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Capitol Hill: immagine e corpo dell’eversione americana

Qual è stato il ruolo della fotografia nel racconto delle violente proteste negli Stati Uniti? Abbiamo provato a rileggere quanto accaduto a Washington attraverso un'interpretazione iconografica

Photo by Win McNamee/Getty Images

Quello che la fotografia ci racconta di se stessa è oggetto di dibattito sin dai tempi della sua nascita, nei primi decenni del XIX secolo. Lo statuto di questo linguaggio non ci permette ancora di definire con oggettività il suo ruolo all’interno dello scenario della cultura umana, almeno non in maniera definitiva. Ma una delle forme che la fotografia ha – in quanto linguaggio – è quella di documento, di fonte, di imprescindibile testimonianza dello stato delle cose. Il fotografo è testimone di un accaduto, di un è-stato, e come tale assume un ruolo fondamentale nella definizione storiografica; il testimone assume un potere, si fa carico dell’operazione di trasmissione di un dato evento, o di una sequenza di fatti.

In queste ore dagli Stati Uniti sta arrivando un’enorme quantità di questo genere di fonti fotografiche. Le immagini rimbalzano sui media, si riproducono in modo trasversale e ci inducono a dibattere di nuovi scenari. Fotografie aventi come oggetto il delinearsi di una situazione che non si era mai data all’interno del panorama politico nordamericano adesso riportano all’attenzione mondiale cause ed effetti del risultato dell’ultima tornata elettorale statunitense. Nel giorno della ratifica da parte di Camera e Senato della vittoria dei democratici Joe Biden e Kamala Harris, centinaia di manifestanti sostenitori di Donald Trump hanno attaccato in forze – molti di essi armati – la sede del Campidoglio a Capitol Hill, a Washington riuscendo a fare irruzione all’interno del palazzo, invadendo uffici e camere, prendendo possesso degli scranni del potere e ritraendosi orgogliosi in autoscatti celebrativi di un atto eroico che fa molto patriota 2.0. La composizione sociale di tale massa è eterogenea e composita, ma non è difficile intuire a quale matrice politica appartenga, odori stantii di miasmi reazionari e squadristi aleggiano nella capitale, si impadroniscono della pubblica piazza suggerendo all’opinione pubblica il timore dell’eversione.

Photo by SAUL LOEB/AFP via Getty Images

Un uomo cammina fiero all’interno di una grande sala, sulle pareti sono affissi i dipinti delle grandi personalità della Federazione di Stati che costituisce il corpo politico e territoriale degli Stati Uniti, un busto in gesso sembra guardare altrove, quasi indifferente, issato all’interno della sua rigida convinzione di padre fondatore volta il capo, sconcertato da quello che sta avvenendo all’interno di quel luogo. L’uomo sembra marciare, la rabbia e la fierezza gli riempiono il petto, sulle spalle un’asta di legno su cui è issata la bandiera dei confederati, avanza sala dopo sala fino all’aula delle riunioni del Congresso, una forma di violenza che sancisce lo stop del naturale processo democratico che porta alla nomina del nuovo Presidente. Un altro uomo sta in piedi su una rampa di scale, alle sue spalle un’enorme tela dipinta a olio rappresenta uno dei momenti salienti della storia del Paese, la sua posa è sgraziata, a dire il vero, poco plastica, anche lui tiene tra le mani una bandiera, è rossa e vi è scritto a caratteri cubitali: «Trump is the president». In testa, sotto un cappuccio nero, il berretto con lo slogan «Keep America great». La composizione dell’immagine lo incastra al centro, ritratto dal basso, sul lato sinistro questa bandiera fa da contraltare a quella del dipinto, la simmetria suggerisce una nuova rappresentazione: impossibile arretrare, è negata ogni possibilità di compromesso. Sono immagini che si sovrappongono alle immagini storiche rappresentate nei dipinti, nello sfarzo del più importante dei luoghi dell’esercizio del potere democratico. Sono fotografie che ripercorrono la guerra di secessione, la sconfitta dei confederati, il loro sentimento di rivalsa mai spento, il razzismo su cui è fondato un paese, razzismo di Stato che ha dato vita a escalation di violenze in tutto il territorio nazionale per decenni, a più riprese. Sono uomini bianchi, suprematisti, Proud Boys, nostalgici sudisti, nazionalisti, razzisti, sono esponenti di una società incastrata in meccaniche di odio e repressione che non arretra, non si scompone. Sono ferite che si riaprono, che mettono in discussione la tenuta democratica di una delle più importanti nazioni al mondo, e che fanno discutere.

Photo by SAUL LOEB/AFP via Getty Images

Due uomini armati indossano giacche tattiche e divise mimetiche con elmetti. Sembrano pronti per una battaglia, uno di loro tiene il dito fermo sul grilletto, è un miliziano pronto a esercitare il suo diritto al ricorso delle armi, come sancito dalla costituzione a cui si appella. A Capitol Hill, ieri, erano presenti numerosi esponenti di gruppi armati paramilitari di matrice suprematista, partecipi in tempi recenti di scontri con gli attivisti del movimento Black Lives Matter in numerose città del Paese. Sono uomini pronti a scattare al richiamo del presidente ancora in carica che in una dichiarazione legittima ciò che è accaduto sostenendo che «questo succede se una vittoria è strappata ai patrioti». Ciò che è evidente, però, è la totale assenza di rivendicazioni politiche intrinseche a questa operazione. Nessuno ha avanzato o rivendicato posizioni chiare che mettessero in discussione la nomina ufficiale del neo-presidente Biden. Si è trattato di una vera e propria rappresaglia, organizzata e impulsiva al tempo stesso, perpetrata dalla fetta più conservatrice del paese, in lotta con istanze progressiste che sono state accolte a gran voce nell’ultima tornata elettorale.

Photo by SAUL LOEB:AFP via Getty Images

Judith Butler sosteneva che è il concetto di corpo a essere il nucleo centrale del politico (inteso questo in senso ampio, luogo e non-luogo). L’universalismo che ruota intorno ai concetti di Stato e di Popolo è più che mai astratto e obsoleto. Il concetto di corpo ha esemplificato la sua centralità nel dibattito contemporaneo intorno a vicende di natura politica e si carica di significati sempre maggiori nell’avanzamento di rivendicazioni universali che hanno la loro ragion d’essere nell’intesa del politico come un fatto plurale. Nel Maggio 2020 a Minneapolis, Minnesota, un poliziotto arresta e uccide George Floyd. Le immagini della sua morte rimbalzano per tutto il pianeta, dando vita a una stagione di forte antagonismo che avanza e inghiotte piazze, città e centri del potere. Il corpo di George Floyd, riverso al suolo, schiacciato dal ginocchio di un pubblico ufficiale, diventa il simbolo di un grande corpo nero che rivendica la propria libertà all’esercizio dei diritti democratici fino ad ora negati. Il corpo si espande e si evolve, si innesta nel movimento Black Lives Matter come un’iniezione di un farmaco potente, e riempie in un assembramento trasversale le piazze americane, lotta e scalcia per vedere riconosciute istanze che si inseriscono nel solco di una battaglia secolare. A reprimere quel movimento, oltre alle forze di polizia, si schieravano i sostenitori di Trump, gli stessi che hanno assaltato Capitol Hill in un atto di violenza che comunica solo frustrazione. Il frame che vede due militanti delle forze trumpiane imitare e farsi beffe della morte di Floyd si ascrive in un simbolismo che ci racconta di una faida brutale che al momento divide il paese, ci ricorda di atti di rappresaglia in stile Soldato Blu, proietta questo documento nell’ambito della recrudescenza simbolica intorno al concetto stesso di democrazia, potere, politica. Il corpo si fa anti-simbolo, diventa parodia di se stesso, ironizza sul sacro, dissacra, profana. Lo spazio del corpo suprematista è quello dell’abiezione e del sopruso, in aperto contrasto con il corpo in lotta del movimento Black Lives Matter.

Foto: CHANDAN KHANNA/AFP via Getty Images

Così la fotografia si fa strumento di comprensione profonda, in quanto documento e testimonianza, ci narra vicende che ci vogliono fermi a guardare, che spingono il nostro corpo in quanto strumento politico a riconoscersi prima di agire. Lo strumento in mano al fotografo diviene ponte per un’analisi dei fatti, e dietro ai fatti cause e concause, fenomeni ed epifenomeni mai semplici, complessi e compressi nella zona dei grigi più mutevoli. L’immagine è questo: il legame sottile che intercorre tra vicenda e intelletto. La fotografia è la sospensione di giudizio a patto di definirne uno in modo altrettanto immediato, è dove non dovrebbe essere per fare in modo che quello che accade non possa riaccadere. Al di là di ogni retorica, nascosto nei meandri dei significanti si nasconde un unico significato, perfettamente intellegibile e coerente: il significato dell’accaduto che ci esorta a prendere una posizione definitiva e irremovibile.