L’identità rielaborata di Elisa Moro | Rolling Stone Italia

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L’identità rielaborata di Elisa Moro

Con il suo progetto 'It’s Really Not About Who Are You' Elisa Moro, fotografa friulana, tenta di disseppellire e reinterpretare con la fotografia una serie di legami che l’hanno formata, cresciuta, condizionata

© Elisa Moro

L’insieme di relazioni sociali e culturali che vengono tessute nei decenni all’interno – e all’esterno – del nostro gruppo familiare tendono a ripercuotersi di generazione in generazione; assunto un certo grado di consapevolezza, ci si inizia a interrogare su quale sia la propria natura, se essa sia frutto delle proprie esperienze o se sia stata indotta, più o meno consapevolmente, dal proprio cerchio genealogico.

La ricerca visiva di Elisa Moro, fotografa friulana, tenta di disseppellire una serie di legami che l’hanno formata, cresciuta, condizionata, nel tentativo di rendere questo percorso visuale un’esperienza collettiva nella quale qualsiasi osservatore possa ritrovarvisi. Nel corollario di progetti dell’artista udinese sulla tematica trattata, spicca It’s Really Not About Who Are You, installazione composta da una serie di bianchi e neri torbidi, scuri, ostici alla lettura e all’analisi, ma al tempo stesso estremamente eloquenti e diegetici.

© Elisa Moro

È necessario un secondo sguardo, più analitico rispetto al primo, per comprendere che i protagonisti di questi scatti sono i familiari dell’artista, che però si presentano coperti da uno strato grigio di mistero. Sono le braccia e le mani le uniche parti scoperte, vulnerabili ma forti al tempo stesso, che come rami e radici di un albero secolare collegano i vari scatti, frammentari e disorientanti solo a primo impatto. Il risultato di questa ricerca visuale è il tentativo di ricostruzione della propria identità, che trova le sue fondamenta in un percorso esistenzialista causale, che al “chi sei”, antepone il “perché sei”.

© Elisa Moro

Lo studio identitario di Elisa Moro rispecchia la fluidità baumaniana dei contenitori sociali postmoderni, ormai mutevoli e malleabili, facili da smontare, rimontare, interrogare e di-sezionare. Il nucleo familiare diventa una fucina di sperimentazione visiva, che viene tradotta dall’artista friulana in una serie di fotografie che non parlano, ma sussurrano, suggeriscono quella che è il risultato dell’identità attuale (ma mai definitiva, solo temporanea) di chi ha catturato le immagini e di chiunque possa usufruirne.

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