Come la fotografia ha raccontato il G8 di Genova | Rolling Stone Italia

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Come la fotografia ha raccontato il G8 di Genova

A vent'anni dalle violenze di Genova del 2001, appare evidente la necessità di ritornare a guardare quelle immagini, a fatica, con dolore, con sospensione del giudizio, perché non si dimentichi ciò che è accaduto

© Dylan Martinez: Carlo Giuliani. 20-07-2001

Un lenzuolo bianco, macchiato di rosso – rosso il colore del sangue che torna e che insozza, che a quanto pare si lava con l’acqua fredda altrimenti non va via, ma come dicono alcuni «non pulite questo sangue», contribuendo a tenere in piedi l’imperativo etico della memoria – è un oggetto sotto il quale si nasconde un corpo, questa volta sì, non sembra che la copertura serva a restituire dignità a una vittima il cui corpo giace al suolo, casomai appare evidente la necessità di nascondere un crimine. Un assembramento di caschi blu difende la scena del crimine, il sangue, il massacro. Eccolo, il corpo riverso al suolo, coperto in fretta per nascondere l’immagine alle macchine fotografiche, all’opinione pubblica; ma nonostante l’intento di nascondere, di censurare, di inquinare l’immagine di un gioco di forze che deraglia dai limiti-binari della civiltà, l’evidenza è lì, che comunica nella sua indicibilità. Ecco la fotografia di un omicidio che esala un odore acre di repressione, di violenza strategica e di dittatura. Ecco le immagini che inchiodano i colpevoli. Fotografie con una grana anni duemila, sono i documenti di un atto storico che ancora brucia, o “brucia ancora”.

© Mirco Toniolo – Agenzia Fotografica Errebi – 20-07-2001

Il sangue, invece, l’hanno pulito, è stato assorbito da qualche chilo di segatura, come si fa quando qualche bambino si sente male e rigurgita, alle scuole elementari, e arriva un collaboratore scolastico a mettere ordine, a ripristinare la pulizia con la scopa e con la paletta. Così quella sporcizia nella testa di qualcuno somiglia proprio a un fatto infantile, a un atto impulsivo e irrazionale, la segatura e i fiori per chi se l’è cercata, e va spazzata via in fretta. Il secondo assembramento è più meticcio del primo, non ci sono le divise, di spalle, asserragliate per nascondere il corpo di Carlo Giuliani, ragazzo romano. Ci sono le compagne e i compagni, gli amici. Abituati a stringersi nella rabbia technicolor delle mobilitazioni, ora si raggruppano nell’incredulità che ormai bagna i corpi di acqua fredda che serve a ripulire il sangue. Va via dalle mani, dal lenzuolo, va via anche dall’asfalto. Ma non va via dalla memoria. Sono le immagini di una generazione che prova a opporsi a un modello di sviluppo economico, e che trova l’esplicitazione di una dittatura proprio lì, a Genova, dove si riuniscono i capi delle democrazie più potenti del mondo per il G8. 19, 20, 21 e 22 luglio 2001. Il cortocircuito è evidente, e dopo vent’anni è una ferita aperta da cui sgorga sangue che non viene via, né con l’acqua, né con altro. La fotografia c’è chi la fa ancora in pellicola, nel 2001. È ancora una fotografia che rende la concretezza della realtà in maniera porosa e tridimensionale, ritaglia pezzi di cose successe e le restituisce come grumi di materia organica lanciati nelle fauci dei media e dell’opinione pubblica. Che questo accadesse in Italia era impensabile, ma prevedibile. Pezzi di parti sociali, centri sociali, movimenti, partiti politici, sindacati, una enorme massa critica consapevole della possibilità storica di costruire un modello di sviluppo differente, arriva a Genova come un’onda anomala che scuote le banchine del porto. Troppa gente in una città troppo piccola – la mano del complotto si muove veloce e stringe ministeri, uffici, caserme, trama e brama la fine del movimento no global. La massa che si raduna in cortei oppone un modello sociale differente: solidale e colorato, toni che la pellicola rende evidenti, se si ha lo stomaco per guardare quelle fotografie. Gli otturatori delle macchine usa e getta si serrano in un arco di tempo che confonde le idee, perché la violenza si scatena in un attimo, veloce come i tempi di scatto tenuti al minimo perché di luce ce n’è in abbondanza, ma anche di buio ce n’è, ce n’è eccome.

Corpo Giuliani coperto da un lenzuolo via Espresso.it

Tra i colori principali di quelle giornate sono due ad emergere come minacciosi galleggianti, resi nelle varie sfumature in maniera perfetta dai rullini Fujifilm e Agfa. Il rosso del sangue, rosso laccato, magenta, carne viva e fluida, rosso che quando si rapprende diviene scuro, bordeaux, rosso che tende al marrone, al nero. Ce n’è dappertutto, sull’asfalto grigio piombo che restituisce il calore delle giornate roventi, sui marciapiedi e sulle saracinesche dove bande armate di poliziotti, finanzieri, carabinieri, persino polizia municipale, perpetrano violenza su gruppi isolati in maniera indiscriminata. Imbrattano la città, vandalismo al contrario, ma più feroce. C’è il rosso che si forma nei dintorni delle ecchimosi, più vivo, striato. Ci sono le pozze scure, quelle della Diaz e della caserma di Bolzaneto, dove si consuma la tortura. E poi c’è il blu, il blu del mare di Genova e il blu dei caschi e dei mezzi della celere. Reparti di polizia che tritano corpi nelle cariche, sono ovunque, picchiano duro. Anche gli spezzoni con i servizi d’ordine più duri (con le bandiere rosse e gli scudi di plexiglass), fanno fatica a reggere la violenza delle forze dell’ordine. È il blu del cielo dove salgono i fumi dei gas lacrimogeni, delle fiamme che lambiscono le auto, dove si rifugiano i desideri e le paure di chi, per sbaglio, sbaglia strada, e si trova un reparto di polizia pronta a picchiare. E infine c’è un corpo, disteso inerme sul suolo di Piazza Alimonda, un corpo che viene riconosciuto, a cui si dà un nome, la prima vittima di una violenza omicida, diventa un simbolo, un martire – questo è un fatto. Inutile la cronaca dei fatti, la ricostruzione storica nota a tutti. È un corpo magro riverso al suolo, un proiettile gli ha spezzato la vita, un estintore è rotolato e si è fermato a pochi metri dove il suo corpo è rimasto immobile, schiacciato due volte dalla manovra del mezzo dei carabinieri. Il corpo è al centro delle inquadrature, testimonia da sé, nel silenzio che cavalca per la piazza subito dopo il suono e la eco dei colpi esplosi da Mario Placanica, carabiniere. L’immagine della morte si riproduce su diversi formati e supporti, si concettualizza e rende l’idea di un sacrificio, ma anche di un immenso spreco.

Genova, 21 luglio 2001. Lungo Mare. Un poliziotto lasciato nel vuoto da una carica molto violenta delle forze dell’ordine. © Francesco Acerbis

Ogni giudizio deve essere sospeso, se c’è qualcosa che la fotografia fa molto bene è tacere. Ma è evidente la necessità di ritornare a guardare quelle immagini, a fatica, con dolore, perché non si dimentichi. È importante comprendere quello che è accaduto, e soprattutto perché continua a ripetersi in uno stato che è indietro su questioni importanti come il reato di tortura, ma continua a definirsi democratico e all’avanguardia. Uno stato in cui la violenza della polizia si riproduce ancora, sempre uguale a se stessa, sempre impunita. Sono passati ormai vent’anni da quel 20 luglio 2001, vent’anni che hanno scavato nella coscienza di chi a Genova in quei giorni ha aperto gli occhi su una realtà inimmaginabile, ma quello che è stato un importante avvenimento storico è ben lungi dal potersi considerare un capitolo chiuso. C’è un ragazzo riverso al suolo, morto, ucciso, c’è la tortura indegna di macellai professionisti sguinzagliati come cani per reprimere una pericolosa e scomoda massa critica. C’è il dolore dei pestaggi, il sangue e i lividi, la repressione, gli abusi. Ci sono però le testimonianze, le fotografie, i filmati, i processi. C’è una parte di paese che non accetta, che ancora si contorce ripensando a quanto accaduto – e a quanto ancora accade. È una parte di paese che vede in quelle fotografie una possibilità di riscatto, una restituzione di verità, che vede un ragazzo, riverso al suolo. Vivo.

Dal 19 al 24 luglio a Milano, alla galleria STILL di via Zamenhof 11, sarà esposta la mostra 20G8 – Ferite, Memoria, Futuro che con oltre 120 fotografie ripercorre i fatti di Genova del 2001.