Home Black Camera Talents

Il lavoro del fotoreporter al fronte per ridare voce ai migranti

Le urla soffocate dei profughi del campo di Moria a Lesbo ritrovano la voce attraverso le fotografie di Stefano Stranges

Lesvos, Greece 2020 – The end of the exodus © Stefano Stranges

In un momento come questo, dove l’attenzione mediatica si concentra solamente sul coronavirus, soffocando ancora di più la voce dei profughi ammassati sulla collina di Lesbo, le foto di Stefano Stranges sono come un faro nella notte. Stefano è un fotoreporter che da anni documenta le più gravi situazioni in diverse zone del mondo. A inizio febbraio è stato al campo profughi di Moria a Lesbo per denunciare le condizioni estreme in cui vivono migliaia di persone i cui diritti sono stati negati.

Stefano sei andato a Lesbo per un lavoro su commissione o per interesse personale?
Per questo lavoro non avevamo una commissione ufficiale, alcuni editori sembravano interessati alla storia ma non sapevamo bene cosa si sarebbe potuto raccogliere e pubblicare. Scrivere per mensili o settimanali, dove ho principalmente dei contatti, poteva essere rischioso perché la notizia sarebbe uscita troppo tardi. Inoltre la situazione già a febbraio era critica, girava voce di milizie che volevano bloccare le strade impedendo di lavorare ai giornalisti. Alla fine, con la giornalista Federica Tourn, abbiamo ugualmente deciso di partire perché volevamo dare voce a questo scempio. Siamo arrivati lì qualche giorno prima che scoppiasse il caos.

Lesvos, Greece 2020 – The end of the exodus © Stefano Stranges

Avevate dei contatti sul posto? Quanto vi siete fermati?
I giorni prima di partire abbiamo preso contatti con delle persone che ci potessero inserire al meglio. Nawal Soufi, un’attivista che sta dedicando la vita a queste persone, ci è stata di grande aiuto, conoscendo l’arabo ci ha fatto da traduttrice. Grazie a lei abbiamo potuto portare dei medicinali e delle valigie con vestiti per donne e bambini. Poi siamo rimasti per otto giorni e abbiamo girato il campo più o meno a tutte le ore.

Descrivici la situazione al tuo arrivo.
Il campo profughi è stato concepito per 2500 persone, ma ora sono più di 20.000,  un disastro. Intorno all’hotspot si è formata tutta una zona abusiva che sembra una giungla e tutta la collina ora è una tendopoli. Paradossalmente la zona peggiore è quella dentro l’hotspot governativo, dove dovrebbe esserci un maggiore controllo. Lì regna l’anarchia, specialmente di notte quando alcune bande si radunano, fanno uso di droghe e alcool e rubano nelle tende costringendo le persone a chiudersi nei propri spazi nella speranza che non accada nulla. Le donne di notte non possono andare da sole al bagno, ma devono essere scortate da quattro uomini altrimenti rischiano di essere violentate. La rete di recinzione in alcuni punti è tagliata e da lì, evitando i controlli, entra di tutto, dalle droghe alla prostituzione. Le sere dopo la consegna delle mensilità dei 90 euro sono le peggiori: le bande spendono questi soldi in droghe sintetiche e alcool e, sapendo che ognuno tiene quel denaro nella propria tenda, la situazione diventa pericolosa e la polizia non è tua amica.

Dietro ogni persona c’è una storia. Quali testimonianze ti hanno colpito di più?
Un giorno siamo riusciti ad entrare nell’hotspot, dove ho potuto trascorrere del tempo con i migranti e farmi raccontare le loro storie. Ho conosciuto una famiglia afghana, il cui padre è un ingegnere che, due anni fa, è stato costretto a fuggire dal suo Paese dopo una serie di minacce e rappresaglie nei confronti della sua famiglia da parte dei Talebani. Ci hanno anche salvato da un afghano strafatto che era comparso con un bastone chiodato. La loro tenda è stata il nostro riparo per un paio d’ore.
Poi ho conosciuto Abdullah, un ragazzo di vent’anni fuggito dall’Afghanistan per poter fare l’artista, mestiere per cui lo avrebbero ucciso nel suo Paese, mi ha raccontato. Una volta raggiunto il confine tra Serbia e Grecia, per venire qui ed essere libero di dipingere, è saltato da un treno perdendo le gambe. Mentre ero con lui nella sua tenda ho potuto vedere tutti i suoi quadri, uno in particolare mi ha colpito, rappresentava una sorta di angelo con la scritta ‘Freedom for all’.
Un’altra sera siamo stati in una tenda di giovani ragazzi siriani, dove abbiamo trascorso almeno tre ore a parlare e cantare. Eravamo seduti per terra in mezzo agli scarafaggi e alcuni di loro avevano anche la scabbia. Ci hanno detto che il controllo per una cura sarebbe stato da lì a un mese. C’è stato un momento in cui uno di loro si è commosso perché eravamo i primi giornalisti stranieri ad interessarci e ad ascoltarli. Pochi giorni dopo uno di loro ha tentato il suicidio, cosa ormai comune anche tra i bambini. È una follia.

Lesvos, Greece 2020 – The end of the exodus © Stefano Stranges

In alcuni scatti vediamo una manifestazione e poi il caos. Cos’è successo?
Il 3 febbraio i profughi hanno deciso di manifestare per le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere. Nonostante in prima linea ci fossero donne e bambini a testimonianza di una manifestazione pacifica, a un certo punto è scoppiato il caos. Io ero davanti e ho visto la polizia che ha iniziato a sparare gas lacrimogeno contro le prime linee. C’erano bambini che piangevano e non riuscivano a tenere gli occhi aperti. A un neonato usciva della bava bianca dalla bocca e c’era gente ferita. Siamo corsi a comprare delle casse d’acqua in un distributore lì vicino per aiutare le persone che stavano soffocando a causa dei gas. Una situazione di protesta pacifica si è trasformata in guerriglia. Nei giorni successivi è stato uno scompiglio totale: le persone lanciavano pietre e appiccavano fuochi. Durante la notte ci sono state delle rappresaglie nel campo e hanno portato via delle famiglie che nessuno sa dove saranno mandate. La cosa che più mi ha sconcertato è che in quel momento mi trovavo su un’isola greca, in Europa, dove di solito si va in vacanza e invece sembrava di essere al confine tra Turchia e Siria. Un’unione che abbandona i suoi Paesi lasciandoli alla mercé del loro problema. Dall’isola di Lesbo si vede la costa turca, ovviamente non ci vuole niente ad attraversare. A quanto pare essere circondati da coste e tanta acqua, ora è un guaio. È un’isola che vive di turismo, ma sta dividendo il suo spazio con questo disagio. È surreale.

Lesvos, Greece 2020 – The end of the exodus © Stefano Stranges

In tutti questi anni hai conosciuto moltissime persone che ti hanno raccontato le loro storie. Ti porti appresso un bel bagaglio. Pesa tanto?
Ho dovuto imparare a filtrare. Lasciare passare la parte positiva che mi ha arricchito molto e lasciare fuori quella negativa. Ultimamente va di moda usare la parola ‘empatia’ tra noi fotografi giornalisti che, secondo me, è un po’ troppo forte per quello che facciamo. Potrei dire che siamo ‘semi-empatici’, altrimenti non usciremmo più da determinate situazioni e la notte non si potrebbe dormire.

Stefano secondo te la fotografia può risvegliare gli animi?
Spero di sì, mi auguro che lo faccia, con questo mestiere non potrei non pensarlo. Ci sono dei momenti in cui la perdo questa speranza e mi viene da piangere, ma poi ripongo nuovamente fiducia in questo suo potere.