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40 anni senza Francesca Woodman

Ha avuto una delle carriere più brevi e folgoranti di sempre. Un talento unico, una vita tormentata, una morte violenta: il mito di un’artista maledetta che in realtà è stata molto altro

Francesca Woodman, Untitled photograph, circa 1975-1978. George Lange Collection

Sappiamo che gli anniversari più che celebrazioni sono occasioni per poter ripercorrere storie e anche noi oggi ne approfittiamo: 40 anni fa esatti, il 19 gennaio del 1981, ci lasciava Francesca Woodman, una delle fotografe con la carriera più breve e folgorante di sempre. Una talento unico, una vita tormentata, una morte violenta: una ricetta perfetta per tracciare il mito di un’artista “maledetta”, che però è stata molto altro.

Francesca Woodman, From Angel series, Rome, Italy, 1977 © George and Betty Woodman

Va detto che Francesca Woodman era destinata, per condanna o contiguità che dir si voglia, a diventare un’artista: i suoi genitori lo erano, suo fratello lo era. Nasce a Denver nel 1958, il padre fa il pittore e il fotografo e la madre, che lavora soprattutto con la ceramica, aveva intrapreso una grande carriera, che l’avrebbe poi portata, anni più tardi, ad avere addirittura una retrospettiva al Metropolitan Museum di New York. Casa Woodman negli anni Sessanta è frequentata da artisti, scrittori, critici, registi e molto altro: è un vero e proprio punto di riferimento per la comunità intellettuale della città. Francesca Woodman passa dunque un’infanzia stimolante, anche se non sappiamo dire quanto serena. Quando ha 7 anni i genitori, innamorati dell’Italia, decidono di trasferirsi per un periodo in una frazione del Comune di Bagno a Ripoli, vicino a Firenze. Comprano casa lì e dopo alcuni mesi di residenza fissa, decidono di fare avanti e indietro tra New York e l’Italia, Paese che anche Francesca ama particolarmente. Quando ha solo 10 anni il padre le regala una macchina fotografica e lei comincia a usarla prestissimo. A 13 anni si iscrive all’Abbott Academy, un prestigioso liceo privato del Massachusetts che dà molto spazio alla creatività. Lei allo stesso tempo impara a usare la macchina fotografica dal padre e si iscrive a un corso di fotografia. Colpisce da subito le insegnanti: Francesca Woodman è giovanissima, è poco più che una bambina, ma ha già una incredibile maturità nella costruzione delle immagini, ma anche un senso di inquietudine che a quell’età di solito non si ha e non si dovrebbe avere. Lo dimostra uno dei suoi primi scatti divenuto davvero noto, quando a soli 13 anni Francesca Woodman si ritrae in una fotografia fortissima: non mostra il volto, si nasconde, ma allo stesso tempo mette in bella vista il cavo che serve per attivare l’autoscatto, per dimostrare a tutti che è lei l’autrice di quella incredibile fotografia. L’inquietudine è la vera protagonista.

Francesca Woodman, Untitled, Boulder, Colorado, 1972-1975

Nel 1975 si trasferisce a Providence per studiare alla Rhode Island School of Design e apre uno studio in una sorta di ex fabbrica, dove va a vivere. Francesca Woodman studia moltissimo, è appassionata di surrealismo, ma anche di storia naturale. Ha solo 18 anni quando realizza un’altra serie incredibile di autoritratti, uno di questi mentre emerge dall’acqua e si avvolge nelle radici di un albero che fuoriescono dal terreno che costeggia un lago. A sottolineare l’atmosfera cupa, che si fa quasi gotica, le lapidi di un cimitero che sorgono nel prato adiacente. Ancora una volta, il suo volto è parzialmente coperto. Il suo volto d’altronde è quasi sempre coperto, che sia in una casa semi abbandonata dal quale stacca pezzi di tappezzeria per coprirsi, come a voler sottolineare che la casa protegge, ma allo stesso tempo annienta, mette a tacere le donne nell’ambiente domestico di una società patriarcale e maschilista; è coperto anche quando Francesca Woodman sembra crocifiggersi allo stipite della porta, in un’atmosfera che suggerisce che lei stia volando, come fosse un angelo, un’immagine che però allo stesso tempo lascia in chi la vede un senso di angoscia, di tormento. Come se fosse appena successo qualcosa di orribile, di irrimediabile. Forse quelle foto per Francesca Woodman erano un grido d’aiuto, una richiesta di soccorso che aveva tutto l’orgoglio di voler rivendicare il proprio ruolo nel mondo, ma che allo stesso tempo urlava «venite a cercarmi, perché il mio volto non lo vedete, ma da qualche parte c’è, ve lo assicuro».

Francesca Woodman, Providence, Rhode Island – 1976

Nel 1979 si trasferisce a New York e le sue fotografie mostrano un coraggio incredibile, sono una sfida a un mondo chiuso e bigotto. E sebbene lei sembrasse solo un’artista capace e talentuosa che come tanti in quel settore era tormentata, in realtà il demone della depressione la stava consumando. Passa lunghissimi periodi a Roma, città che la influenza molto nel suo lavoro: le sue opere hanno infatti un sapore classico, ma allo stesso tempo sfuggente. Nel 1980 ottiene un’importante borse di studio in Inghilterra, dove ha a disposizione un suo laboratorio di sviluppo e dove si confronta anche con la fotografia da esterno e di paesaggio, riuscendo sempre in una costruzione potente e suggestiva. Realizza anche alcuni volumi, come quello intitolato ritratto di una reputazione, dove si ritrae inizialmente completamente vestita, per poi denudarsi scatto dopo scatto fino a scomparire, ma soprattutto un volume che poi verrà pubblicato e che è stampato su un libro di geometria. Lei sa che esiste un ordine razionale delle cose, un mondo in un certo senso geometrico e ordinato, e infatti in quel libro le sue fotografie sono circondate da formule e teoremi. Le immagini però sono caotiche, disordinate, affannose, quasi tachicardiche. Le pagine sono il mondo, le immagini il suo vero stato d’animo. È così che si sentiva dentro.

Untitled – New York – 1978-80

A poche settimane dalla pubblicazione di quel libro, ecco l’epilogo: il 19 gennaio del 1981, a soli 22 anni, si suicida buttandosi dalla finestra del suo appartamento di New York. Il suo nome stava cominciando ad affermarsi nel mondo dell’arte e in molti dissero che a spaventarla e caricarla d’ansia era proprio quel sistema, così competitivo e cinico, del quale stava per entrare a far parte. I genitori, distrutti, sono determinati a rendere omaggio al genio della figlia e la prima a capire la portata di quel talento appena scomparso è Ann Gabhart, la direttrice del Wellesley Art Museum, che le dedica una grande mostra. Francesca Woodman era un prodigio dell’arte, capace in una vita così breve di produrre centinaia di fotografie profonde e destabilizzanti. Una serie di immagini, in particolare dove si autoritraeva e allo stesso tempo si nascondeva, dove probabilmente cercava di preparare il mondo a un immaginario, a una lunghissima scena in cui è presente senza esserci.