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«Con la fotografia cerco istanti capaci di beffare il mistero della vita»

Lo dice Fabrizio Spucches, il vincitore della open call "Il Randagio", che ci ha raccontato le storie dietro ai ritratti dei lavoratori colpiti dal dissesto economico e sociale provocato dal Covid-19

Working Class Virus © Fabrizio Spucches

Fabrizio Spucches si è appena aggiudicato la open call Il Randagio, con il suo progetto Working Class Virus. Un progetto tanto istintivo quanto profondo, che lega video e fotografia, sui lavoratori metropolitani durante i mesi di lockdown provocato dalla pandemia di coronavirus. Ora Working Class Virus si appresta a diventare un libro d’artista in edizione limitata, con la curatela di Giovanni Scafoglio e Denis Curti. Abbiamo intervistato Fabrizio per farci raccontare la sua esperienza come artista e come fotografo professionista.

Working Class Virus © Fabrizio Spucches

Fabrizio, prima di tutto congratulazioni per esserti aggiudicato la open call Il Randagio. Da dove arriva l’ispirazione di Working Class Virus e come lo hai realizzato?
Durante i primi giorni del lockdown ho passato molto tempo a pormi delle domande su come potessi raccontare questo particolare periodo storico fatto di sospensione, paura e incertezza. Ho cominciato a lavorare sull’autoritratto, poi ho scattato una serie di fotografie alla mia compagna e ai miei vicini di casa; in seguito, ho deciso di provare ad allargare il racconto anche al mondo esterno. Sono uscito di casa, nel rispetto di tutte le precauzioni di sicurezza, e sono andato a fotografare le persone che ho trovato lungo il percorso. Rider, senzatetto, prostitute, supermercati, preti, trasporti funebri, comunità sinti, volontari della Croce Bianca e molto altro: il risultato è un’indagine che si interroga sui cambiamenti che il Covid-19 ha portato nelle nostre vite in termini di crisi del lavoro, senso della paura, percezione della morte, approccio al futuro, significato della vita. Un insieme di personaggi che sono i protagonisti quest’analisi cruda e dissacrante, da cui trapela una visione ironica della realtà contemporanea.

Working Class Virus © Fabrizio Spucches

Qual è il messaggio che hai voluto far passare con questo progetto?
Nel progetto emerge un forte desiderio di rinascita: come a suggerire che dal lockdown professionale, fisico e mentale in cui è costretta la società sia ancora possibile guardare oltre. Ho sentito la necessità di essere testimone attivo del mio tempo e di lasciare un’impronta, un segno e un racconto per le generazioni future. In questo senso la fotografia è stata uno strumento importante per interpretare l’esperienza del coronavirus, mi ha permesso di esorcizzare il lockdown non solo sotto l’aspetto fisico, ma anche sotto un aspetto interiore. In questi mesi ho vissuto e sentito la paura di bloccarsi, di chiudersi in se stessi e di non essere più in grado di ripartire. Penso che questo sentimento di fragilità sia un elemento condiviso dalla nostra generazione, che tende a vivere in uno stato di angoscia costante, con la voglia di riscatto che però deve convivere con una soffocante mancanza di ideali solidi. Con la fotografia ricerco quegli istanti che mi danno l’impressione di ingannare il mistero della vita, di beffare il destino comune della morte e della fine anche per un solo istante. 

Working Class Virus è diviso in due parti: una video e una fotografica. Quanto influisce la scelta del mezzo e del linguaggio all’interno della narrazione?
Molto, sono due approcci diversi che però riescono a costruire un dialogo stimolante. Ho scelto di utilizzare il video per la parte dedicata alle interviste e perché penso che sia un linguaggio più diretto, più strutturato dalle sue linee guida pensate e preparate dalla regia. Dall’altra parte, la fotografia è più silenziosa, ma ha la capacità di stimolare delle riflessioni e interpretazioni più libere nello spettatore.

Working Class Virus © Fabrizio Spucches

Sei sempre stato un appassionato di fotografia?
Ho sempre avuto la passione per l’arte in tutte le sue forme. Ho studiato all’Accademia delle Belle Arti di Catania e poi mi sono specializzato in giro per l’Europa, poi mi sono avvicinato con decisione al mondo della fotografia con uno stage alla Sterpaia, dove ho conosciuto Oliviero Toscani. L’incontro con Toscani è stato fondamentale per la mia formazione e mi ha dato la possibilità di lavorare con contunità nel mondo della moda, della pubblicità e della comunicazione. Dal 2018 ho cominciato a dedicarmi un po’ di più ai progetti personali, con l’ambizione di legare la sfera commerciale a quella creativa, per fare della fotografia il mio lavoro principale. Nel 2019 ho anche avuto un’esperienza importante a Fabrica, dove ho lavorato per un anno come art director del dipartimento video.

Working Class Virus © Fabrizio Spucches

Quando ti trovi a dover affrontare un nuovo lavoro, qual è il tuo modus operandi? Come arrivi dall’idea al progetto?
Mi piace provare ad andare oltre la retorica, quindi cerco di strutturare racconti capaci di offrire una prospettiva diversa da quella che siamo abituati a vedere. La fotografia è un linguaggio ambiguo, quindi anche io amo costruire delle contraddizioni all’interno del mio lavoro, per stimolare delle riflessioni nello spettatore. Prima di cominciare ogni progetto, cerco di chiedermi cosa voglio fare, come lo voglio fare ma soprattutto perché lo voglio fare. Per me è fondamentale che i progetti a cui lavoro non siano didascalici o troppo concettuali: prferisco affrontare le tematiche che mi interessano in maniera diretta, scendendo per strada e mettendomi in gioco in prima persona. Penso che la buona riuscita di un lavoro non possa prescindere dalla motivazione e dalla presa di coscienza di quello che si sta facendo: se un progetto non ti appartiene, è quasi impossibile che possa avere successo.

Working Class Virus © Fabrizio Spucches

Info:
Fabrizio Spucches nasce a Catania nel 1987.
 Studia all’Accademia di Belle Arti di Catania, all’Universitè de Picardie Jules Verne di Amiens e all’University for the Creative Arts di Canterbury.
 Collabora da dieci anni col fotografo Oliviero Toscani.
 Nel 2019 è Creative Director di United Colors of Benetton e Fabrica Research Center. Attualmente vive a Milano e lavora in Spucches Studio.

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