Il dramma degli ulivi salentini nelle fotografie di Leonello Bertolucci | Rolling Stone Italia

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Il dramma degli ulivi salentini nelle fotografie di Leonello Bertolucci

Sessanta milioni di urla silenziose
: uomini e alberi, entrambi colpiti da una pandemia mortale, Covid-19 e Xylella. Nelle immagini di Bertolucci il racconto di un percorso magico e drammatico attraverso i loro 'ritratti'

© Leonello Bertolucci

Delle due l’una. L’impatto con un evento come la pandemia da Coronavirus mette un fotografo – e ha messo anche me – davanti a un bivio: attivarsi o restare fermo. Nel primo caso fotografare, mostrare il proprio punto di vista, le proprie paure, le proprie emozioni, raccontare la realtà in modo diretto o indiretto. Nel secondo caso entrare in “modalità meditazione”, un percorso di elaborazione e consapevolezza sulla situazione personale e planetaria che non porta necessariamente all’esigenza di fotografare.
Il fatto è che davanti a questo bivio non siamo noi a decidere, ma dobbiamo arrenderci alla constatazione che la strada viene imboccata dalla nostra psiche in modo istintivo e naturale.

Tutto questo per dire che io, fotografo professionista da decenni, pieno di passione e fiducia nel racconto fotografico di fatti, persone e cose, mi sono ritrovato sulla seconda strada. Per mesi e mesi non ho scattato nemmeno una foto, mentalmente e creativamente bloccato, con molta più voglia di passeggiare in riva al mare che di fotografare.

 Ma poi. 
Ma poi sono tornato (ci vado spesso) in una terra che per me rappresenta la magia, la pienezza, la pace, l’armonia e la scoperta: il Salento. Qui purtroppo sta avvenendo un’ecatombe che coinvolge milioni di ulivi, uccisi da un’altra pandemia, quella della Xylella Fastidiosa, causata da un batterio che dilaga senza rimedio.

© Leonello Bertolucci

Il paesaggio pugliese sta morendo, quelle distese infinite di ulivi spesso secolari con le foglie argentee brillanti al sole sono sempre più sostituite da “cimiteri” a perdita d’occhio, scheletri arborei che urlano il loro dolore nel silenzio delle campagne.
 E a un certo punto ecco il cortocircuito, la scintilla emotiva che mi rimette in moto fotograficamente: un numero.
 Sì, un numero, quello di sessanta milioni, che accomuna gli abitanti dell’Italia e gli ulivi pugliesi. 

Immediatamente vedo un tragico parallelismo che determina il mio risveglio dal “letargo fotografico”. Sessanta milioni di italiani e sessanta milioni di ulivi la cui sopravvivenza è minacciata da una malattia: Covid-19 per gli uni, Xylella Fastidiosa per gli altri.

© Leonello Bertolucci

Anche la terminologia è condivisa tra le due patologie: focolai, cluster, zone rosse. Una situazione di per sé tragica prende in questo caso i caratteri del fato avverso, di un sortilegio, di una fattura malefica. Tra distopia e soprannaturale, emerge il lato oscuro di una presenza molto avvertibile in Terra d’Otranto – come anticamente si chiamava il Salento – quella della magia. Tra macare (il nome dialettale dato alle streghe), riti del fuoco, altari ancestrali al dio sole, credenze, culti pagani della fertilità e della madre terra, tarantate, sciamani, e altro ancora e ancora, arriva forte l’impressione di essere molto piccoli e impotenti, in balìa di forze volubili quanto ingovernabili, a volte oscure, come adesso, ma in altri momenti dionisiache e di accecante seduzione.

© Leonello Bertolucci

Forze che, da sempre, tutte le civiltà – e quelle contadine in particolare – hanno cercato di accattivarsi, tra preghiere e riti propiziatori, tra sacro e profano.

Fatto sta che mi sono messo a vagare, a piedi e in rispettosa solitudine, tra gli ulivi disseccati, e ho cominciato a vedervi sembianze umane, saldando in modo quasi soprannaturale e inaspettato quelle due popolazioni unite da un numero e da una sventura. Ho provato emozioni forti, mentre gli ulivi spalancavano bocche, alzavano braccia al cielo, mi venivano incontro.

© Leonello Bertolucci

Tutto è accaduto rapidamente, troppo rapidamente per non darmi l’impressione di un sogno. Vedere e fotografare un certo numero di volti materializzarsi in quelle cortecce pensavo avrebbe richiesto tempi lunghi, infinite peregrinazioni, ripetuti sopralluoghi per trovare la luce giusta, e invece loro erano lì a chiamarmi, a segnalarsi alla mia attenzione, in una dimensione “operativa” che – come fotografo – non avevo mai sperimentato. 
Quando se ne va un uomo anziano, ma anche un ulivo secolare, si perde un testimone del tempo, un pezzo della memoria collettiva. E cosà è una fotografia se non, anzitutto, memoria?