SI FEST 2021: guida alle mostre | Rolling Stone Italia

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SI FEST 2021: guida alle mostre

Tutte le mostre del SI FEST 2021 che, giunto alla sua trentesima edizione, si prepara ad aprire i battenti a partire dal 10 settembre, con un weekend inaugurale ricco di eventi e appuntamenti fotografici

© Esther Horvath - Polarnight

La trentesima edizione del Festival di Fotografia più longevo d’Italia si prepara ad aprire i battenti: il 10 settembre l’appuntamento con una grande inaugurazione alla quale parteciperanno, tra gli altri, Arno Minkkinen, Esther Horvarth ed Elisabetta Rasy. Il SI FEST festeggia questo importante compleanno con un’edizione speciale: FUTURA. I DOMANI DELLA FOTOGRAFIA, una riflessione sollecitata dal direttore artistico Denis Curti, sulla fotografia di oggi e di domani, uno strumento fondamentale per capire la direzione che l’umanità sta prendendo, accelerata dall’ultimo anno e mezzo di pandemia e distruzione ambientale. In mostra nella piazza di Savignano sul Rubicone importanti riflessioni sul difficile e controverso rapporto con la natura, con una predominanza numerica di sguardi femminili. Andiamo a scoprire nel dettaglio tutte le mostre in programma al festival.

© Arno Rafael Minkkinen, Grand Canyon, Arizona, 1995, Uguale ma diverso. Same But Different

Arno Rafael Minkkinen – UGUALE MA DIVERSO/Same But Different
Nato in Finlandia, emigra negli Stati Uniti con la sua famiglia all’età di sei anni. Sin da giovane sceglie la fotografia come mezzo espressivo, arrivando a diventare un fotografo di fama internazionale: da molti anni il suo particolarissimo corpus creativo è esposto in tutto il mondo, le sue immagini sono conservate in musei, gallerie e collezioni private, lui stesso tiene corsi e frequenti lectio magistralis. Arno Rafael Minkkinen da oltre cinquant’anni lavora con l’autoritratto, come un acrobata, piega e contorce il suo corpo nudo e lo immortala in posizioni paradossali, mettendo a rischio la propria incolumità. Nei suoi scatti – che si ripetono uguali ma diversi, poiché le variazioni sono minime – autore e soggetto coincidono. Si mette sempre in gioco: le pose rischiose, gli equilibri precari, le situazioni limite sono vissuti in prima persona; nonostante abbia superato le settanta primavere, continua a utilizzare il suo corpo per creare immagini spettacolari, davanti alle quali viene da chiedersi comesiariuscito a realizzarle. Quelle di Minkkinen sono fotografie senza tempo, in cui la figura si fonde con il paesaggio selvaggio e naturale, per ribadire che l’uomo non è altro che una parte infinitesimale di un ecosistema complesso. Al bando ogni presunzione di superiorità: l’unione poetica e armonica con gli elementi naturali sancisce la necessità del rispetto per ogni forma di vita. Ogni alterazione di questo equilibrio può avere conseguenze fatali per l’uomo stesso. La produzione di Minkkinen veicola un messaggio chiaro: si prende coscienza del proprio corpo solo nella relazione con il mondo e si conosce il mondo attraverso la relazione con il nostro corpo. Minkkinen è dentro gli elementi naturali o sopra, ne è parte integrante. In alcuni scatti il suo corpo imita le forme della natura, in altri si mimetizza, fin quasi a scomparire. La sua produzione spazia da visioni surreali a vere e proprie messe in scena, l’ironia si alterna allo stupore generato da posizioni ed equilibri improbabili. Le sue fotografie sono il frutto di una meticolosa ricerca e di una assoluta padronanza tecnica. A questa si abbina uno stile riconoscibile, caratterizzato dalla luce uniforme e dalle superfici immobili, che danno corpo alla nostra idea di eternità.

© Esther Horvath – Polarnight

Esther Horvath – POLARNIGHT. La più grande spedizione artica di tutti i tempi
a cura di Marta Cannoni e Livia Corbò (Photo Op)
Da settembre 2019, Esther Horvath ha trascorso quasi quattro mesi a bordo della nave rompighiaccio tedesca Polarstern per documentare ogni fase di MOSAiC, la più grande spedizione polare di tutti i tempi, promossa per raccogliere dati sull’atmosfera, l’oceano, il ghiaccio marino, l’ecosistema, i processi biogeochimici ed elaborare modelli climatici globali. Unica fotografa ufficiale, Esther Horvath ha ripreso non soltanto i momenti più significativi della ricerca scientifica, ma anche la vita quotidiana dell’equipaggio della Polarstern e gli straordinari paesaggi polari, lavorando spesso in condizioni quasi proibitive: a meno 45 gradi e immersa nella notte polare 24 ore su 24. «Durante la prima fase della spedizione MOSAiC eravamo completamente al buio: ventiquattr’ore di buio pesto, la notte polare. Ho provato la sensazione di una notte infinita. Non avevo mai sperimentato questo genere di oscurità completa. L’unica luce proveniva dai faretti sugli elmetti dei partecipanti alla spedizione e dalla nave rompighiaccio Polarstern. Essere sul ghiaccio marino era come essere sulla Luna. Il cielo era nero. Quando questa profonda oscurità si combina con il vento e la neve che soffia, è una vera magia». La spedizione è iniziata il 20 settembre 2019, quando la nave è salpata da Tromsø, in Norvegia, per trascorrere un anno alla deriva nell’oceano Artico, intrappolata nel ghiaccio. L’obiettivo era studiare da vicino l’Artico, epicentro del riscaldamento globale, come mai si era fatto prima, e raccogliere dati fondamentali per comprendere il cambiamento climatico.

Portfolio in Piazza 1992, 1^ edizione

LUCE IN ARCHIVIO. Percorsi visivi dai cataloghi fotografici di Palazzo Vendemini
a cura di Jessica Andreucci e Giuseppe Pazzaglia
Da diversi anni il Comune di Savignano sul Rubicone promuove la “cultura dell’immagine”, stimolando la partecipazione pubblica alle iniziative di valorizzazione del patrimonio iconografico e valorizzando la fotografia quale strumento di indagine dei processi di cambiamento sociale. Una costante e riconosciuta azione che conta pochi eguali nel panorama nazionale, e che nei suoi più recenti sviluppi ha portato alla progettazione di una Casa della Fotografia: uno spazio aperto, atto a conservare, studiare e valorizzare il consistente archivio fotografico della città.
In attesa della fototeca comunale, è Palazzo Vendemini a ospitare l’archivio, che conta oltre 200.000 documenti tra fotografie storiche e cartoline postali, opere della sezione contemporanea, censimenti e campagne fotografiche, e il fondo del reporter riminese Marco Pesaresi, recentemente acquisito dall’amministrazione comunale. Ed è proprio Palazzo Vendemini il luogo in cui l’importante patrimonio fotografico di Savignano si mette in mostra in occasione della sua 30a edizione (1992 Portfolio in Piazza – 2021 SI FEST), secondo i percorsi visivi curati da Giuseppe Pazzaglia e Jessica Andreucci. Luce in archivio parte dalle facciate di Palazzo Vendemini, con un’esposizione di immagini realizzate nel corso delle passate edizioni della manifestazione; una panoramica comprensiva e inevitabilmente incompleta, tra prime edizioni del festival, backstage, momenti più significativi. La mostra prosegue poi nei locali interni, con immagini provenienti dai diversi fondi fotografici, con lo scopo di avvicinare e favorire la conoscenza di quello straordinario patrimonio visivo che è l’archivio fotografico della città.

© Mario Vidor – Riflessi sull’acqua

Mario Vidor – RIFLESSI SULL’ACQUA
Per festeggiare la sua trentesima edizione, il SI FEST ripropone al pubblico una delle mostre dell’edizione originale. Era il 18 luglio 1992 e il festival, allora diretto da Lanfranco Colombo, debuttava con il nome di Portfolio in Piazza esponendo proprio in piazza Borghesi Riflessi sull’acqua di Mario Vidor. Secondo l’autore l’acqua è: «…il più grande pittore che la natura abbia saputo creare” il suo intento era dunque quello di contemplare la poesia fatta di luci e colori che essa riesce a originare. “I riflessi sull’acqua sono le tavolozze del tempo, riescono a dipingere tutto quello che si può rispecchiare; in giornate particolari, verso sera, quando c’è un po’ di vento si possono cogliere sfumature cromatiche meravigliose in centesimi di secondo se si usa la macchina fotografica quasi come un prolungamento della propria fantasia e di quella creatività generatrice che certamente sono patrimonio di ognuno di noi».

© Kevin Lamarque, Londra, 5 settembre 1997, Un memoriale per Diana nei pressi di Kensington Palace, 30×30. Una lunga storia per il nostro futuro

30×30 – Una lunga storia per il nostro futuro
a cura di Roberto Brognara, Denis Curti e Mariaelena Forti
In occasione della trentesima edizione, il SI FEST rilegge il tempo trascorso alla luce delle cronache nazionali e internazionali. Cosa è successo in questo piccolissimo spicchio di storia? La pecora Dolly, il crollo delle Torri Gemelle, la nascita dell’euro, il dilagare della pandemia… I principali fatti dal 1992 a oggi vengono raccontati con una pagina del quotidiano «la Repubblica» e alcune fotografie che hanno fatto il giro del mondo: un racconto scandito, anno per anno, dai visual del festival. Nel 1992, quando è nato il SI FEST, si era agli albori della globalizzazione, all’inizio di una trasformazione che negli anni seguenti ha investito le telecomunicazioni, i beni di consumo, le produzioni culturali, la musica, la gastronomia, la moda e tutto il resto, amplificando anche fenomeni poco lusinghieri come i rischi ambientali e le diseguaglianze sociali. Con la globalizzazione, non solo siamo diventati cittadini del mondo, ma il mondo è diventato totalmente interdipendente. Parallelamente si è diffuso internet, una tecnologia che è maturata accanto alla globalizzazione, ma che ha anche contribuito ad accelerare il suo effetto. Tramite internet progressivamente, ma a ritmo sostenuto, si è creata una realtà parallela in cui il mondo materiale si specchia e in cui nuove attività crescono e si consolidano su scala planetaria. Quello che succede a livello globale ora trova mille canali per imporsi anche a livello locale: eventi che in precedenza risuonavano solo all’interno dei confini nazionali fanno sentire ovunque la loro voce. Non è per caso, né per cosmopolitismo, che i fatti scelti per raccontare i trent’anni di una manifestazione italiana come il SI FEST abbiano quasi tutti un’origine, uno sviluppo o dei protagonisti che italiani non sono. E non è casuale che questi eventi-simbolo abbiano segnato l’immaginario collettivo del nostro Paese – e forse ne influenzino il futuro – meglio di tanti altri fatti accaduti nell’anno che qui rappresentano. Ovviamente questi eventi di portata globale continuano a comparire sulle prime pagine di tutti i quotidiani, in tanti casi per più di un giorno, abbondantemente approfonditi nelle pagine interne. Ma a differenza di quanto accadeva prima, quando ancora erano giornali e tv a selezionare i temi e a imporli al dibattito pubblico, ora gli avvenimenti e i protagonisti che colonizzano l’immaginario mondiale sono altri. E sono in costante, aleatorio, cambiamento.

© Francesca Cesari – In the Room – Percorsi al femminile. Uno sguardo sul domani

PERCORSI AL FEMMINILE – Uno sguardo sul domani. Federica Belli, Francesca Cesari, Aida Silvestri, Francesca Todde, Sofia Uslenghi
a cura di Alessia Locatelli in collaborazione con Biennale della Fotografia Femminile di Mantova
Le cinque fotografe in mostra si interrogano su temi strategici per un mondo diverso e possibile: la natura e il paesaggio, il lascito generazionale, la migrazione forzata, l’umanità futura che si troverà a gestire le sorti del pianeta. Il progetto fotografico di Federica Belli, dal titolo If we just act like it…, è una ricognizione visiva dell’estate 2020. Nell’estate del primo anno di pandemia, è evidente il desiderio di riappropriarsi giocosamente dei territori resi irraggiungibili dal lockdown. Quei territori tornano alla fine accessibili, in un effimero tentativo di ritorno alla normalità. Con In the Room, Francesca Cesari osserva invece, in punta di piedi, i primi periodi della vita umana. Madri e bambini sono ritratti nell’intimità appartata e silenziosa delle loro stanze, in cui si rinnovano i gesti rituali ed eterni delle precedenti generazioni di donne. Un’eredità che andrà a rinnovare il futuro dell’umanità. La fotografa inglese Aida Silvestri, in Even This Will Pass, sfida i pregiudizi subiti da chi emigra per ragioni economiche, climatiche, sociali o politiche. I suoi ritratti negati, sfocati per scelta, sono accompagnati da una poesia che racchiude la storia di ciascun migrante fotografato e ne segnala in modo performativo, sulla superficie di stampa, il tragitto illegale compiuto tra Eritrea e Regno Unito. Francesca Todde, con A Sensitive Education, ci porta nel mondo di Tristan e della silente natura che avvolge il suo lavoro di addestratore di uccelli. Quello tra l’uomo, le specie animali e il loro ambiente è un rapporto sempre più delicato. In questi scatti però, la presenza dell’essere umano è solo suggerita, di spalle, per lasciare spazio ai protagonisti piumati e a una riflessione su quello che ognuno può fare per riconquistare un rapporto con le altre specie viventi e i loro habitat. Sofia Uslenghi, con My Grandmother and I, ci parla infine del rapporto tra generazioni, sovrapponendo con estrema eleganza i propri ritratti e alcuni scatti fotografici d’epoca che mostrano sua nonna da giovane: due donne, coetanee nell’attimo eterno della fotografia, ma distanti nella storia; due generazioni che si accostano, attraverso una sovrapposizione visiva che è al contempo stratificazione del ricordo e passaggio di testimone tra memoria e futuro.«Nulla è permanente, tranne il cambiamento» affermava Eraclito. In questo mondo in perenne evoluzione, la fotografia è uno strumento di analisi privilegiato per comprendere il passaggio epocale che stiamo affrontando e orientare le nostre scelte verso un’evoluzione più consapevole e in sintonia con le specie viventi che abitano il pianeta. Conciliando intelligenza razionale e intelligenza emotiva, la fotografia ci suggerisce valide alternative per abbracciare il cambiamento senza timore.

© Elena Givone – Dreams

Elena Givone – DREAMS
Dreams nasce dall’idea che i sogni rendano liberi. In un unico racconto sono accomunati luoghi segnati dalla disperazione: le favelas di Florianopolis e il carcere minorile di Salvador de Bahia in Brasile, il Mali dove l’acqua scarseggia, gli orfanotrofi di Mandalay in Myanmar, le zone povere dello Sri Lanka e dell’Ucraina, la città siriana di Aleppo ridotta in macerie sotto gli occhi dei bambini che la abitano. Invece di raccontarci “il dolore degli altri”, Elena Givone ci invita a immaginare un mondo in cui ognuno possa trovare una via aperta alla speranza. Alternando frasi e ritratti ambientati, ridà voce a un’umanità cui è stata tolta la parola e trasforma il fotogiornalismo in una relazione basata sullo scambio reciproco, nel segno della leggerezza. Nei Paesi in cui ci conduce sognare è un lusso. Eppure lei si muove lieve, cercando paziente quel pezzetto di anima che la vita sembra aver dimenticato. Nel vuoto, nella solitudine, nell’assenza di umanità ritrova così il valore del sogno: un semplice tappeto si trasforma in un magico oggetto volante, da una lampada esce l’Aladino dei desideri, il coniglietto Rafi diventa un amico capace di dare conforto e la matrioska è il simbolo della famiglia e della madre ritrovata. Sognare diventa un modo per lottare e nessuno può toglierci il sogno della vita: essere amati e saper amare. Durante la mostra ogni visitatore può scrivere il suo sogno e condividerlo sui social con un apposito hashtag, partecipando così alla creazione di un vero e proprio “muro dei sogni”. Può inoltre visitare l’atelier dei sogni di Elena Givone e i suoi strumenti magici, farsi ritrarre e sfogliare una selezione dei quaderni dei sogni realizzati in giro per il mondo. Mentre molti pensano a creare muri, noi li abbattiamo volando sulle ali della fantasia.

© Michele Marzorati, La terra dei buchi, RESET Sistema Festival Fotografia racconta la società contemporanea

RESET – Sistema Festival Fotografia racconta la società contemporanea
Fotografie di Francesco Andreoli, Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni, Mattia Marzorati. Testi di Benedetta Donato
Nel 2017 cinque festival di fotografia italiani – Cortona On The Move, Festival della Fotografia Etica (Lodi), Fotografia Europea (Reggio Emilia), Photolux Festival (Lucca) e SI FEST (Savignano sul Rubicone) – si sono uniti per dare vita a una piattaforma di progettazione comune, il Sistema Festival Fotografia. Tra le iniziative più recenti di questa rete si segnala Reset, un’open call promossa nella primavera scorsa nell’ambito del bando pubblico Strategia Fotografia 2020, indetto dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea (DGCC) del Ministero della Cultura. Rivolta a fotografi e curatori italiani o residenti in Italia, la call richiedeva un contributo originale, in forma visiva o testuale, sul tema della rigenerazione urbana e umana. I vincitori sono stati annunciati nel luglio scorso durante Cortona On The Move e ora vengono presentati con una mostra al SI FEST. L’Italia è oggetto di grandi cambiamenti: sfruttamento del territorio, urbanizzazione, spopolamento, gentrificazione, sostenibilità e nuovi modelli di sviluppo economico sono fenomeni già oggetto di studio. La pandemia ha accelerato queste macro-tendenze, ma ha fatto emergere anche altre criticità, ridefinendo il concetto stesso di territorio e relazione tra cittadini. Reset intende studiare questi temi e avviare un’analisi dell’Italia contemporanea attraverso il linguaggio fotografico. La mostra dedicata a Reset, insieme al catalogo pubblicato da Postcart Edizioni, è una prima tappa in questa direzione: i tre progetti fotografici e il paper che hanno vinto la call ci invitano infatti a rileggere in modo nuovo la società, il paesaggio e il territorio che abbiamo davanti agli occhi. Nel progetto fotografico (Un)vaxxed Francesco Andreoli conduce un’indagine su un tema quanto mai attuale, quello delle vaccinazioni, avvicinando cittadini di ogni età, professione ed estrazione sociale. L’esito è uno spaccato della nostra società, studiata senza ricorrere a una contrapposizione netta tra fazioni, Sì-vax e No-vax. In Questa terra è la mia terra Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni si concentrano invece su un’emergenza al tempo stesso ambientale, economica e sociale: l’epidemia di Xylella Fastidiosa che affligge gli olivi della penisola salentina, con conseguenze drammatiche per il paesaggio e per il tessuto economico. La soluzione a cui stanno lavorando scienziati, agronomi e agricoltori è la creazione un super-albero locale immune al patogeno: una risposta sostenibile, che evita l’impianto di massa di olivi globalizzati. La terra dei buchi di Mattia Marzorati è invece un’inchiesta sulle criticità ambientali della provincia di Brescia, terra di storiche cave trasformate in discariche. Queste, insieme alla contaminazione dell’aria e a un alto numero di siti radioattivi e allevamenti intensivi, producono conseguenze deleterie per la salute dei cittadini: un esempio di come gli attuali modelli di sviluppo siano ormai diventati insostenibili. A queste indagini fotografiche si affianca il testo Lo sguardo lungimirante, in cui Benedetta Donato esamina il ruolo della fotografia nella rigenerazione urbana e umana, con un excursus sul territorio nazionale e case history su Genova e sulle aree interne d’Italia. Il tema portante della sua analisi è il concetto di “lungimiranza”, intesa come la capacità dei fotografi di intravedere le implicazioni di uno specifico contesto, su tre fronti: la memoria dei luoghi oggetto di ricostruzione, la riscoperta di aree sconosciute, le zone nascenti.

Le Immagini di Morel © Lorenzo Zoppolato

Lorenzo Zoppolato – LE IMMAGINI DI MOREL
Progetto vincitore del Premio Portfolio “Werther Colonna” SI FEST 2020
«Questo è un diario di viaggio lungo le strade della Patagonia, fino alla fine del mondo, laddove affondano profonde le radici del realismo magico: qui realtà e immaginazione hanno la stessa consistenza. Non è la somma dei chilometri a tracciare il percorso, bensì i luoghi e i soggetti che incontro. Essi vivono in un tempo dilatato e sospeso, come catturati dagli specchi della macchina infernale inventata da Morel, raccontata nel libro di Adolfo Bioy Casares. Nel mio cammino faccio esperienza di luoghi, persone e storie strappati al loro tempo. Passati lontani, soli e senza padroni che li possano adeguatamente ricordare. Futuri distopici dove tutto è ormai perduto, finanche la memoria da cui provengono. Storie smarrite in attesa di essere raccolte e ricollocate nella trama del tempo».

© Giulia Gatti – Su mia madre tira vento

Giulia Gatti – SU MIA MADRE TIRA VENTO
Progetto vincitore del Premio “Marco Pesaresi” 2020
Nel 2017 Giulia Gatti è partita per l’America Latina e da lì ha scoperto di voler tracciare una sorta di mappa emotiva di ricerca della madre: madre come archetipo e non donna di carne e latte, madre come terra di appartenenza e tradizione, madre come casa, culla e tomba.
«Può capitare la fortuna di avere accanto una figura che combacia con i nostri desideri, e può capitare la fortuna di non averla. Mia madre non combacia con l’idea che io ho di madre, allora sono andata alla ricerca di quell’idea e per ora l’ho trovata tutta dentro un paese, mia madre è un paese. Su mia madre tira vento».

© Maria Cristina Comparato – della presenza

Maria Cristina Comparato – DELLA PRESENZA
Progetto vincitore del Portfolio Italia – Gran Premio Fujifilm 2020
della Presenza racconta il percorso dell’autrice a partire dalla scoperta di un tumore metastatico al seno, ripercorrendo sinteticamente le tappe dalle difficoltà iniziali fino all’integrazione finale in una nuova quotidianità. Il titolo riprende l’idea di crisi della presenza sviluppata dall’antropologo Ernesto De Martino e richiama il pericolo esistenziale che la malattia risveglia: un pericolo che un tempo veniva affrontato collettivamente e che oggi ci troviamo invece a fronteggiare quasi sempre soli. Di fronte a questo pericolo la chiave risolutiva – sia fotografica che emotiva – è stata ridurre le cose all’essenziale, guardarle per quello che sono, mettere sullo stesso piano malattia e persona in un’operazione di ridimensionamento complessivo. L’esito finale è un compromesso. Anche se non manca quella tensione inevitabile che accompagna le malattie mortali, la quiete diventa la nuova protagonista del racconto. Il lavoro si compone di undici fotografie a colori, disposte in una struttura simmetrica. Le immagini si susseguono in un’alternanza rigorosa ma il rigore, esasperato dal ripetersi di colori e superfici, si smorza grazie all’affacciarsi della persona. A mano a mano, quest’affacciarsi si fa sempre più concreto fino allo sguardo finale, che finalmente si riapre sul mondo.

© Valentina Cenni -Sarà perché la amo

Valentina Cenni – SARÀ PERCHÉ LA AMO
Videoinstallazione
Da un incontro tra il direttore artistico Denis Curti e la poliedrica artista Valentina Cenni è nata la videoinstallazione che porterà a Savignano il suo diario intimo, un lasso di tempo raccontato attraverso le immagini. I suoi trittici, sequenze di fotografie che si susseguono legate le une alle altre, sono il mezzo espressivo che Valentina Cenni ha scelto per comunicare le proprie emozioni; lei sempre così espressiva e immediata, ha scelto questa volta il filtro del linguaggio fotografico, in particolare del bianco e nero; ha scelto di mettersi dietro la macchina fotografica e lasciare che sia questo il mezzo della narrazione.

© Monia Marchionni – Rilegno, fotografia a sostegno del pianeta

RILEGNO – Fotografia a sostegno del pianeta
a cura di Alessandro Curti
Ventiquattro fotografe e fotografi da tutto il mondo partecipano a questo progetto espositivo, con il supporto del consorzio Rilegno. Le immagini in mostra raccontanolo stato attuale del pianeta, in tutta la sua splendida fragilità, seguendo una sequenza narrativa che alterna fotografie che mettono in risalto lo spettacolo della natura ad altre che mostrano l’impatto, a volte violento, delle azioni umane sulla natura. La scelta di realizzare questo progetto espositivo in esterna e a ingresso libero nasce dalla volontà di restituire qualcosa di concreto alla comunità, in continuità con la scelta dell’amministrazione comunale di Savignano sul Rubicone, che ha recentemente terminato la riqualificazione di Piazza Giovanni XXIII, rendendola di fatto un parco pubblico, un nuovo polmone verde, accessibile ai cittadini. In questo luogo il messaggio che arriva allo spettatore è un invito a una presa di coscienza su temi come la sostenibilità ambientale e l’economia circolare: in questo senso le immagini sono capaci di raccontare storie uniche, arrivando dritte al cuore di chi le osserva, focalizzando l’attenzione su temi cruciali della nostra contemporaneità, sui quali la popolazione mondiale si gioca il proprio futuro e quello delle generazioni a venire.

© Francesco Rucci – 241 metri

241 METRI – Panorama visivo del Camping Rubicone
Fotografie di Alessandra Baldoni, Ilaria Ferrara, Bartolomeo Rossi, Francesco Rucci. Progetto e mostra a cura di Jana Liskova
Iniziative come le campagne fotografiche, i censimenti e le residenze organizzate dal SI FEST nel corso dei decenni sono una perfetta testimonianza dell’incessante desiderio di esplorare l’identità di un territorio e di indagarne le trasformazioni mediante il medium fotografico, creando le condizioni favorevoli alla collaborazione, al confronto e allo scambio di esperienze professionali.
Rispetto al passato questa volta il SI FEST abbandona la famosa via Emilia, oltrepassa anche il fiume Rubicone e approda nella zona di Savignano Mare. Quest’area è per la maggior parte occupata dal Camping Villaggio Rubicone, ma comprende anche un tratto di spiaggia sabbiosa lunga 241 metri, che fa di Savignano sul Rubicone il comune costiero italiano meno bagnato dal mare. Chi sono i villeggianti di questo luogo e perché vi ritornano ogni anno? Sono le domande a cui cerca di rispondere Francesco Rucci (Bari 1987) attraverso una serie di ritratti nati dal dialogo con i frequentatori del campeggio. Attento alla composizione ma fedele anche al contesto in cui fotografa, Rucci rappresenta le situazioni, gli sguardi e la quotidianità di chi decide di trascorrere qui la stagione. Bartolomeo Rossi (Udine 1993) sviluppa il suo progetto intorno al concetto di libertà e l’illusione di essa. Quando si vive in uno spazio quotidiano e tutelato, può capitare di non rendersi conto di quanto questo possa trasformarsi in una gabbia. Qui sono i colori di una fiaba, un “dispositivo” di controllo reale o percepito come tale e gli attori involontari di uno pseudo Truman Show a rendere questo universo totalmente artificiale. Ma cosa avviene quando le luci si spengono e la notte cala su questo “tempio del divertimento”? Per Ilaria Ferrara (Matera 1995) tutto diventa ancora più anonimo, fantasioso, surreale. La permanenza dei residenti del camping è percepita esclusivamente attraverso la presenza di indizi inanimati. La vivacità del territorio esplorato, la rappresentazione della vita balneare che lo permea e la ricerca ossessiva di un’identità diventano il fulcro dell’indagine. Essere piccoli non significa avere paure piccole. Le paure infantili, dovute alla fantasia che interviene a colmare la mancanza di pensiero realistico, permettono a mostri, draghi, ragni velenosi di nascondersi sotto il letto dei bambini. Nella fotografia di Alessandra Baldoni (Perugia 1976) la parte gommosa, colorata, luminosissima che si nota nel camping di giorno si alterna al perturbante, all’inquietante, al mostruoso che si percepisce con la coda dell’occhio in un regno del gioco e della spensieratezza costruito appositamente per i bambini.

© Paolo Simonazzi, Orchestra Giardino del Liscio, Courtesy Romberg Arte Contemporanea (Latina), Art-Preview (Rimini), Icons of Liscio

Paolo Simonazzi – ICONS OF LISCIO
Icons of Liscio è un’indagine svolta a partire dal 2003 sui manifesti promozionali dei musicisti e delle orchestre di Liscio in una terra, l’Emilia-Romagna, in cui la musica da ballo è un’istituzione, un riferimento culturale forte e irrinunciabile. Le balere, un tempo numerose almeno quanto le chiese, sono un luogo storico di incontro e socialità, ma il Liscio si balla anche nelle piazze durante le sagre di paese e nelle feste dell’Unità. E ogni serata, ogni evento, anche nel mondo della musica da ballo ha il suo manifesto promozionale. Paolo Simonazzi ha cercato e fotografato questi manifesti affissi sui muri, sulle bacheche e lungo le strade dei paesi, tra i monti e la pianura, dell’Emilia-Romagna.
Il racconto fotografico documenta e fissa nel tempo la presenza e il messaggio di questi manifesti e allo stesso tempo rivela gli elementi estetici di un genere musicale con radici profonde e un proprio modo di entrare in relazione con la modernità e il passare del tempo. Le immagini di Paolo Simonazzi ci svelano, l’una accanto all’altra, la forza e l’efficacia in termini estetici e comunicativi di questi manifesti riconoscendo contestualmente l’importanza culturale e simbolica di un cardine della tradizione romagnola.

© Marco Pesaresi, I Megastore

I MEGASTORE – Progetto di valorizzazione dell’archivio fotografico di Marco Pesaresi
In collaborazione con l’Istituto professionale per il commercio “Luigi Einaudi”, Rimini
I megastore è un reportage inedito realizzato da Marco Pesaresi per documentare il consumismo di massa negli anni Novanta. Dopo due anni di lavoro sui negativi di Pesaresi e una mostra inaugurata a maggio 2021 presso la galleria dell’Istituto Einaudi, le immagini di quello straordinario progetto vengono ora presentate a Savignano sul Rubicone, città che conserva e promuove l’archivio del fotografo riminese, scomparso esattamente venti anni fa. Tutto ha avuto inizio due anni fa con l’avvio di una collaborazione tra l’Istituto Einaudi e Savignano Immagini, associazione che ha in gestione l’archivio Pesaresi e che organizza il SI FEST. Gli studenti hanno incontrato Isa Perazzini, la madre di Marco Pesaresi che ha raccontato loro la storia di suo figlio e ha permesso loro di accedere al materiale fotografico inedito che ritrae la vita e l’umanità brulicante dei megastore di Minneapolis, Mosca, Taiwan e Parigi. Gli studenti si sono occupati dello sviluppo dei negativi e hanno costruito la mostra approfondendo le tematiche sui megastore negli anni Novanta, così come sul concetto di non-luogo coniato da Marc Augé.

© Arianna Zammarchi, Dal selfie all’autoritratto

Dal selfie all’autoritratto
Progetto didattico a cura di Susanna Venturi e Mario Beltrambini
In collaborazione con l’Istituto di istruzione secondaria superiore “Marie Curie”, Savignano sul Rubicone
Il SI FEST ospita gli esiti di un progetto didattico condotto nell’anno scolastico 2020/2021 in collaborazione con l’Istituto di istruzione secondaria superiore “Marie Curie” di Savignano sul Rubicone. Il progetto è partito dall’osservazione di un dato di fatto evidente a tutti: l’innovazione tecnologica ha rivoluzionato il modo di comunicare e le nuove generazioni, sui social media, esprimono i loro pensieri e loro emozioni usando soprattutto il linguaggio delle immagini e in particolare l’autoritratto come modalità di rappresentazione di sé.

© Luca Fabbri e Leandro Palanghi, Fashion identikit. Il futuro direttore creativo, Casa UniBO

CASA UNIBO – Progetti per le arti e la creatività
Direzione e cura Federica Muzarelli e Ines Tolic
Mostra realizzata da Corso di laurea in Culture e pratiche della moda, Università di Bologna – Campus di Rimini, Corso di laurea magistrale internazionale in Fashion Studies, Università di Bologna – Campus di Rimini, Dottorato in Scienza e cultura del benessere e degli stili di vita, Università di Bologna In collaborazione con Dipartimento delle Arti, Università di Bologna. La collaborazione tra l’assessorato alla Cultura del Comune di Savignano sul Rubicone e i corsi di laurea in moda dell’Università di Bologna nasce nel 2019, con la firma di una convenzione che impegna le parti a promuovere e stimolare iniziative di carattere scientifico, didattico e culturale con particolare, ma non esclusiva, attenzione agli eventi del SI FEST – Savignano Immagini Festival. Durante l’anno accademico 2020/2021 gli studenti e i docenti del corso di laurea in Culture e pratiche della moda e della magistrale internazionale in Fashion Studies, con il supporto del Centro di ricerca Culture Fashion Communication (CFC) e del dottorato di ricerca in Scienza e cultura del benessere e degli stili di vita hanno realizzato alcuni lavori da esporre durante le celebrazioni previste per il trentennale del SI FEST. A partire dal tema Identikit, proposto dal festival, sono state elaborate idee e realizzati progetti nell’ambito di diverse discipline: dall’informatica alla grafica, dalla letteratura alla filosofia, dal design alla fotografia. Idealmente, i lavori presenti in mostra offrono uno spaccato delle competenze acquisite dagli studenti nell’ambito dei corsi di laurea in moda, rendendo possibile intravedere anche le capacità e le competenze dei futuri professionisti che saranno. I lavori più interessanti hanno trovato posto in Casa UniBo, un ambiente che per le giornate del festival è stato eletto a domicilio metaforico degli studenti e dei docenti del Campus di Rimini. Un luogo che, da una parte, accoglie i risultati di un lungo lavoro, reso particolarmente impegnativo dalle restrizioni imposte dalla pandemia; e che, dall’altra parte, valorizza il dialogo tra l’Universitàdi Bologna, il Campus di Rimini e le istituzioni del territorio.

© Emanuela Bava, Serre, Covisioni

SI FEST OFF

COVISIONI: Indagine sulle relazioni durante la pandemia in Italia
a cura di Jana Liskova
La pandemia e il conseguente lockdown ci hanno costretto a modificare in modo drastico pensieri, emozioni, relazioni in ambito sentimentale, sociale e lavorativo. Non avendo alcuna memoria storica di un evento simile, di fronte a un cambiamento che ha stravolto le nostre certezze, siamo stati tutti chiamati ad abbandonare abitudini radicate, che mai avremmo pensato di dover mettere in discussione. Nelle prime settimane di lockdown Francesca De Dominicis, Cecilia Guerra Brugnoli, Jana Liskova, Francesco Rucci, Anita Scianò ed Erika Volpe hanno fondato un gruppo di lavoro per confrontarsi su questo particolare periodo storico e capire se la fotografia contemporanea fosse in grado di analizzare e documentare il cambiamento in atto nelle relazioni umane. Insieme a quaranta autrici e autori dislocati nelle varie regioni italiane, hanno così creato Covisioni:, un progetto collettivo chiamato a raccontare il cambiamento attraverso il mezzo fotografico. Nei lavori di Covisioni: è possibile osservare alcune costanti, aspetti ricorrenti e a volte inattesi come la trasformazione dei luoghi di incontro in non-luoghi, o la riscoperta di se stessi e del proprio rapporto con la natura. L’attenzione, più che sulla cronaca, si concentra sulla trasformazione in atto nelle relazioni umane. Dalla necessità di rappresentare l’assenza nasce così la scelta di raccontare l’essenza, per individuare una nuova realtà e nuove visioni condivise.
Mostra ad ingresso gratuito.

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