Bahìa ho lavorato all’interno di un carcere minorile, una situazione ancora più complessa rispetto alle favelas: lì i ragazzini mi si sono molto affezionati, perché il progetto gli dava l’opportunità di evadere dalle celle con i sogni. Ho chiesto ai giovani carcerati di immaginarsi tra dieci anni: qualcuno sognava di diventare un giudice, un altro un maestro di capoeira o un autista di autobus, un ragazzo ha semplicemente detto che il suo sogno era riuscire a fare parte del nucleo della società. Lì ho appreso che molti ragazzini vengono denunciati di proposito dai genitori per piccoli crimini, perché preferiscono mandarli al sicuro in carcere piuttosto che tenerli sulla strada esposti ai pericoli e al degrado.

Mali, 2009 © Elena Givone

Dopo l’esperienza brasiliana so che sei stata per lungo tempo in Sri Lanka. Com’è andata?
Il periodo in Brasile è stato una prova pesante, avevo bisogno di cambiare aria e ambiente. Sono salita di nuovo su un aereo e ho ricominciato a girare il mondo: Europa, nord Africa, Mali, India e alla fine Sri Lanka dal 2011, dove sono rimasta per quattro anni e ho aperto una scuola di fotografia. In Sri Lanka ho trovato una società ancora scossa da una tragica guerra civile appena conclusa, che aveva bisogno di rimettersi in sesto e ritrovare un’identità culturale. In questo senso la scuola è stata davvero utile, perché è riuscita a costruire un immaginario e una professione – quella del fotografo – che prima di allora non esisteva. Con i ragazzi ho portato avanti il progetto del sogno, questa volta utilizzando una lampada a olio al posto del tappeto volante. Nella cultura buddhista la lampada è un oggetto magico, che viene portato al tempio alla mattina e alla sera per esprimere un desiderio. L’ho data in mano ai bambini per raccogliere i loro sogni, li fotografavo con gli occhi chiusi e gli chiedevo di scrivere una breve frase che raccontasse il loro sogno. La fotografia non è altro che l’atto finale di un lungo percorso fatto di curiosità, voglia di conoscere, capire e interpretare mondi delicati e profondamente diversi da quello a cui siamo abituati. C’è un elemento che  accomuna tutti e che azzera qualsaisi differenza: il sogno.

Jasmine, Profumo di vita, 2019 © Elena Givone

Hai qualche nuovo progetto in corso d’opera?
Mi piacerebbe portare ancora avanti il tema del sogno, ma non escludo di approfondire terreni diversi. Da oltre quattro anni sto lavroando sulla fotografia new born e scatto immagini nei primissimi giorni di vita dei bambini. Il progetto si chiama Profumo di vita #neldirittodelbambino ed è pensato per informare e prevenire la violenza assistita dai minori, tema importante e molto spesso sottovalutato.
Nel frattempo, insieme a una Onlus inglese, sto lavorando a un progetto sui giovani migranti in Grecia e in Giordania.

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