Diego Armando Maradona: iconografia di un mito su pellicola | Rolling Stone Italia

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Diego Armando Maradona: iconografia di un mito su pellicola

Dal Napoli alla nazionale argentina, dal bianco e nero ai colori, la storia fotografica del più grande calciatore di tutti i tempi, un'icona totale che ha lasciato un segno indelebile sulla nostra cultura

Maradona a Napoli © Sergio Siano

Un uomo al centro di un campo, i colori sbiaditi di una tuta azzurra, il pantaloncino gli taglia perfettamente la coscia permettendo a ottantamila spettatori di riconoscere il chiaroscuro perfetto dell’anatomia delle sue gambe. Sta ballando, sì, ma con una palla al piede, il volto sbarbato è quello di un bambino, i capelli folti e ricci, scuri. È un riscaldamento insolito che si compone di movimenti impropri, fuori dagli schemi freddi dei preparatori atletici, lontano dalle indicazioni del commissario tecnico che mastica a bordo campo parole e ordini per i suoi. Balla, Diego Armando Maradona, prima di una finale di coppa Uefa a Stoccarda nel 1989. Indossa la maglia del Napoli, il volto sereno e beffardo di un ragazzino che sa che quello che deve fare è solo nascondere la palla ai difensori, aprire spazi dove spazi non ci sono, smarcare, tirare, segnare. La sua fronte è distesa, un guizzo nello sguardo latino, il dolore che gli segna gli zigomi. La palla neanche la guarda, la sente, incollata al piede mentre piove dritta sugli scarpini slacciati. Sembra una protesi naturale del suo corpo. Un ghigno provocatore e infantile, così perfettamente insolente da mettere i brividi. Nel suo sguardo lontano un’intenzione, una volontà, qualcosa che non sarà mai afferrabile da chi lo ha circondato. Il segreto del calcio dentro la sua mente è pesante come una palla sgonfia su un campo bagnato.

 

Nel 1989 le fotografie si scattano in pellicola, uno degli sponsor dell’evento è AGFA, i fotografi dietro le linee del campo hanno un bel da fare, avvolgono la pellicola, ritagliano immagini del campo in cui sanno che qualcosa di grande e insolito sta per accadere. Ognuno sa che quando lui è in campo la magia incombe. Bisogna stare attenti, tenere l’occhio strizzato nell’obiettivo, o la foto del secolo potrebbe sfuggire. Danza anche quando il match è cominciato, Diego, la palla non gli si stacca mai dai piedi. La sua squadra vince la finale, a Napoli è un eroe. Quella maglia bianca e azzurra si ritaglia uno spazio nella storia, il suo volto si imprime nella coscienza di una comunità, marchiato a fuoco nel cuore dei napoletani, della gente normale, degli ultimi e degli scugnizzi che con un coro unanime scandiscono quattro sillabe: Ma-ra-do-na.

Prensa Latina, Diego Armando Maradona nel 1986

Il ragazzo è nato con il calcio addosso, suo padre possiede una piccola squadra, la Stella Rossa di Lanùs, in cui Diego Armando dimostra immediatamente il suo talento. La sfera gli sta in testa, oltre che tra i piedi, la sua mente interpreta ogni singola reazione che i suoi gesti hanno sui movimenti della palla, sembra vedere sempre prima il ragazzo-miracolo, il pibe de oro, sembra anticipare la gravità. Vederlo giocare è uno spettacolo assoluto. L’iter è segnato, la selezione nelle giovanili dell’Arjentinos Junior di Buenos Aires, poi il Boca, i fotografi scattano, inconsapevoli della portata di quelle pellicole, di quelle immagini che contribuiranno a costruire la struttura di un idolo. La pasta di cui è fatto fa vibrare gli stadi, intorno a lui il calcio si serra e impara sempre qualcosa di nuovo. Ma il Boca è in grave crisi economica, non si può permettere di acquistarlo definitivamente dal prestito. Il Barcellona chiama, Diego accetta.

Buenos Aires, 1981. Maradona al Boca Juniors nello stadio La Bombonera

Dentro di lui scorre il sangue latino, è un fluido che va più veloce, si scalda subito e quasi bolle. La strada e la miseria, i cortili malandati dove Diego palleggia con qualsiasi cosa gli capiti a tiro, lo sguardo di tutti quelli che non ce la faranno, non arriveranno dove lui sarà in grado di arrivare. Quegli sguardi, quei palloni sdruciti, i piedi scalzi e le mura cadenti Diego li porterà con sé, costituiranno i muscoli e i nervi, lo faranno scattare come una molla sotto i calci istintivi e disperati degli avversari, costituiranno la legittimazione di ogni sua scelta, anche per quelle più controverse e dibattute che genereranno polemiche insidiose, che gli scaveranno una trincea emotiva intorno ai piedi: marcatura stretta. La fiamma argentina è inarrestabile. E quando un difensore basco interviene su di lui spaccandogli una gamba durante una partita contro l’Athletic Bilbao, Diego tace, ingoia, come fa chi è abituato a mandar giù le ingiustizie. Ma qualcosa dovrà pur cambiare, pensa Diego, e sarà l’istinto di tutta la sua vita, la volontà di ferro che lo porterà a essere la spina nel fianco dei ricchi del calcio, dei super manager che vorrebbero stritolare la sua immagine per ricavarne tutto il succo prezioso, da bere di fretta. Diego Armando si riprende dall’infortunio, ci mette relativamente poco. Quando torna in campo e si ritrova davanti il basco, parte una rissa furibonda. La violenza della strada, la rivalsa dal sapore di sangue e lamiera, la vendetta, diventano uno scenario che tornerà ancora nella carriera e nella vita di un uomo che non ha mai chinato la testa. Da ora in poi, nessun compromesso.

 

Nel 1986 l’Argentina sta attraversando il processo di democratizzazione successivo alla caduta della dittatura militare. Uno dei temi scottanti è la guerra delle Falkland-Malvinas, un arcipelago di isole distante circa 380 chilometri dalla costa sudamericana. La sconfitta dell’Argentina in questa guerra ha costituito una battuta d’arresto nei processi di decolonizzazione e riapre la questione del Sud e del Nord del mondo, con gravi ripercussioni sullo status politico degli stati sudamericani. È l’anno dei mondiali in Messico e Diego Armando Maradona è il capitano della formazione albiceleste. Capolista uscente dal girone A, il 22 giugno la squadra guidata dal pibe incontra l’Inghilterra ai quarti di finale. La sfida diventa politica, oltre che sportiva: una questione di orgoglio nazionale e di classe che infiamma gli spalti. Eduardo Longoni è un fotografo argentino laureato in storia e si guadagna da vivere scattando fotografie in prestigiosi eventi sportivi. Il giorno della partita è inviato sul campo per conto dell’agenzia Noticias Argentinas, ma arriva allo stadio Azteca in ritardo a causa del traffico che ingorga le strade: Città del Messico è un cantiere aperto per via del terribile terremoto dell’anno precedente. Quando arriva allo stadio monta di fretta la sua attrezzatura. Scatta con una Nikon su pellicole Kodak e ha allestito nello stadio una piccola camera oscura. Il primo tempo della partita è teso, la palla rimbalza serrata tra i piedi degli avversari. Si aprono pochi spazi. Sullo zero a zero le squadre scendono gli spogliatoi. Longoni cambia postazione, si avvicina alla porta di Peter Shilton, portiere della squadra della Regina, monta di nuovo l’attrezzatura e aspetta che le squadre tornino in campo. Tutto succede in fretta, come le cose terribili e quelle magnifiche. Maradona tenta un’incursione nella metà campo avversaria, poi serve Valdano che controlla male, ne scaturisce un rimpallo che manda la palla in aria. Il portiere esce dallo specchio della porta e si appresta a saltare. Diego sbuca dal nulla, segue un tempo perfetto, salta altissimo, oltre la testa del portiere. In quel momento la macchina Nikon di Longoni scatta per tre volte di seguito. La palla cade proprio su Maradona, rimbalza sul suo corpo, sembrerebbe sulla mano, e finisce in rete alle spalle del portiere. Diego esulta con il pugno chiuso sotto gli spalti, si legge la scritta su uno striscione: Las Malvinas son Argentinas.

La mano de Dios, Città del Messico 1986 © Eduardo Longoni

Longoni capisce subito che il gol è irregolare, ma l’arbitro conferma il risultato. Uno a zero. Il gol che segue, firmato sempre dal capitano argentino, sarà considerato il più bello del secolo. L’argentina vince la partita. Una forma di giustizia popolare riverbera attraverso il calcio, Maradona ne diventa il simbolo. Longoni tiene per sé gli scatti del gol di mano, cede il resto al team Kodak. Quando procede all’iter di sviluppo il suo volto incredulo riflette nella vasca del bagno d’arresto. Lo scatto, ottenuto quasi per errore, ritrae Maradona in aria, la faccia stretta in una smorfia, il pugno sinistro sollevato e chiuso sopra la testa, la fascia da capitano stretta intorno al bicipite. La palla gli va incontro, è sospesa, tutto è sospeso: non sappiamo quello che succederà. È una fotografia che fa il giro del mondo, è un documento incredibilmentemetaforico, vivo, immensamente problematico, sebbene un altro scatto, quello a colori di Alejandro Ojeda Carbajal – ad oggi – sia considerato quello ufficiale di un evento grandioso e semplice noto a tutti come La mano de dios.

A Napoli Diego è un dio. La stagione in cui arriva, la squadra conquista la metà classifica, nel 1987 il primo scudetto, ne vince un altro dopo due anni e nel 1989 raggiunge un titolo europeo. Nei quartieri un canto d’amore inonda i lastricati ogni domenica, la gente si stringe intorno a un’idea di riscatto. Napoli Colera, il sud dell’Italia, un territorio abbandonato e meraviglioso, critico. Maradona è il migliore di tutti, e se ne sta a Napoli. Ad Acerra una mattina organizzano una partitella amichevole. Un bambino è malato e la sua famiglia non ha i soldi per curarsi, un compagno di squadra lo dice a Diego, che non ha la minima esitazione. Paga di tasca sua la quota milionaria dell’assicurazione – Ferlaino temeva un infortunio del pibe e per questo si era opposto all’iniziativa – e si presenta in divisa azzurra. I fotografi, anche in questa occasione, scattano. Maradona si riscalda in un campetto pieno di fango, malmesso, ma non stona con il contesto, il fango sembra stargli bene addosso, sorride, palleggia, dà spettacolo. Per Napoli Diego è tutto, un dio, è rispettato, ma perché il rispetto ha saputo guadagnarselo. Se la camorra lo cerca, se la vita notturna lo affascina, se la cocaina lo prende nella sua morsa seducente è perché il tessuto è complesso, eterogeneo, su livelli diversi. Difficile comprendere, facile giudicare. Diego diventa un simbolo per tutti, il leviatano degli ultimi. La sua maglia è un rosario nelle mani di un bambino. I suoi gol restituiscono dignità a un popolo, il retaggio della lotta per la sopravvivenza intreccia una corona di spine sulla sua testa. Gli anni Ottanta delle pellicole, delle auto e delle donne, le pellicce costose, i gioielli alle dita e intorno al collo. Gli anni delle feste, della violenza subdola del libero mercato, della polarizzazione ideologica, dei mutui a tasso agevolato, gli anni di quando il sogno era realizzabile, ma si incarnava davvero solo in pochi eletti, un sogno che incollava col ferro da stiro i nomi degli sponsor sulle maglie, gli anni ottanta degli Agnelli, dei governi socialisti, democristiani, spalline nelle giacche e champagne nei bicchieri, dolore nel cuore, segreti nella testa. Gli anni più belli per il calcio e per i tifosi, anni che gioca Maradona e il giudizio della storia è sospeso.

Parigi, 1981 © Gabriel Duval

L’immagine di un uomo nelle fotografie produce una nuova iconografia, il volto teso, l’espressione di sfida, quella sensazione di inafferrabile genio, d’un tratto la palla si muove e smettiamo di esistere. Così le immagini, il volto, i tatuaggi che testimoniano incontrovertibili la vicinanza all’ideologia comunista, tatuaggi di altri che a loro volta sono diventati miti – mito nel mito – un’iconografia che procede per frattali e si sveglia nell’anima di chi crede che Maradona non sia solo una questione di calcio, di pallone, ma sia l’espressione di una contingenza e di un’urgenza, fattasi carne e ossa, divenuto santo e demone, capace di mobilitare e smobilitare a suo piacimento, o inconsapevolmente a piacimento di altri. L’uomo muore, ma non muore il mito, la polemica si spegne, ma resta il nucleo. Il ragazzo troppo forte ora debutta nella squadra dell’eterno.