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Claudia Vanacore, fotografia e videoarte per raccontare Milano e la pandemia

La giovane autrice racconta il passato da autodidatta, il primo documentario sulle periferie del napoletano e il videoclip dei Limonov costruito con il materiale raccolto durante l'emergenza coronavirus

© Claudia Vanacore

Viaggio. Racconto. Memoria. è il titolo di una grande mostra di Ferdinando Scianna organizzata alla Casa dei Tre Oci di Venezia, che ripercorre 50 anni di carriera del fotografo siciliano. Viaggio, racconto e memoria sono anche gli elementi caratterizzanti della fotografia di Claudia Vanacore, che si muove con disinvoltura tra videomaking e progetti creativi, costruendo un grande immaginario che lega un delicato gusto estetico a un vissuto personale. Oggi Claudia si racconta su Black Camera.

Come ti sei avvicinata al mondo della fotografia?
Il primo approccio è arrivato quando ero una bambina, prendevo la macchina fotografica di mia madre e ci giocavo di nascosto, fotografando le mie bambole. Crescendo, questa passione è rimasta un po’ chiusa in un cassetto e si è un po’ dispersa, ma negli ultimi anni l’ho ritrovata e ne ho fatto la mia professione. Ho studiato Cinema e New media allo IULM di Milano, ho lavorato tanto da autodidatta, scattando fotografie e girando video.

Ti ricordi qual è stato il tuo primo lavoro importante?
Sì, ho avuto l’opportunità di lavorare a un progetto documentario sulle periferie del napoletano, intitolato Le Metamorfosi di Giuseppe Carrieri. Oltre alla parte video, mi sono dedicata anche alla fotografia, scattando ritratti nel campo rom di Cupa Perillo a Scampia che sono andati a costituire una sorta di album di famiglia molto particolare. Da quel momento ho sentito una grande vicinanza al linguaggio fotografico, che mi ha spinto alla ricerca di uno stile personale e di nuove storie da raccontare. Lavoro in pellicola e mi piace sviluppare da sola le immagini che realizzo, prediligendo il bianco e nero.

© Claudia Vanacore

La tua fotografia è molto meditativa e cerca di entrare in contatto diretto con la storia che vuole raccontare. Da dove arriva questa necessità?
Sono da sempre affascinata dagli elementi che riguardano l’adolescenza e la crescita. Ho cercato di raccontare questa fase della vita in alcuni miei progetti, come L’intervallo, dove ripercorro un tempo sospeso tra infanzia e adolescenza, con un taglio neorealista che fa riferimento ai capolavori di Rossellini e De Sica. La mia è una fotografia immersiva e istintiva, che cerca di entrare nella scena senza essere invadente, ricercando movimento e vicinanza al soggetto ripreso. Scattare è un modo per tradurre in immagini quello che sento e vedo dentro di me: racconto la storia degli altri per scrivere la mia.

So che durante questi mesi di lockdown ti sei dedicata a nuovi progetti, tra cui la realizzazione di un video musicale per una band. Ci racconti com’è andata?
Non sono stati mesi facili perché si è fermato tutto, però allo stesso tempo ci sono state nuove opportunità di collaborazione. Sono stata contattata da una band – i Limonov – che mi ha chiesto supporto creativo per la realizzazione del loro video Città di K, omaggio alla Trilogia di Ágota Kristóf. Abbiamo provato a creare un dialogo tra fotografia, video e musica, utilizzando alcuni scatti di street photography che ho realizzato durante le prime settimane di lockdown, è stato un modo per comprendere meglio attraverso la strada il cambiamento che la nostra città di Milano, la nostra società stava e sta tutt’ora affrontando. È stata un’esperienza molto formativa, perché mi ha permesso di far interagire video e fotografia, due linguaggi molto diversi che riescono a dialogare con grande efficacia.

 

Che differenza c’è tra video e fotografia?
Lavorativamente parlando, c’è sicuramente una differenza di approccio, sia dal punto di vista tecnico che creativo. A livello di fruizione, penso che la fotografia abbia un grande potere evocativo, perché permette di esplorare elementi che nel video e nel cinema non si trovano. C’è un tempo di riflessione dilatato e più disteso, la fotografia non ti presenta esplicitamente suoni e movimenti, quindi c’è una maggiore libertà interpretativa e immersiva. Dall’altra parte il video è un piacere più prolungato, meno immediato e che richiede un livello di attenzione più alto.

© Claudia Vanacore

Che progetti hai per il futuro?
Ci sono un po’ di progetti a cui sto lavorando, tra cui un video-documentario che racconta l’emergenza sanitaria in Italia causata dal coronavirus. Prima che scoppiasse la pandemia mi stavo dedicando ad altri due lavori che vorrei riprendere: uno sugli adolescenti stranieri non accompagnati che arrivano in Italia e risiedono in alcune strutture della periferia milanese e un altro progetto sulle popolazioni indigene e le piantagioni di mais e cacao della regione del Tabasco in Messico, patrocinato dall’università IULM.