La simbologia delle mani nelle fotografie di Lisetta Carmi | Rolling Stone Italia

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La simbologia delle mani nelle fotografie di Lisetta Carmi


Al MAN di Nuoro fino al 20 giugno c'è la mostra 'Lisetta Carmi. Voci allegre nel buio – Fotografie in Sardegna 1962-1976' che ripercorre il lavoro della fotografa genovese alla ricerca della bellezza umana

Calangianus (Fabbrica di sughero), 1964 ©Lisetta Carmi

Lisetta Carmi fotografa la Sardegna, dal ’62 al ’76, rivelandone le asprezze paesaggistiche e contemporaneamente l’accoglienza umana, le tradizioni che appaiono come riti atavici e propiziatori e una sorta di teatralità, una messa in scena dei ruoli sociali che uomini, donne e bambini vivevano come una condizione marchiata a fuoco nel tempo. Carmi solitamente non fotografa per esprimere un giudizio né per manifestare uno stile ma lo fa per capire, per conoscere, per relazionarsi con il mondo esterno e soprattutto per dare voce ai suoi “ultimi”, a coloro che altrimenti non sarebbero ascoltati né avrebbero modo di esserlo.

Ma, in effetti, nel caso specifico delle foto scattate in Sardegna c’è qualcosa di più spiccatamente rimarchevole da parte delle sue immagini: il suo obiettivo, le sue inquadrature, il suo approccio con il soggetto sono tesi a demarcare le disparità che intercorrono tra uomini e donne, la loro opposizione simbolica e fattiva. È vero che spesso Carmi si è occupata di molte questioni legate al mondo femminile, dalla nascita alla questione di genere, ma poco spesso attraverso una struttura rappresentativa di contrasti, più di convergenze. Solitamente il suo racconto è fluido, scorre secondo una prossimità iconografica tra immagine e immagine, invece per le fotografie della Sardegna ama utilizzare una simbologia che rileva un’opposizione sia figurativa ma anche sociale e soprattutto un suo particolare pensiero a riguardo. Ma mai giudicante, perché il giudizio implica una distanza, sia fisica che di piani, e lei nelle situazioni che ritrae ci entra dentro con tutta sé stessa.

Orgosolo, 1976 © Lisetta Carmi

Al MAN di Nuoro, fino al 20 giugno, salvo proroghe, c’è la mostra Lisetta Carmi. Voci allegre nel buio – Fotografie in Sardegna 1962-1976 (catalogo edito da Marsilio), in cui oltre al lavoro sull’isola compare anche il suo famoso progetto sui travestiti di Genova, I Travestiti (1965-1971), e quello sul porto della città ligure (1964) dove lei nacque nel 1924. 
Lisetta Carmi ha sempre ricercato e fotografato la bellezza della verità umana e l’ha fatto servendosi della macchina fotografica per documentarla o meglio per narrarla. Molto spesso nel retro delle sue immagini compaiono delle note scritte di suo pugno che vanno oltre ai puri riferimenti didascalici, sono parole di empatia con il mondo che aveva davanti, con i soggetti con cui interagiva e che spesso diventavano parte della sua vita.

Irgoli, 1964 © Lisetta Carmi

L’amore per la terra sarda inizia un po’ per caso, leggendo Il Mondo diretto da Pannunzio, che dal 1956 ospitava tra le sue pagine la rubrica Diario di una maestra di Maria Giacobbe, una maestra, per l’appunto, del nuorese. In un articolo specifico la Giacobbe parla di uno dei suoi alunni, Giovanni Piras. Lisetta Carmi e la sua famiglia se ne interessano fin da subito, prima inviando alla famiglia Piras dei pacchi dono, infine nel 1962 la fotografa parte da Genova in direzione Orgosolo, e da allora i suoi viaggi verso l’isola sono sempre più numerosi. Carmi arriva in Sardegna ed intesse repentinamente un rapporto profondo e diretto con le persone del luogo e con il territorio stesso. Per questo motivo le sue immagini non sono una mera documentazione, ma un racconto veritiero, empatico ed affettivo. Questo era solitamente il suo modus operandi: entrare dentro le cose, le persone, le situazioni, i territori per conoscerli e fotografarli, per questo motivo si tende a parlare di “verità” quando ci si riferisce a delle fotografie di Lisetta Carmi, perché prima di fotografare Lisetta Carmi desidera conoscere o forse fotografa conoscendo.

Orgosolo (festa della candelaria) 1966 © Lisetta Carmi

Le immagini che produce in Sardegna hanno una vicinanza così spiccata con i suoi soggetti che sembrano imbevute di un intento quasi privato da parte di Carmi, come se avesse voluto raccontare della sua famiglia. La valenza simbolica di molte immagini ne è dimostrazione. Carmi solitamente è portatrice di una fotografia reportagistica, figurativa, molto classica, empatica ma comunque non simbolica. Invece molte delle fotografie ad Orgosolo e dintorni, se si nota bene, si concentrano su un dettaglio particolare: le mani. Le mani non solo come simbolo di operosità, ma di tradizioni sociali e anche antropologiche. Mani femminili che lavorano, che si rendono attive, che entrano in relazione e interazione sempre con qualcosa – un utensile, un rosario, con il proprio volto per celarlo, con lo scialle, con la mano di un bambino – mani maschili, invece, spesso ritratte in attesa, sospese, in un momento di pausa o di diletto, stando letteralmente “con le mani in mano”.

Orgosolo, 1966. © Lisetta Carmi

In un ritratto, Orgosolo 1966, compaiono due uomini, uno seduto e l’altro in piedi. L’inquadratura taglia i piedi del primo e la testa del secondo. L’intento della fotografa ligure in questo caso non è ritrarre figurativamente i due uomini, che vengono privati ognuno di una parte del corpo, ma di mostrare la linea di prossimità delle loro mani, tenute da entrambi agganciate tra loro, creando una continuità simbolica che congiunge le due figure con la comune postura, con il comune ruolo patriarcale e maschilista interpretato nella società del tempo. In Luras 1976, invece, le mani di una donna emergono, strette tra di loro, dal fondale nero del suo vestito. Non sono ancorate tra di loro con gli stessi risvolti maschili, non sono simbolicamente in attesa, il corpo della donna è attivo: con quelle mani tiene il portafoglio (simbolo della gestione economica familiare) e sulla sua testa è posto in equilibrio un cartone probabilmente di provviste. Nelle fotografie di Lisetta Carmi le mani dei suoi soggetti parlano a chi le sa osservare e raccontano di una società patriarcale, in Sardegna come nel resto della nazione, rigida nei suoi ruoli sociali, ma accogliente, cadenzata dalle proprie stagioni e portatrice dei propri valori, usi e costumi, dove le donne fanno la “carta musica” e gli uomini cantano vecchi canti che parlano della storia sarda. Nelle immagini della Carmi anche le mani dei bambini sono degli elementi che agiscono attivamente con il mondo esterno, più in linea con la tradizione femminile che con quella maschile, probabilmente per la loro tensione verso il futuro e verso prospettive di crescita ed evoluzione.

Orgosolo (festa della candelaria) © Lisetta Carmi

In Orgosolo, bambino vicino al murale (1962) un bambino è ritratto mentre rappresenta sul muro di un edificio un disegno raffigurante l’atto sessuale dei suoi genitori. Oppure numerose sono le fotografie attraverso cui la fotografa documenta la festa della Candelara, una tipica festa rimasta viva, nel 1966, solo ad Orgosolo. Il 31 dicembre i bambini di tutto il paese uscivano andando di casa in casa con un sacco bianco sulle spalle per raccogliere ciò che ogni famiglia regalava loro: pane fatto in casa, dolciumi, vestiti, cibi. Era una festa, ma anche un rito che parlava della storia di un luogo e dei suoi abitanti, della cultura sarda. In questo loro peregrinare i bambini sono ritratti da Carmi sempre nel gesto di tenere il sacco bianco tra le mani e negli occhi quell’irriverente sfrontatezza verso la vita, uno sguardo beffardo dritto in camera che solo un bambino può permettersi. In un certo senso le mani, in un individuo, rappresentano un ponte tra il mondo interno e quello esterno, il pensiero si fa azione tramite esse, ma contemporaneamente sono anche dispensatrici di tradizioni e di storia e Lisetta Carmi se ne è servita per raccontare di un territorio, la Sardegna, intriso di simbolismi e di rituali ancestrali.

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