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The winner takes it all

A tre anni e mezzo di distanza dal referendum sulla Brexit, il leader dei Tories Boris Johnson ha conquistato una maggioranza schiacciante alle elezioni, e ora procederà spedito verso il Brexit-Day

Boris Johnson

Foto: Getty Images

Yes, oh yes. Senza troppi giri di parole, la seconda elezione anticipata in poco più di due anni nel Regno Unito ha dato luogo al tanto invocato secondo referendum sulla Brexit. Si è votato il 12 dicembre, a tre anni e mezzo di distanza dalla vittoria del Leave sul Remain. In questi 1265 giorni si possono elencare una miriade di avvenimenti potenzialmente salienti ma che, nel concreto, hanno lasciato la situazione in un limbo che stava scivolando verso il caos. Ci sono stati 17 “voti significativi” di Westminster sul divorzio, cinque impedimenti agli accordi difficilmente raggiunti con Bruxelles dai due premier conservatori che hanno convocato due elezioni anticipate.

Si è votato di giovedì, una fiera tradizione britannica che va avanti da 85 anni. Thursday era storicamente giorno di afflusso in città per il mercato, lontano dai sermoni dei preti della domenica e prima del venerdì, giorno della paga settimanale che ancora oggi viene spesa per delle sbronze epiche nei pub. Alle urne gli elettori britannici hanno espresso fin troppo chiaramente il proprio parere. Hanno scelto BoJo, il premier uscente Boris Johnson la cui scommessa di indire elezioni anticipate ha pagato con tanto di interessi.

Partiamo dai numeri. In questo “secondo Brexit Day” c’è stato un lieve calo dell’affluenza rispetto alle elezioni del 2017: 67,3% contro il 68,8%. Ne hanno tratto vantaggio i Tories che, a fronte della perdita di una manciata di voti a livello assoluto, fanno il botto in termini percentuali e di seggi: con 48 scranni in più conquistati, per un totale di 365 che significano maggioranza assoluta a Westminster per il Partito conservatore. Il Labour di voti ne ha persi più di 2 milioni e mezzo, quasi 8 punti percentuali e la bellezza di 60 seggi. Per il leader Jeremy Corbyn è stata una catastrofe, peggior débâcle nella storia del partito dal 1935.

BoJo ha ora i numeri per realizzare il suo piano: farsi approvare dal parlamento l’accordo raggiunto con Bruxelles a ottobre e impedito dalla Camera nel Super Saturday del 19 ottobre. Nella sessione straordinaria – l’ultima apertura festiva di Westminster era datata 3 aprile 1982, il giorno dopo l’invasione argentina delle Falklands – i Comuni avevano approvato l’emendamento Letwin che aveva determinato l’ennesimo rinvio della Brexit. Adesso Johnson potrà procedere a marce forzate in direzione del definitivo B-Day, fissato per il il 31 gennaio 2020.

Un percorso in discesa per il premier ma non privo di conseguenze. In Scozia l’SNP – il partito indipendentista – ha conquistato 48 seggi su 59, un vero e proprio mandato per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza, dopo quello perso nel 2014. Per la prima volta nella storia dell’Irlanda del Nord i partiti Repubblicani – che appoggiano la riunificazione con l’Eire – hanno ottenuto più seggi di quelli Unionisti, che invece sostengono l’appartenenza allo UK. La seconda elezione anticipata in due anni aveva assunto la parvenza di un autentico referendum sulla Brexit, ne è emersa una decisione chiara da parte dei sudditi di un Regno che non sembra mai essere stato così disunito.

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