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‘Italianə nerə’: affrontare la diversità con un ritratto

Un corpo nero femminile in una posa che rimanda ai dipinti delle odalische ottocentesche, ma che allo stesso tempo se ne discosta, in una mostra di Marzio Emilio Villa a cura di Jermay Michael Gabriel

Un'anteprima di una parte della fotografia di Marzio Emilio Villa, in mostra sabato 12 giugno

Un corpo nero femminile in una posa che rimanda a quella delle odalische di Manet, Matisse, Ingres, Gauguin, ma che allo stesso tempo se ne discosta. Il fotografo Marzio Emilio Villa, italiano nero di origine brasiliana, immortala il corpo della modella senza artifici né sovrastrutture egemoniche o ipersessualizzanti. È qui che comincia Italianə nerə, l’esposizione che sabato 12 giugno 2021 si terrà in via G. Chavez 18 a Milano, nel quartiere di via Padova, a cura di Jermay Michael Gabriel. Per comprendere la svolta rappresentativa del fotografo Marzio Emilio Villa bisogna intraprendere un percorso a ritroso andando ad esaminare il clima politico che influenzò le correnti artistiche che si occuparono della rappresentazione dell’altro.

 

 
 
 
 
 
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Siamo in epoca coloniale, fine Ottocento, in un periodo dove era considerato normale per gli europei occupare territori altrui ed imporre il loro dominio politico, economico e culturale. La spartizione dell’Africa avvenne formalmente con la Conferenza di Berlino del 1884, quando i rappresentanti di varie potenze europee si radunarono nella capitale tedesca per fare il punto sui propri interessi commerciali nel continente nero, di fatto spartendosi con il righello la cartina geografica africana. Non si può parlare di colonialismo e imperialismo senza ricercare le origini della loro vera natura nel capitalismo europeo post Rivoluzione Industriale: l’interesse primario delle potenze europee erano le risorse minerarie del continente e la conquista di nuovi mercati per smerciare i propri prodotti. Tutto il processo della colonizzazione nasceva da un interesse economico basato sullo sfruttamento dell’Altro, inteso come persona, territorio o risorsa. Sul piano propagandistico e religioso il colonialismo fu giustificato come portatore di civilizzazione in quei territori dove le popolazioni venivano considerate selvagge e primitive. Tale visione suprematista influì anche sulle modalità in cui veniva rappresentato l’Altro, il non bianco. L’Orientalismo nacque a fine Settecento in Francia e si sviluppò nel corso dell’Ottocento, parallelamente all’instaurarsi delle colonie europee in Nord Africa e Medio Oriente.

 

 
 
 
 
 
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Molti degli artisti “orientalisti” non visitarono mai i luoghi che dipingevano. Le loro tele erano intrise dai racconti romanticizzati di scrittori, esploratori o missionari del tempo. Harem, odalische, sultani, soggetti e luoghi mitizzati, caricati di significati erotici, terreno di trasgressione e oblio. L’odalisca, ovvero la schiava che si occupava delle mogli e delle concubine dei sultani dell’Impero Ottomano, e che a sua volta poteva diventarne moglie o amante, divenne un simbolo del periodo orientalista. Sensuale, maliziosa, desiderabile. La “grande odalisca” di Ingres del 1819 rappresenta il corpo nudo di una donna in una tipica ambientazione “esotica”, disseminata di dettagli che rimandano ad un mondo orientale: drappi in seta, piume di pavone, turbante. Lo sguardo neutro della donna contrasta con le rotondità sensuali e sapientemente accennate di quel corpo che s’impone sulla scena.

 

 
 
 
 
 
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Così come le donne tahitiane di Gauguin. Non più odalische ottomane, ma donne primitive da cui il pittore trae ispirazione. Un’ispirazione pregna di mentalità coloniale che vedeva tutto quel che non era europeo come statico nel tempo, e per questo primordiale, affascinante. Le giovani donne tahitiane vengono da lui private di altra narrazione se non quella funzionale alla narrativa delle buone selvagge.  E così fece anche Matisse, che produsse più di cinquanta tele a tema odalisca. Donne voluttuose, carnali, asservite allo sguardo predatore dell’uomo bianco. Corpi che prendono vita per saziare la curiosità erotica europea.

Employees pose with ‘Odalisque couchae aux magnolias’, 1923 by Henri Matisse, Photo by Jack Taylor/Getty Images

Rispetto a questi esempi si coglie la differenza sostanziale nell’approccio al corpo nero femminile del fotografo Marzio Emilio Villa. Nato in Brasile nel 1987, studia all’Accademia di Belle Arti di Brera, per poi trasferirsi nel 2010 e per circa dieci anni a Parigi dove, attraverso la sua camera, va alla ricerca delle profonde contraddizioni urbane che caratterizzano gli arrondissement parigini. Dall’architettura coloniale alla composizione sociale dei diversi quartieri, indagando sul rapporto tra le complessità strutturali e le realtà discriminatorie. Influenzato da autori neri come Frantz Fanon, James Baldwin e Angela Davis, porta avanti nel suo lavoro un discorso di empowerment e demistificazione dei soggetti. In Italianə nerə la posa della modella ricorda quella delle odalische mediorientali, senza però alcuna traccia di quell’erotismo carico di rapporti di forza e sudditanza. Il suo corpo si appoggia morbido sulla panca, il suo sguardo esige rispetto, il dito stuzzicato dall’altra mano esprime una sana insicurezza. Una stella sovrasta la sua figura attirando lo sguardo dello spettatore. I punti focali si alternano tra il centro della figura geometrica e lo sguardo ipnotico di lei. Lo spazio si divide in due, verticalmente ed orizzontalmente. Dal basso verso l’alto un’ascensione del corpo ebano verso la cuspide della stella. Da  sinistra verso destra il peso del soggetto crea una continuità verso la fonte di luce che batte sul viso della donna.  La linea morbida del braccio della modella crea una diagonale parallela con il lato inferiore destro della stella, simbolo che rimanda alla costellazione della Croce del Sud. Villa allude così a un orizzonte decoloniale in cui i simboli dell’emisfero sud rimpiazzano quelli del nord.

Un’anteprima di una parte della fotografia di Marzio Emilio Villa, in mostra sabato 12 giugno

Una riappropriazione della narrazione che rivendica il proprio diritto all’auto-rappresentazione ed è democratica nelle modalità di fruizione: l’esposizione, infatti, avverrà in strada. Una scelta, quella dell’esposizione libera, fortemente voluta anche dal curatore Jermay Michael Gabriel, artista italo-etiope-eritreo, che da anni insieme al collettivo multidisciplinare Kirykou, s’impegna in eventi culturali nel quartiere di via Padova, grande crocevia di culture e di persone. Inizia a occuparsi di arte nella sua ex galleria milanese, la Alpha X Gallery, mentre frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera. La sua è una rivendicazione del diritto all’auto-rappresentazione delle comunità nere italiane contro l’appropriazione culturale che avviene nei settori artistici italiani, quali gallerie e ed eventi culturali. Un’esibizione, quella di Italianə nerə che avverrà in quell’area a nord di Loreto, che da anni sta subendo gli effetti della gentrificazione. Un fenomeno che sta costringendo alla fuga persone, maggiormente di origine straniera, verso altri quartieri ancora esclusi dai processi di “riqualificazione”, o meglio espropriazione della città.