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“I can’t breathe”

La morte di George Floyd, afroamericano ucciso dalla polizia di Minneapolis, ha scatenato proteste in tutta l'America

Foto: Stephen Maturen/Getty Images

Lunedì 25 maggio George Floyd, un uomo afroamericano, è morto dopo essere stato fermato dalla polizia di Minneapolis. In un video, girato da un passante, si vede un poliziotto che preme con forza il ginocchio sul collo di Floyd. L’uomo lo implora, dice che gli fa male lo stomaco, il collo, che non riesce a respirare. Il poliziotto non si muove e Gorge Floyd muore il giorno stesso in ospedale.

Il giorno seguente Jacob Frey, sindaco di Minneapolis, ha informato tramite social che i poliziotti coinvolti sono stati sospesi dall’incarico, e ha lasciato anche un messaggio: «Essere di colore in America non dovrebbe essere una condanna a morte… Per cinque minuti, abbiamo visto un ufficiale bianco premere il ginocchio contro il collo di un uomo di colore. Cinque minuti». Alla dichiarazione del sindaco si sono uniti molti personaggi famosi, l’ex giocatore NBA Stephen Jackson, amico di George Floyd, LeBron James e Berenice King, figlia di Martin Luther King Jr.; e anche migliaia di persone in tutto il mondo.

L’episodio ha generato numerose potreste nella città di Minneapolis: centinaia di manifestanti si sono radunati sul luogo in cui Floyd è morto, e si sono scatenati violenti scontri con la polizia. La frase di George Floyd, «I can’t breathe» (Non riesco a respirare) è diventato lo slogan della rivolta.

In questa fotografia vediamo la città di Minneapolis che brucia, in preda alla rabbia di moltissime persone scese in piazza per dire no al razzismo e alla violenza della polizia. Le proteste si sono trasformate in saccheggi e atti vandalici. Una situazione che ha portato Trump a chiedere l’intervento della guardia Nazionale con lo schieramento di 500 uomini. Attualmente Derek Chauvin, l’agente di polizia che ha provocato la morte di George Floyd, è stato arrestato con l’accusa di omicidio colposo.